Aleksandar Hemon.
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Amore e ostacoli.
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Traduzione di: Maurizia Balmelli.
2014. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un viaggio con la famiglia a Kinshasa, i giochi di guerra dellinfanzia iugoslava, le vendite porta a porta del neoimmigrato negli Usa, le feste glamour per scrittori affermati: in otto racconti-capitolo, Aleksandar Hemon scandisce la storia di un giovane sradicato bosniaco a cavallo fra due mondi, la Sarajevo prebellica e la Chicago di oggi; la storia del suo farsi uomo e scrittore in una terra e in una lingua altre, dai primi versi imberbi della poesia Amore e ostacoli alla pubblicazione dellomonimo racconto sulla pi consacrante delle riviste americane; la storia del rapporto fecondo e ingombrante fra le sue molte identit.
Una storia di formazione allo specchio, fra Conrad e i Led Zeppelin, distillata in otto puntate vulcaniche, struggenti, vivide da far male.
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Se oggi esiste un narratore in lingua inglese pi ispirato di Aleksandar Hemon, io non lo conosco. Leggete e gioite. QC
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Il narratore senza nome che unisce le varie tappe di questo singolare percorso di formazione  un adolescente sensibile e malmostoso che legge Rimbaud, scrive stucchevoli poesie e singegna per trovare la volontaria cui affidare la sua verginit. Il viaggio che in Tutto intraprende verso la citt tentacolare, la citt infinita di Murska Sobota, investito della missione di acquistare un congelatore orizzontale e armato di ununica pillola anticoncezionale da offrire alla prescelta, ha il pathos del rito di iniziazione.
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Ma gli ostacoli si rivelano maggiori dellamore, e il protagonista ne sperimenta le conseguenze sulla propria pelle. Spesso lassurdo e la violenza irrompono senza preavviso nel quotidiano.  il caso di Stairway to Heaven, dove la pittoresca figura del fanfarone Spinelli nasconde una tenebra degna dellambientazione conradiana con cui il racconto si apre; o di Commando americano, in cui i giochi di guerra infantili a Sarajevo, rievocati da un narratore ormai adulto, mostrano linconfondibile marchio dellodio senza et e prefigurano il conflitto vero che di l a qualche anno dilanier quelle strade. Tanto pi virulento lirrazionale, tanto pi affettuoso, per il narratore, il ritorno al domestico. C affilata comicit ma anche profonda tenerezza nel ritratto paterno di Le api, parte prima, o in quello della decrepita padrona di casa Pany Mayska in La camera di Szmura.
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Qui un narratore americanizzato guarda alle angherie cui lo psicopatico Szmura sottopone il suo conterraneo Bogdan con quel misto di partecipazione e distacco che  proprio di tutti gli scampati. Ma il prezzo dello scampare  la guerra, la miseria, la morte   spesso il senso di colpa. Nel caso del narratore, partito dalla Bosnia appena prima dello scoppio della guerra, unaura di fraudolenza impregna il rapporto con il mondo letterario di cui entra a far parte negli Stati Uniti. Complessa  la relazione che instaura con il poeta bosniaco Muhamed D., detto Dedo, in Il direttore dorchestra, o con il Premio Pulitzer Richard Macalister di Le nobili verit del dolore. A lui la persona di Hemon regala laccesso allo scantinato dei propri segreti famigliari, e a lui dona pure lesempio pi esaltante di trasfigurazione narrativa in un finale che celebra il prodigio della grande scrittura.
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LAutore.
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Aleksandar Hemon  nato a Sarajevo nel 1964 e dal 1992 vive a Chicago.  vincitore di importanti premi fra cui la prestigiosa genius grant della Mac Arthur Foundation. Scrive regolarmente su The New Yorker, Granta e The Paris Review. Per Einaudi ha pubblicato Spie di Dio, Nowhere Man, Il progetto Lazarus, Blind Josef Pronek & Dead Souls e Il libro delle mie vite.
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Per i miei genitori.
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Stairway to Heaven.
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Era una perfetta notte africana, uscita direttamente dalle pagine di Conrad: lumidit rendeva laria pastosa e stagnante; la notte odorava di carne bruciata e fecondit; le tenebre fuori erano vaste e inscalfibili. Mi sentivo addosso la malaria, anche se probabilmente era solo la stanchezza del viaggio. Immaginavo milioni di millepiedi che si accalcavano sul soffitto sopra il mio letto, per non parlare della flotta di pipistrelli che svolazzavano famelici negli alberi sotto la mia finestra. Ma la cosa che pi mi inquietava era lincessante rullio di tamburi: il poderoso, monotono martellio che mi vibrava intorno. Se significasse guerra, pace o preghiera, non ero in grado di dirlo.
Avevo sedici anni, let in cui la paura innesca lispirazione, perci accesi la luce, disseppellii una moleskine nuova fiammante dalla valigia  coi tamburi che ancora convocavano le forze smisurate delle tenebre  e sulla prima pagina scrissi
Kinshasa 7.7.1983
dopodich sentii la porta della camera dei miei aprirsi con violenza e Tata allontanarsi pestando i piedi e imprecando. Balzai dal letto  Sestra, allarmata, inizi a frignare  e corsi dietro a Tata, che aveva gi acceso le luci del soggiorno. Mi imbattei in mamma che si cullava tra le braccia il petto ansioso. Adesso tutte le luci erano accese; un nugolo di farfalle notturne frullava disperatamente dentro un lampadario; si sentivano urla e schiamazzi; percussioni che impazzavano tuttintorno. Era terrificante.
 Spinelli,  sbott Tata sovrastando il rumore.  Quel testa di cazzo.
Tata dormiva con un pigiama di flanella decisamente pi indicato per una stazione sciistica alpina che per lAfrica  sosteneva che laria condizionata gli facesse male ai reni. Ma prima di lasciare lappartamento calz anche un casco coloniale, per evitare di esporre la pelata alle correnti daria. Quando spar con furia nella martellante oscurit delle scale, Sestra, ora in lacrime, premette la faccia contro il fianco di mamma; io me ne stavo l in mutande, i piedi freddi sul pavimento nudo, ancora con la penna in mano. La possibilit che non sarebbe tornato balen nelle tenebre; lidea di seguirlo non mi sfior nemmeno; mamma non cerc di fermarlo. La luce delle scale si accese, e sentimmo una fragorosa scampanellata. I tamburi stavano ancora rullando; un altro lamentoso ding-dong si insinu nel beat. Tata abbandon il campanello e inizi a prendere a pugni la porta, gridando nel suo inglese stentato:
 Spinelli, sei pazzo completo. Smetti rumore. Siamo dormentati. Sono le quattro di mattino.
Il nostro appartamento era al sesto piano; nel palazzo dovevano esserci decine di inquilini, eppure sembrava che fosse stato abbandonato in fretta e furia. Nellistante in cui la luce delle scale si spense, il rullio cess e fine dello show. La porta si apr e una voce nasale americana disse:  Ehi, mi spiace. Mi scuso davvero.
Quando finalmente tornai a letto albeggiava. Negli alberi l fuori, un popolo di uccelli aveva dato il cambio ai pipistrelli sanguivori ed era impegnato a cinguettare in un parossismo di vita inutile. Per il sonno e i sogni era ormai troppo tardi, e nemmeno riuscivo a scrivere. Fumando sul balcone aspettai che tutto acquistasse un senso finch, niente. Gi in strada un uomo succintamente vestito se ne stava accovacciato accanto a una scatola di cartone su cui erano allineate delle sigarette. Non cera nessun altro in giro. Sembrava che stesse proteggendo le sigarette da qualche pericolo invisibile.
Nei primi anni Ottanta Tata era assente, impiegato nei bassi ranghi del corpo diplomatico iugoslavo in Zaire come incaricato alla comunicazione (qualunque cosa volesse dire). Nel frattempo, a Sarajevo, io rispondevo alla sventura delladolescenza e dellincombente iniquit dellet adulta rifugiandomi nei libri; Sestra aveva dodici anni, e ignorava le brame che nascevano in me; mamma era alle prese con la solitudine e le miserie della mezza et che io, sempre col naso in un libro, a quel tempo non ero in grado di cogliere. Leggevo compulsivamente, affacciandomi solo di rado alla superficie della realt terrena per prendere una fetida boccata desistenza altrui. Passavo la notte a leggere, e il giorno pure, invece di fare i compiti; a scuola leggevo di nascosto sotto il banco, un crimine spesso punito da una giunta di bulli compagni di classe. Era solo nello spazio immaginario della letteratura che mi sentivo protetto e a mio agio  niente padri assenti, niente madri depresse, niente bulli a farmi leccare le pagine del libro fino a che la mia lingua fosse nera dinchiostro.
Incontrai Azra mentre prendevo in prestito dei libri alla biblioteca della scuola, e amai immediatamente la quiete di lettrice sulla sua faccia occhialuta. La accompagnai a casa, rallentando ogni volta che avevo qualcosa da dire, fermandomi quando parlava lei. Non le interessava Il giovane Holden; io non avevo letto Quo vadis, e mi finsi interessato alla Rivolta contadina. Per condividevamo chiaramente la passione di immaginare vite che potevamo vivere attraverso altri  ingrediente necessario a qualsiasi amore. Trovammo in fretta alcuni libri che piacevano a entrambi: La macchina del tempo, Grandi speranze, Dieci piccoli indiani. Quel primo giorno parlammo soprattutto del Nano del paese dimenticato. Lo adoravamo, anche se era un libro per bambini, perch a entrambi veniva facile identificarsi con un piccolo essere perso nel grande mondo.
Iniziammo a uscire insieme, vale a dire che spesso leggevamo luno per laltra su una panchina in riva alla Miljacka, baciandoci solo quando avevamo esaurito le cose da dire, e solo con prudenza, come se lasciarsi andare potesse estinguere la peculiare, gestibile intimit maturata. Poterle sussurrare un passaggio di Franny e Zooey o del Lungo addio tra i capelli mi appagava perfettamente. Per cui quando Tata, di ritorno a Sarajevo per un congedo, annunci che avremmo trascorso lestate dell83 tutti insieme in Africa, provai uno strano senso di sollievo: se Azra e io fossimo stati lontani, avremmo potuto resistere alle tormentose tentazioni e schivare la macchia che inevitabilmente il corpo infligge allanima. Promisi che le avrei scritto ogni giorno, nel mio diario, poich dallAfrica le lettere sarebbero arrivate ben dopo il mio ritorno. Avrei registrato ogni pensiero, promisi, ogni stato danimo, ogni esperienza, e non appena fossi tornato avremmo reimmaginato tutto quanto insieme, leggendo, per lappunto, lo stesso libro.
Cerano molte cose che avrei voluto annotare quella prima notte a Kinshasa: lOvest in fiamme, lEst di unoscurit impenetrabile mentre attraversavamo lequatore al tramonto; il perfetto ricordo dellodore dei suoi capelli; una riga dal Nano del paese dimenticato che piaceva tanto a entrambi: Devo trovare la strada di casa prima dellautunno, prima che le foglie ricoprano il sentiero. Ma non scrissi niente e mi sistemai la coscienza dando la colpa a quellinterferenza martellante. Ci che non scrivevo finiva nel ripostiglio della mia mente, come i regali di compleanno che non avevo il permesso di aprire finch tutti non avessero lasciato la festa.
Comunque sia, la mattina seguente trovai Sestra in soggiorno, che guardava vagamente affascinata un omino con una maglietta raffigurante un angelo congelato a mezzaria da un colpo di pistola. Mamma era seduta dallaltra parte del tavolino di fronte a lui, e ascoltava assorta il suo chiacchiericcio stridulo, con le gambe accavallate e lorlo della gonna che le incorniciava lemisfero nord del ginocchio.
 Svratio komija Spinelli,  disse.  Nemam pojma ta prica.
 Buongiorno,  dissi io.
 Buonasera, bello,  disse Spinelli.  Il giorno  quasi finito . Sfoder una batteria di denti di grandezza gradualmente decrescente dal centro verso le guance, come le canne dorgano. Sestra sorrise con lui; Spinelli aveva entrambe le mani parcheggiate sulle cosce, tranquillamente immobili, a riposo prima del prossimo gesto. Che fu quello di scostare le due parentesi di riccioli ai lati della fronte. I riccioli tornarono istantaneamente alla loro posizione originaria, con le punte che toccavano simmetriche le sopracciglia.
Quella fu la prima volta che mi trovai di fronte a Spinelli, e da quel momento in poi la sua faccia continu a cambiare, per quanto ormai tutti i cambiamenti si siano fusi nelle due rughe tra gli occhi, parallele come un uguale, e in quellaccenno di ringhioso sorriso che chiudeva ogni sua frase. Disse:  Scusate per il rumore. Un cane annoiato fa cose folli.
A sedici anni investivo molta energia nello sfoggio della noia: gli occhi al cielo; le risposte brusche e concise agli interrogatori parentali; lespressione di consumata vacuit di fronte ai polpettoni di vita vissuta dispensati dai miei. Mi ero costruito un inflessibile scudo dindifferenza che mi consentiva di evadere, leggere, e tornare alla mia cella senza che nessuno se ne accorgesse. Ma durante la prima settimana in Africa la noia era un dato di fatto. Non riuscivo a leggere; continuavo a tornare sulla stessa pagina  la ventisette  di Cuore di tenebra senza riuscire ad andare oltre. Provai a scrivere ad Azra, ma non trovavo niente da dire, probabilmente perch cera cos tanto da dire.
Certamente non cera niente da fare. Non avevo il permesso di uscire da solo nella giungla umana di Kinshasa. Per un po guardai la tv, che trasmetteva gli sproloqui di Mobutu e pubblicit con lattine di olio di cocco fluttuanti nel cielo azzurro di una felicit a portata di mano. Una volta o due, in pieno giorno, avvertii addirittura un raro, inspiegabile desiderio di essere con la mia famiglia, ma Tata era al lavoro; Sestra difendeva la propria indipendenza nascente con il volume del walkman al massimo; mamma era irraggiungibile, internata in cucina, probabilmente in lacrime. Il ventilatore girava pigramente sul soffitto, senza posa, spietatamente ricordandomi che anche l il tempo passava con la stessa ottundente lentezza.
Gran dispensatore di promesse, Tata favoleggiava possibilit. A Sarajevo, prima della partenza, aveva proiettato sullampio e vergine schermo del nostro provinciale socialismo una Kinshasa alveare di piaceri neocoloniali: circoli esclusivi con piscine e campi da tennis; ricevimenti diplomatici frequentati da spie e jet set internazionale; casin cosmopoliti e saloni esotici; safari nella natura incontaminata e Philippe, un cuoco indigeno che aveva soffiato a un belga offrendogli un salario meno meschino. Promesse che in quella prima, inerte settimana furono sciattamente disattese  neppure Philippe si present al lavoro. Quando Tata tornava a casa dallambasciata, consumavamo una cena banale che mamma aveva improvvisato con quel che aveva trovato in frigo: peperoni vizzi e papaie ammosciate, pasta di arachidi e una carne che avrebbe potuto essere capra morta.
Deciso a dissipare la coltre di tedio che ci opprimeva, alla fine Tata chiam lambasciatore iugoslavo e ci fece invitare alla sua residenza a Gombe, dove vivevano tutti i diplomatici importanti. Le case l erano enormi, con ampi prati, fiori maestosi che sbocciavano su arbusti impeccabilmente curati, e il venerabile Congo che scorreva placido. Sua Eccellenza e la di lui eccellente consorte erano urbani e sprovvisti di qualunque umano vigore o talento per la narrazione. Sedemmo nel loro salotto di rappresentanza, con gli adulti che si passavano lun laltro affermazioni (Kinshasa  uno strano posto; Kinshasa  davvero piccola) come fossero una zuccheriera. Trofei esotici erano sapientemente distribuiti nella stanza: un esemplare di merletto dAnversa alla parete; unantica pietra della Mesopotamia sul tavolino; una fotografia delle Loro Eccellenze su una cima imbiancata su un ripiano della libreria. Un servitore con unimprobabile fusciacca rossa arriv con i drink  per me e per Sestra, un bicchiere di limonata con un lungo cucchiaio dargento. Io non osavo muovermi, e quando Sestra, di punto in bianco e inspiegabilmente, si rotol come un cane felice sul tappeto afgano alto una spanna, temetti che i nostri genitori ci avrebbero rinnegato.
Non appena arrivammo a casa, io salii da Spinelli. Mi apr la porta con la maglietta dellangelo ferito e un paio di pantaloncini, le gambe sottili come trampoli. Non sembrava affatto sorpreso di vedermi, n mi chiese qual buon vento.  Entra,  disse, fumando e con una bibita in mano, mentre la musica esplodeva alle sue spalle. Mi illuminai; non avevo fumato per tutto il giorno, ed ero in astinenza da nicotina. Il fumo mi scese nei polmoni come morbida seta, poi fuori, denso, attraverso il naso; era un piacere che mi lasciava stordito e senza fiato. Spinelli accompagnava la musica a tutto volume suonando percussioni nellaria, una cicca accesa al centro della bocca.  Black Dog,  disse.  Dio santo . In un angolo, proprio sotto la finestra, cera una batteria; i piatti dorati vibravano sotto il getto del condizionatore.
Eseguendo assoli e bridge immaginari, Spinelli si abbandon a confidenze non richieste: era cresciuto in un quartiere caldo di Chicago e aveva tolto le tende non appena aveva potuto; viveva in Africa da una vita; lavorava per il governo americano e non poteva dirmi che cosa faceva, perch in quel caso avrebbe dovuto uccidermi. Iniziava ogni frase sedendosi e la finiva alzandosi; la successiva era accompagnata dal battito di percussioni invisibili. Non stava fermo un attimo; lo spazio gli si organizzava intorno; era talmente ingombrante che io mi sentivo assente. Solo dopo aver lasciato casa sua, esausto, riacquistai la facolt di pensare. E cos pensai che era un autentico americano, bugiardo e spaccone, e che intrattenersi con lui era di gran lunga pi stimolante delle pastoie della vita famigliare o degli eccellenti diplomatici di Gombe. A un certo punto del suo monologo-fiume mi soprannomin, apparentemente senza motivo, Archibucio.
Tornai di sopra un paio di giorni pi tardi, e poi di nuovo lindomani. Mamma e Tata sembravano non avere nulla in contrario, dato che se portavo la mia noia da unaltra parte ci risparmiavamo tutti quanti lunghi e scorbutici silenzi. Probabilmente avranno anche pensato che relazionarmi con il mondo reale e i suoi abitanti senza uscire davvero mi avrebbe fatto bene, e per giunta avrei praticato linglese. Dal canto mio, a casa di Spinelli fumavo quanto mi pareva; la musica era molto pi forte di quel che i miei avrebbero mai consentito; e il mio bicchiere di whisky tornava a riempirsi prima ancora di svuotarsi a met. Mi insegn perfino a suonare un po la batteria  adoravo battere i piatti. Ma soprattutto mi piacevano le sue storie: le snocciolava stravaccato sul divano, soffiando il fumo verso le pale che vorticavano sul soffitto, sorseggiando il suo J&B e interrompendo il racconto per un assolo in un pezzo dei Led Zeppelin. Ci sar forse un alito di morte, un sapore di mortalit nelle menzogne, ma ascoltare quelle di Spinelli era uno spasso.
Al liceo era stato titolare di un commercio di sigarette, e andava regolarmente a letto con linsegnante di geografia. Aveva attraversato lAmerica in autostop: in Oklahoma aveva bevuto con degli indiani i quali gli avevano somministrato dei funghi che lo avevano portato l dove vivevano i loro spiriti  gli spiriti erano dotati di grossi culi con due buchi, entrambi emananti puzza di merda; in Idaho aveva vissuto in una caverna con un tizio che stava tutto il giorno a scrutare il cielo, aspettando che una flotta di elicotteri neri scendesse su di loro; aveva contrabbandato bestiame dal Messico al Texas, automobili dal Texas al Messico. Poi si era arruolato nellesercito: era sfuggito a dislocamenti indesiderati fingendo uninfezione al cazzo tramite impacchi di cipolla; aveva scopazzato per la Germania, fatto a pezzi un pappone montenegrino in una discoteca. Poi lAfrica: lingresso clandestino in Angola per portare soccorso ai combattenti per la libert di Savimbi; laddestramento delle forze speciali ugandesi con gli israeliani; lallestimento di una trappola usando unesca in gonnella a Durban. Raccontava con progressione orizzontale, ripercorrendo la propria vita senza curarsi della cronologia.
Pi tardi, sdraiato nel mio letto, tentavo frastornato di organizzare mentalmente quel suo flusso di coscienza per poterlo scrivere ad Azra. Ma fallivo, perch le maglie mancanti nel tessuto dei suoi racconti adesso erano evidenti, le incongruenze e le contraddizioni e le pure e semplici stronzate. Mentre le raccontava, quelle storie erano inappuntabili, ma una volta scritte sarebbero state lampanti menzogne. Quando ero fuori dalla sua orbita Spinelli perdeva consistenza; doveva essere fisicamente parte del racconto perch questo fosse plausibile. Perci cercavo la sua presenza; e continuavo ad andare di sopra.
Una notte salii e trovai Spinelli completamente vestito e pronto per uscire, una camicia nera sbottonata indosso e un odore di doccia e acqua di colonia, catena doro ciondolante sotto il pomo dAdamo. Sulla soglia si accese una sigaretta, aspir e disse:  Andiamo!  e io lo seguii senza fare domande. Non mi pass neanche per la mente di dire ai miei genitori dove stavo andando. Non venivano mai a controllare quando ero di sopra, e la noia che avevo sopportato mi autorizzava senzaltro a un po di avventura. Venne fuori che stavamo andando a un casin dietro langolo.
 Il proprietario del casin  croato,  disse Spinelli.   stato nella Legione straniera, ha combattuto nel Katanga, poi nel Biafra. Non voglio sapere che cosha fatto. Siamo soci in affari, e sua figlia mi apprezza parecchio.
Non riuscivo a vedere le sue labbra muoversi mentre camminavamo, la sua voce era disincarnata. Fremevo di curiosit, ma non mi veniva in mente niente da chiedergli: la realt cui alludeva era talmente densa da risultare impenetrabile. Girammo langolo e ci trovammo di fronte una magnifica insegna al neon che diceva PLAYBOY CASINO, con la S e la O che sfarfallavano incerte. Alcune auto bianche e jeep militari erano parcheggiate sullo spiazzo di ghiaia. Sulle scale stazionavano alcune battone con dei tacchi ridicoli, nessuna che salisse o scendesse, quasi avessero paura di cadere se si muovevano. Ma quando le superammo si mossero eccome; una di loro mi afferr per il braccio  sentii le sue lunghe unghie piegarsi contro la mia pelle sudata  e mi gir verso di lei. Portava una parrucca viola a forma di casco e orecchini elaborati come decorazioni natalizie, i seni erano puntellati da uno smilzo reggiseno che lasciava intravedere met del capezzolo sinistro. Rimasi l impietrito finch Spinelli mi liber dalla stretta.  Tu non scopi granch, Archibucio, o sbaglio?  disse.
Al tavolo della roulette erano seduti tre uomini, tutti ubriachi marci, la testa che cascava sul petto fra un giro di ruota e laltro. Sopra il tavolo aleggiava la fitta nebbia della temerariet virile, pile di fiches colorate solcavano il verde del panno. Uno degli uomini vinse, si scroll dal torpore e raccolse le fiches tra le braccia, come se stesse abbracciando un bambino.  Guarda il croupier come li rapina,  disse Spinelli deliziato.  Rimarranno in mutande prima del prossimo drink, dopodich continueranno a perdere . Io il croupier lo guardavo, ma non riuscivo a capire la dinamica del furto: quando vincevano, lui spingeva le fiches verso di loro; quando perdevano, rastrellava la pila verso di s. Sembrava tutto semplice e pulito, ma io credevo a Spinelli, affascinato dallabominio. Iniziai a comporre una descrizione del luogo per Azra. Lanticamera dellinferno: il cono di fumo che si alzava verso i lampadari sopra il tavolo del blackjack; listerico lampeggiare delle due slot machine nellangolo; luomo in piedi al bancone in tenuta da latifondista, abito di lino leggero e cappello di paglia, la mano destra che pendeva abbandonata dal bancone come la testa di un cane addormentato, un lento nastro di fumo di sigaretta che gli scivolava sulle nocche.
 Lascia che ti presenti Jacques,  disse Spinelli.  Lui  il boss.
Jacques si infil la sigaretta in bocca, strinse la mano a Spinelli, quindi alz lo sguardo su di me senza una parola.
 Questo  Archibucio, il figlio di Bogdan,  disse Spinelli. Jacques aveva una faccia perfettamente quadrata, il naso perfettamente triangolare; il collo pi che un tronco sembrava un tubo di stufa fatto di carne. Denotava lamichevole efferatezza di uno la cui vita si organizzi intorno al profitto e alla sopravvivenza; per quanto lo riguardava, nel mondo dei fatti puri e semplici io non esistevo. Spense la sigaretta e, in un inglese imbrattato di grevi consonanti croate, disse a Spinelli:  Che cosa devo fare con quelle banane? Sono mezze marce.
Spinelli mi guard, scosse la testa con incredulo sconcerto e disse:  Mettile nella macedonia.
Jacques gli rivolse un ghigno e disse:  Senti questa. Madre ha un molto brutto figlio, orribile, sale sul treno, si siede in cabina di testa. La gente entra in cabina, vede bambino, molto brutto, non pu guardare, esce, va via, bambino disgustante. Nessuno si siede con loro. Poi arriva un uomo, sorride a madre, sorride a bambino, si siede, legge giornali. Madre pensa, Uomo buono, gli piace mio bambino, uomo veramente buono. Poi uomo prende una banana e chiede a madre: Sua scimmia vuole una banana?
Spinelli non rise, nemmeno quando Jacques ripet la chiusa: Sua scimmia vuole una banana? In compenso chiese:  C Natalie?
Seguii Spinelli oltre una tenda di perline in una stanza con un tavolo da blackjack e quattro uomini seduti intorno; erano tutti in uniforme, uno kaki, gli altri tre verde militare. Natalie era il mazziere, e smazzava le carte con dita lunghe e agili; in quella stanza buia il suo pallore era una fonte di luce; aveva braccia ossute, senza lombra di un muscolo; lividi sugli avambracci, escoriazioni sui bicipiti. La cicatrice di una vaccinazione sulla spalla, come limpronta di una monetina. Spinelli si sedette al tavolo e le fece un cenno del capo, battendosi un pacchetto di sigarette sul palmo. Gli zigomi di lei si alzarono, un sorriso tra virgolette. Smazzate le carte, alz una mano, garbata, come per sollevare un velo, e si gratt la fronte con il mignolo; i capelli, tirati indietro in una coda di cavallo, brillavano sulle tempie. Batteva le palpebre lentamente, quieta; sembrava che sollevare le lunghe ciglia le richiedesse uno sforzo. Io rimasi nel buio ammaliato, a fumare, col cuore che batteva veloce, ma quieto. Natalie non era di questo mondo, era un angelo sradicato.
Da quel momento in poi, per un certo periodo, fummo sempre in tre. Andavamo in giro: Spinelli, alla guida della sua Land Rover che puzzava di cani e corda, tamburellava le dita sul volante, colpiva il cruscotto come fosse un piatto, chiamava Natalie la sua Bella Vongola; Natalie sul sedile del passeggero, che fumava guardando fuori; io seduto dietro, inebriato dal fumo di sigaretta misto al suo odore che la brezza mi soffiava in piena faccia dal finestrino aperto. Noi tre: Spinelli, Bella Vongola e Archibucio come i personaggi di un romanzo davventura.
Il 27 di luglio  me lo ricordo perch tentai unaltra volta di scriverne  andammo alla Cit in cerca di Philippe, che ancora non si era presentato al lavoro. Presumibilmente era il modo concordato da Spinelli con Tata per espiare i peccati percussionali. Spinelli e Natalie mi vennero a prendere sul fare dellalba; la luce era ancora diluita dai residui della notte umida. Ci dirigemmo verso gli slum, in senso inverso alla folla che avanzava in colonna come le formiche: uomini con pantaloncini laceri e stracci a mo di camicia; donne avvolte in ritagli di stoffa che portavano cesti sulla testa, e bambini dal ventre gonfio trotterellanti al loro fianco; cani smunti e con la lingua penzoloni che li seguivano a fiduciosa distanza. Non avevo mai visto niente di tanto irreale in vita mia. Imboccammo uno sterrato che divent una pista della larghezza di unauto, tutta buche e montagnole. La Land Rover sollevava galassie di polvere, perfino quando andava a passo duomo. Baracche accroccate con pezzi di lamiera arrugginita e cartone erano allineate sopra un fosso, e minacciavano di cascarci. Capii che cosa volesse dire Conrad con devastazione abitata. Una donna con un bambino legato sulla schiena immergeva vestiti in unacqua color t e frustava lammasso fradicio con una racchetta da tennis.
Ben presto unorda di ragazzini urlanti correva dietro la macchina.  Guardateli,  disse Spinelli, e pigi il freno. I ragazzini vennero a sbattere contro la Land Rover; uno di loro cadde sul culo, altri indietreggiarono e rimasero spaventati a guardare la Land Rover che ripartiva.  Oh, smettila!  disse Natalie. Non appena lauto prese velocit, i ragazzini ricominciarono a inseguirla; non capitava tutti i giorni di vedere una Land Rover, nella Cit. Spinelli di nuovo pigi il freno, schiaffeggiandosi la coscia con soddisfazione. Intravidi la faccia del ragazzo pi alto schiacciata contro il lunotto, col naso che sanguinava a fiotti. Spinelli aveva una risata di petto, simile allabbaiare di un grosso cane, che finiva con un rumore di risucchio. Era contagiosa; stavo ridendo a crepapelle anchio.
Ci fermammo davanti a una chiesa dove si sentiva un coro cantare: voci gravi, profonde. Spinelli entr per lasciare un messaggio a Philippe; io e Natalie lo aspettammo fuori. Si fece largo tra i ragazzini, che si scansarono mormorando: Mundele, mundele. Volevo dire qualcosa che avrebbe compiaciuto Natalie, ma tutto quello che mi venne in mente fu:  Che cosa dicono?  Significa senza pelle,  mi disse lei. Il ragazzo alto sanguinava ancora, ma non staccava gli occhi da Natalie. Lei gli fece una foto; lui si asciug il naso sanguinante e si sottrasse allobiettivo; qualche altro ragazzino si copr la faccia con le mani. Non sapevo cosa dire, perci chiusi gli occhi e finsi di sonnecchiare.
 Mi sa che dovrete trovarvi un altro cuoco, Archibucio,  disse Spinelli issandosi sul sedile.  Stanno cantando per il funerale di Philippe.  felicemente passato a miglior vita.
Dalla Cit andammo al mercato  Le Grand March  e gironzolammo sul posto: era troppo presto per tornare a casa. Tutti quegli odori e colori, tutta la materia del mondo: serpenti, insetti, ratti e roditori, galline chioccianti e polli spiumati, pesci piatti, pesci lunghi, pesci quadri, e creature bastarde scuoiate che sembrava fossero state messe insieme allinferno. Spinelli barattava in lingala e in inglese, aiutandosi con le mani e le smorfie. Finse di interessarsi a una scimmia essiccata, le cui mani afferravano il vuoto con una disperazione poco appetitosa; pass in rassegna le patate dolci, ma non ne compr. Natalie fotograf alcune capre terrorizzate che aspettavano di essere macellate sotto il bancone, anguille che si agitavano in un tegame ammaccato, vermi che si contorcevano in una scatola da scarpe, e che la loro venditrice protesse dallobiettivo con un giornale.
Diversamente da noi, disse Spinelli, quella gente non aveva unidea astratta del male; per loro era magia nera operata da una persona specifica, per cui se volevi liberarti da un sortilegio nefasto eliminavi la persona. Il bene funzionava allo stesso modo: non era qualcosa cui potevi aspirare, come facevamo noi; non potevi procurartelo, ce lavevi o non ce lavevi. Spinelli impart la sua lezione antropologica mentre contrattava il prezzo di un enorme, barocco casco di banane; lo compr per una bazzecola e se lo caric sulle spalle. L era impossibile morire di fame, disse, perch banane e papaie crescevano ovunque, come le erbacce. Perci quella gente non imparava a lavorare; non aveva mai dovuto raccogliere e mettere da parte il cibo per sopravvivere. E per giunta aveva un sangue pi denso, il che spiegava perch dormisse in continuazione.
Nessuno dormiva nel Grande Mercato; schiamazzavano, urlavano, contrattavano tutti. Eravamo seguiti da una massa di gente che ci offriva cose di cui a occhio non avevamo bisogno: spazzoloni per il wc, ferri da calza, statuette scolpite in quelle che Spinelli sosteneva essere ossa umane. Mi azzardai a comprare un bracciale fatto davorio e peli di elefante, ma solo dopo che lui lebbe ispezionato. Avrebbe dovuto essere un regalo per Azra.
Pi tardi quello stesso giorno andammo allInterContinental e calpestammo il tappeto a macchie di leopardo fino al salone, dove un pianista con la coda di cavallo suonava As Time Goes By. Ordinammo cocktail colorati con degli ombrellini conficcati in frutti ignoti. Cerano uomini in costume zairota: ampi colletti, niente cravatta, petto nudo coperto doro, mani ingioiellate. Spinelli li chiamava i Grandi Ortaggi; era gente a cui piaceva tanto spuntare dal culo di Mobutu. E quelle onerose puttane bianche che li accompagnavano venivano da Bruxelles o da Parigi; allargavano le gambe per due o tre mesi, poi tornavano a casa con un borsellino di diamanti e ci vivevano per il resto dellanno. E quelluomo laggi era il dottor Slonskij, un russo arrivato l ventanni prima, quando bisognava importare la carta da cesso dal Belgio. Era il medico personale di Mobutu, ma ormai trattava soltanto i Grandi Ortaggi; a prendersi cura di lui, Mobutu adesso aveva un laureato di Harvard. Slonskij era costantemente depresso, perch gli piaceva farsi in vena.
Natalie aspirava dalla cannuccia, senza ascoltare, come se conoscesse gi la storia.  Tutto bene, Bella Vongola?  le chiese Spinelli. Io volevo dimostrare, per solidariet con lei, che non mi facevo intortare dalle chiacchiere di Spinelli, ma in realt ero suggestionato.
Poi cera Towser il Britannico. Il suo era un giardino di delizie terrene, con fiori impossibili anche solo da nominare; sua moglie lavorava allambasciata britannica. E quel giovanotto trasandato accanto a lui era il loro amico italiano. Stavano parlando con Millie e Morton Fester. Erano newyorkesi, ma amavano trascorrere del tempo in Africa; commerciavano arte tribale, ciarpame del genere, perlopi sottratto ai nativi dai Grandi Ortaggi. Millie scriveva fantasiosi romanzi porno; Morton era un ex fotografo del National Geographic, e setacciava il continente nero per immortalare animali stravaganti. Lui aveva una gran chioma canuta, e un paio di enormi occhiali che sporgevano oltre le guance scavate; lei aveva i denti gialli della fumatrice incallita. Spinelli li salut con un cenno e Morton fece un cenno di rimando. In qualche modo, quei cenni confermarono i racconti; Spinelli li fece esistere con un gesto della mano.
Poi fummo raggiunti da Fareed, un libanese con la testa liscia come una palla da biliardo che Spinelli chiamava affettuosamente Naso di minchia. Pag un giro di drink, e prima che avessi il tempo di dare il mio assenso ci ritrovammo su in camera sua, dove Naso di minchia apr davanti a noi una valigetta nera. Dentro cera un panno di velluto; lo srotol ed esib con orgoglio un mucchietto di diamanti grezzi, scintillanti come denti nella pubblicit di un dentifricio. I diamanti erano appena arrivati dal Kasai, disse Naso di minchia, freschi freschi dalle viscere della terra. Natalie tocc il mucchietto con la punta delle dita, preoccupata che quelle pepite di luce potessero svanire; le unghie mangiate scoprivano una carne sanguinolenta.  Tutto quel che ti serve per fare felice la tua ragazza, Archibucio, sono venticinquemila dollari,  disse Spinelli. Natalie mi guard e sorrise, a conferma del prezzo.
DallInterContinental ci spostammo verso casa di Spinelli avvolti dalle brume della mia euforia e dellumidit locale, superammo lambasciata americana, un palazzo di otto piani circondato da un alto muro. Guardiani annoiati fumavano dietro i cancelli di ferro. Sul tetto dellambasciata cera un groviglio di antenne che svettavano imploranti verso il cielo. Immaginai una vita di spionaggio e pericoli; immaginai le lettere che avrei spedito ad Azra da dietro le linee nemiche; avrebbero recato in calce un falso nome, ma lei avrebbe riconosciuto la mia scrittura: Quando riceverai questa lettera, mia cara, io sar in un luogo dove il tuo amore non potr pi raggiungermi.
 L  dove custodisco la libert per poter inseguire la felicit,  disse Spinelli.  Un giorno ti ci porto, Archibucio.
Salendo le scale del nostro palazzo passai davanti alla porta dietro la quale i miei famigliari stavano probabilmente cenando, ma la sensazione era che non ci fossero, come se casa nostra fosse deserta. Quellassenza avrebbe potuto spaventarmi, ma ero troppo eccitato per curarmene.
Dalla porta di casa, Spinelli and dritto al registratore e lo accese. Le rotelle iniziarono a girare lentamente, con indifferenza.  Signore e signori, Immigrant Song,  esclam Spinelli, quindi prese a ululare con la musica:
 AaaaAaaaAaaaaaaAaaa Aaaa
Mi tappai le orecchie con le mani nella caricatura della sofferenza, e Natalie rise. Sempre gridando, Spinelli rovist tra le macerie sul tavolino finch trov quella che identificai immediatamente come una canna. Interruppe gli ululati per accendersela, fare un rapido tiro e passarla a Natalie. In fatto di droghe io ero vergine, ma quando Natalie, trattenendo il fiato tanto da farsi venire gli occhi in fuori e con ci, chiss come, ancora pi azzurri, quando Natalie me la propose, la presi e aspirai pi forte che potei. Va da s che immediatamente buttai fuori tutto a colpi di tosse, eruttando saliva e catarro verso Natalie e Spinelli. La sua risata part dal naso, le sollev gli zigomi e dilat le narici  dovette sdraiarsi e tenersi la pancia. Dal mio pendeva un cordino di muco, lungo quasi fino al mento.  Se non sopporti il calore, Archibucio,  nitr Spinelli,  non cacciarti nel forno . Be, a me il forno stava piacendo, e quando la tosse si calm tirai unaltra boccata e trattenni il fumo nei polmoni, resistendo al tremendo prurito in gola, e aspettando che mi salisse leffetto.
Spinelli si sedette alla batteria e impugn le bacchette. Era concentrato su unaltra canzone, adesso, e aspettava per poi colpire energicamente i timpani, accompagnare la musica, mordendosi le labbra per esprimere lardore.
 Il bridge pi straordinario nella storia del rock n roll, cazzo,  disse. E torn ad attaccare i timpani, la canzone andava avanti ma lui continu. Riconobbi quel beat, era quello che ci aveva spaventati la prima notte.
 Come si chiama questa canzone?  domandai.
 Stairway to Heaven,  disse Spinelli.
 Suona cos africana
 Non  africana. Questo  Bonzo, pi bianco di cos
Natalie prese la canna che le porgevo; le sue dita erano morbide e fredde, il tocco incredibilmente delicato. Mi abbandonai allindietro e fissai il ventilatore che girava frenetico, come se avessero murato un elicottero capovolto nel soffitto. Spinelli smise di rullare e fece un tiro sibilante.
 Vedi,  disse, espirando,  tu sei solo un ragazzino innocente, Archibucio. Quando avevo la tua et ho fatto cose che adesso non farei, ma le ho fatte e cos non devo farle adesso.
Stava riavvolgendo una cassetta, premendo alternatamente Stop e Play nel tentativo di ritrovare linizio. La cassetta cigol e gemette finch Spinelli individu il momento di silenzio precedente linizio di Stairway to Heaven.
 Quante cose che non sai, figliolo. Lo sai quello che non sai?
 No, non lo so.
 Non hai idea di quante cose non sai. Prima di sapere qualcosa, devi sapere quello che non sai.
 Lo so.
 Col cazzo che lo sai.
 Lascialo stare,  disse languidamente Natalie.
 Zitta tu . Fece un altro tiro, sput sulla piccola cicca e la lanci verso il posacenere sul tavolino, mancandolo di quasi un metro. Poi mi chiese:
 Perch sei qui?
 Qui? A Kinshasa?
 Lascia perdere Kinshasa, Archibucio. Perch sei qui su questo cazzo di pianeta? Lo sai?
 No,  dovetti ammettere.  Non lo so.
Natalie sospir, suggerendo che sapeva dove si andava a parare.
 Esattamente,  disse Spinelli, e colp un piatto con la bacchetta.   proprio questo il tuo problema.
 Tutto bene, tesoro?  mi chiese Natalie, allungando una mano per toccarmi ma senza riuscire a raggiungermi, n io riuscivo a muovermi.
 S, come no,  dissi.
 Sentilo: S, come no,  disse Spinelli.  Sembra un americano.
 Lascialo in pace.
Ma Stairway to Heaven stava carburando, la batteria faceva il suo ingresso.  Vai cos . Spinelli inizi a saltellare eccitato.  C sempre un tunnel alla fine della luce.
Adesso era chino su di me, e mi nascondeva le pale del ventilatore.
 Steve,  disse Natalie senza troppa convinzione.  Lascialo stare.
 Lho gi lasciato,  disse Spinelli.  Viviamo come sogniamo. Ognuno per i cazzi suoi.
 Questo  Conrad,  dissi.
 Cos?
 Joseph Conrad.
 No, no, no, no, niente affatto, capo. Questo non  Joe Conrad. Questa  la verit.
Mi suon il bridge di Stairway to Heaven sopra la testa, a occhi chiusi, arricciando il labbro inferiore. Natalie si scost da me, infil la mano tra la guancia e il cuscino e chiuse gli occhi a sua volta, sfoderando un sorriso celestiale. Lui si lasci cadere al mio fianco, con la schiena sulla pancia di Natalie.
 Qui c una trib  continu a voce pi bassa  che crede che il primo uomo e la prima donna sono scesi dal cielo con una corda. Dio li ha calati con una corda, quelli si sono slegati e il boss ha ritirato la corda. Ed  proprio cos che  andata, amico. Ci hanno calato quaggi e noi vogliamo tornare lass, ma non c la corda. E cos tu sei qui, Archibucio, e la corda  sparita.
Allarg le braccia e indic quello che ci stava intorno: il tavolino con una pila di National Geographic un tempo lucidi e sopra la macchina fotografica di Natalie; un posacenere traboccante e una bottiglia di J&B; alcune sculture debano di elefanti imperturbabili e gracili guerrieri di cui uno avvolto nella sua T-shirt.
 Ma almeno possiamo cercare di farci quanto pi vicino possibile al cielo,  disse, e cav di tasca una pepita di carta stagnola, che scart con delizia mostrandomi un pezzo di pasta verde oliva al centro.  Perci Dio ci ha dato lAfganistan.
Il giorno in cui fumai erba per la prima volta  anche il giorno in cui fumai hashish per la prima volta. Spinelli stacc qualche scaglia dalla pepita e la ficc gi per lo stretto buco di una pipa dargilla, mormorando tra s:  Oh yesss, Bob!  Stavolta non ebbi alcun problema ad aspirare il fumo e a soffiarlo fuori con grande lentezza.
 Sono qui,  disse Natalie, e le passai la pipa. Fum sdraiata sulla schiena, con gli occhi ancora chiusi. Il fumo le colava dalla bocca come se avesse smesso di respirare.
 Da piccolo ero molto simile a te, sai. Stavo ore a guardare la cartina del Sudamerica, dellAfrica e dellAustralia. Pensavo: io qui ci vado, cazzo,  disse Spinelli.
Mi fiss per un tempo infinito, come se stesse di nuovo guardando una cartina. I suoi occhi erano torbidi; quanto ai miei, facevo fatica a tenerli aperti.
 Ed eccomi qui. Perch credo in qualcosa. Dobbiamo tutti credere in qualcosa. Devi pur avere una strada da seguire.
Si abbandon allindietro addosso a Natalie, che starnut come un gatto ma rimase impassibile. Io avevo la testa e la pancia completamente vuote. Cercai di inspirare dellaria per riempire il vuoto che avevo dentro, ma non funzion. Boccheggiai, mi sgonfiai rapidamente e suon come un risolino: alle mie orecchie mi sembrai un altro.
 Vuoi un pezzo di banana o qualcosa?  chiese Spinelli.  Sei pallido come uno straccio . Si alz di scatto, facendomi trasalire, e si precipit in cucina. Natalie aveva la faccia cinerea, le labbra rosa; un capello solitario le scendeva sulla fronte fino alla bocca, dove curvava verso langolo destro. Prima che avessi il tempo di decidere, inspirai e mi sporsi verso di lei, piazzandole un bacio dove il capello sfiorava la bocca. Lei apr gli occhi e spalanc il sorriso tanto che riuscii a scorgere la punta della lingua fra i denti.
Mi ritrassi sul mio trono di stupore nellistante in cui Spinelli tornava con unenorme banana di un giallo fiammeggiante in una mano. Me la porse e disse:
 La scimmia gradirebbe una banana?
La scimmia mangi la banana, perse subito conoscenza e sogn due donne, una grassa, laltra magra, che sferruzzavano lana nera al ritmo della batteria, cantilenando rabbiose: Spinelli! Spinelli! Spinelli! Al che mi svegliai e vidi Tata col suo casco coloniale e il pigiama di flanella che sbraitava contro Spinelli agitandogli sotto il naso un dito furioso e rubizzo. Spinelli aveva le mani sui fianchi, le stava lentamente stringendo a pugno; era pronto a colpire mio padre. Volevo intervenire in difesa di Tata, ma i miei arti restarono immobili. Natalie si tir su a sedere e disse:  Steve, lascia perdere, lascia che Bogdan porti a casa il ragazzo . La matassa di capelli schiacciati sul lato destro della testa di Natalie aveva la forma di unarpa, o di un semicuore.
 Va bene, amico, chiedo scusa. Stavamo solo facendo un po di festa,  disse Spinelli.  Spero che sia tutta passa acquata.
Scendere al piano di sotto fu davvero come valicare un passo sottacqua: una corrente invisibile mi premeva contro le ginocchia, non sentivo pi il terreno solido sotto i piedi. Tata praticamente mi port a braccia, afferrandomi brutalmente le carni con le mani, duro. Mi parlava, ma io riuscivo soltanto a sentire il suo tono di voce: era rabbioso e fremente. Di sotto, mamma e Sestra erano sedute sul divano come i membri di una giuria; Sestra mi guard con assonnato divertimento; mamma aveva la faccia inondata di lacrime. Per qualche ragione a me sembrava tutto molto buffo, e quando Tata mi moll sulla poltrona davanti a loro, scivolai sul pavimento contorcendomi dal ridere.
Pi tardi, nel cuore della notte, barcollai fino in cucina, al buio trovai la pattumiera, pigiai il pedale per sollevare il coperchio e scaricai un denso, confortante getto di piscio nella bocca spalancata.
Da parte dei miei non ci furono discorsi, niente messe in guardia su droghe e alcol, niente predicozzi sul rispetto di s, nessuno si lament di aver dovuto pulire la pozza di piscio sul pavimento della cucina. Si limitarono a fissarmi, in silenzio, dallaltra parte del tavolo da pranzo: Tata faceva il muso con laria impensierita, riflettendo sulla preoccupante questione del mio futuro; mamma si premeva la mano contro la guancia, scuotendo la testa per lincredibile sfortuna di avermi come figlio, le lacrime che gemmavano agli angoli degli occhi.
Fui costretto a seguirli ovunque: da Lolo La Crevette, dove divorammo gamberi con Vaske, un macedone malarico incline a elargire protratti resoconti sul suo loquace cacatua; al circolo portoghese, dove seguii linetta partita a tennis tra due decrepiti francesi che sbraitavano contro un raccattapalle pelle e ossa impegnato a rimediare ai loro lanci scriteriati; al supermercato belga, debitamente sovrilluminato, dove erano tutti di un bianco immacolato, come se il luogo fosse stato magicamente trasportato l dal pallido cuore di Bruxelles. Spesso portavo con me Cuore di tenebra e cercavo di leggere quando nessuno mi parlava, evenienza decisamente troppo poco frequente. Tutto quel che volevo era stare da solo.
Ma ero solo soltanto quando fumavo sul balcone nella calura bituminosa, sperando di scorgere Spinelli o Natalie gi in strada, cosa che non capitava mai. Mai che sentissi strascichii di piedi al piano di sopra, o la porta sbattere, o suonare la batteria e sbraitare accompagnando i Led Zeppelin. Quando ripensavo al tempo trascorso insieme, non ci ricordavo fare qualcosa o andare da qualche parte. Tutto quello che riuscivo a rammentare era la voce, reboante e stridula, che snocciolava le sue avventure: Spinelli che risaliva il Congo con una truppa di mercenari, in cerca di un satellite sovietico precipitato; Spinelli alle prese con alcuni cannibali che lo avevano preso per un dio perch aveva materializzato una moneta dietro lorecchio di un guerriero; Spinelli in Angola, immerso fino agli occhi nelle acque basse di un fiume, come un ippopotamo, invisibile alla pattuglia cubana che lo stava cercando; Spinelli in compagnia di un futuro disertore in un ristorante di Durban, che mangia cervello di scimmia crudo a cucchiaiate da un cranio scoperchiato.
Una domenica andammo a un ricevimento nel giardino dellambasciatore cecoslovacco a Gombe. Cerano birra e champagne, punch e succo di maracuj; cerano montagne di stuzzichini e frutta, serviti su enormi vassoi da una coppia di umili camerieri; cerano le due bionde figlie gemelle dellambasciatore rumeno; cerano Sua Eccellenza e consorte; e cerano un sacco di scaltri ragazzini comunisti che scorrazzavano intorno e si prendevano gioco del rabbioso scimpanz tenuto in gabbia accanto al capanno del giardino. Io avrei voluto trovare un angolo tranquillo e leggere, ma Tata mi costrinse a una partita di pallavolo. Giocammo su un campo sabbioso tra due enormi palme le cui foglie pendevano sopra la rete come penne di mostro. Eravamo in squadra con un tozzo bulgaro coperto di catene doro che sferragliavano a ogni palla mancata, e con le gemelle rumene che saltellavano graziose incontro alla palla per ricadere stupidamente sul culo. Fortuna che con noi cera pure un russo di nome Anton, alto e segaligno, occhi grigi e naso a patata. Era di gran lunga il nostro miglior giocatore e sbaragli agilmente la squadra avversaria. Mi mostr come rendere le dita flessibili per far volare la palla sufficientemente in alto e consentire a Tata di schiacciarla nelle carni stupendamente flosce del nostro ambasciatore.
Anton fu lunico uomo a non fumare n bere dopo la partita; anzi non bevve neppure acqua; sapeva come mantenere il controllo. Seguii lui e Tata a un tavolo sotto un gigantesco ombrellone; tra loro parlavano russo, e Anton aveva una voce brusca e profonda, abituata a impartire ordini. Picchiett sul tavolo il dito irrequieto; Tata alz le braccia al cielo; ogni tanto si voltavano a guardarmi. Non capivo di cosa stessero parlando, ma a un tratto da quei vaniloqui slavi emerse il nome di Spinelli. Una vampata di speranza mi attravers il petto, e quando mi voltai vidi Natalie camminare a piedi nudi verso di me in un diafano abito bianco, con il sole che trasformava le sue trecce in unaureola. Ma in realt era una delle gemelle rumene che tracannava birra da un grosso boccale, due rivoli che dagli angoli della bocca le scendevano sul mento brufoloso.
Poco tempo dopo partimmo verso est per il safari promesso. Sulla pista dellaeroporto di Goma un uomo ci aspettava; lo vedemmo non appena sbarcammo dallaereo. Portava un paio di occhiali da sole, camicia bianca e una cravatta nera; and incontro a Tata e gli strinse la mano con fare diplomatico, quasi stesse accogliendo unautorit. Gli parl in francese, quindi per noi  o meglio per me, anche se guardava mamma  pass allinglese, dandoci il benvenuto a Goma e augurandoci un piacevole soggiorno al Karibu Hotel, come pure un fortunato safari. Si chiamava Carlier; ci assicur che era al nostro servizio, e baci la mano di mamma mentre lei cercava di sottrargliela. Accarezz i capelli di Sestra e a me fece un cenno del capo, come se pensasse che fossi uno tosto e la cosa gli suscitasse rispetto.
Carlier biascicava le parole, e non riuscivo a capire se era il suo accento o se fosse ubriaco. Tolti gli occhiali da sole e un grosso anello con un diamante al dito medio, aveva laria di un macellaio in un quartiere povero: un testone grasso e massiccio, grandi orecchie con lobi carnosi, macchioline sanguigne su una faccia spietatamente scorticata. In quel forno di aeroporto ci scort a suon di bustarelle, allungando la mano piena di soldi a ufficiali in uniforme e Piccoli Ortaggi che corrucciavano la fronte con aria solenne. Fuori dalledificio scacci uno stuolo di tassisti e ambulanti e ci guid a un furgone accanto al quale stava sullattenti un uomo in giacca e cravatta annodata stretta. Carlier gli abbai qualcosa e laltro scatt come un leopardo ad aprirci la portiera.
Le strade di Goma erano avvolte da nuvole di polvere nera. In un attimo di inquietante trascendenza mi resi conto che tutta la gente nel mio campo visivo era scalza, e che non mi riusciva di ricordare a cosa servissero le scarpe. Ma poi vidi poliziotti con gli stivali in piedi sulle verande, appoggiati contro al muro come i cattivi in ozio nei western, e il mondo dei fatti puri e semplici fu ripristinato. Quando ci fermammo per far passare un indomito gregge di capre nessuno si avvicin al furgone per proporci ossa umane scolpite o ferri da calza.
 Se qui girate a destra,  disse Carlier,  siete in Ruanda.
Svoltammo a sinistra, uscimmo dalla citt, e proseguimmo tra distese di nera roccia lavica che circondavano sporadiche isole di selvaggia verzura. Sullo sfondo di quel paesaggio verde e nero una grigia montagna esalava fumo; la terra aveva un aspetto poco terrestre.  Nyiragongo,  disse Carlier, come se la parola si spiegasse da s.
Il Karibu Hotel consisteva in una serie di capanne sparse sulle rive del lago Kivu, il quale, ci disse Carlier gongolante, era privo di qualsiasi forma di vita: lultima volta che il Nyiragongo era eruttato, i gas vulcanici avevano ucciso tutte le creature viventi che conteneva. Io e Sestra dividemmo una delle capanne, che odorava di asciugamani puliti, insetticida e muffa. Mentre lei disfaceva la valigia canticchiando tra s, io guardavo fuori dalla finestra: una piroga scivolava placida sullacqua liscia; il cielo e il lago erano saldati insieme e non cera traccia di giuntura; una pallida luna levitava nella bruma. Da qualche parte il sole stava tramontando: tutto faceva ritorno alle tenebre dopo un infelice giorno allo scoperto.
Il divieto di andarmene a zonzo l pareva fosse sospeso; lasciai Sestra spaparanzata sul letto, felicemente ricongiunta al suo walkman. Con Cuore di tenebra in mano, imboccai il sentiero che saliva superando altri bungalow. Speravo di sfuggire alla cena in famiglia; avevo bisogno di stare solo e altrove. Lungo il tragitto dallaeroporto li avevo sentiti estranei, come se fossero degli attori pagati per inscenare meccanici gesti di sollecitudine e parentela: Tata col suo assurdo casco coloniale; mamma con un sorriso ebete e la solita paura del futuro; Sestra che si accostava a qualunque cosa con inutile curiosit: ricordavo che un tempo li avevo amati, ma non ricordavo perch, ed ero terrorizzato.
Le siepi, accuratamente potate, erano imbevute della luce del crepuscolo; lampioni bassi come funghi baluginavano lungo il sentiero. Camminai fino a una terrazza che si apriva davanti a unampia sala ristorante. Al centro, come un altare, si ergeva un tavolo coperto di fiori e cibarie. E l, di spalle, intento a scegliere fette di carne e pezzi di frutta che disponeva nel proprio piatto, cera Steve Spinelli. Riconobbi il torace triangolare e i fianchi stretti, i riccioli ad artiglio e gli stivali da cowboy. Per un attimo fui tentato di sgusciare via, ma poi lui si gir  con una vera e propria montagna di viveri nel piatto  e mi guard senza unombra di sorpresa.
 Guarda un po chi cazzo si vede,  disse.
Usc sulla terrazza e io lo accompagnai al suo tavolo; mi invit a sedermi e mi sedetti, deciso a congedarmi appena possibile, prima che pap mi trovasse l. Senza che nessuno me lavesse chiesto, dissi:
 Domani andiamo al Virunga National Park, facciamo un safari.
 Il mondo  uno spasso, Archibucio,  disse Spinelli.  Diventa ogni giorno pi spassoso.
 Natalie  con te?
 S.
 Perch siete qui?
Affondava il cucchiaio nelle cibarie e masticava di gusto con la bocca aperta, ignorandomi. Fra una cucchiaiata e laltra tirava boccate da una sigaretta che poi riponeva nel posacenere.
 Per una vacanza,  disse.  E gi che mi trovo, magari discuto anche di una questione importante con tuo padre.
 Tipo cosa?
 Tipo te, magari. O magari no. Dobbiamo pur farla passare quellacqua.
Presi le sue Marlboro e ne accesi una. Mi sfior lipotesi che potesse essere una sigaretta corretta, ma il sapore era buono. Lui sembrava parlarmi da un luogo in cui le singole vite non contavano nulla  tutti i ruoli e gli scopi erano gi stati assegnati, e io non sapevo quale fosse il mio. Mi agitai e picchiettai sulla sigaretta finch la zolla di cenere incandescente si stacc.
 Mi dicono che sei un bravo giocatore di pallavolo,  riprese Spinelli.  Ti  piaciuto Antonyka?
 Come fai a conoscerlo?
 Conosco molta gente. Anton  un vero signore, nonch un comunista rompicoglioni.
Fece cenno a Carlier, che entrava in sala in quel momento accompagnato da un uomo alto coi basettoni e uno scafandro afro. Carlier si rivolse alluomo in modo brusco, indicando il vassoio della carne, poi i fiori  cera un po di disordine da rimettere a posto.  Conosco anche Carlier, per dire,  prosegu Spinelli.  Piazzavamo armi in Angola insieme . Luomo alto prendeva nota e intanto guardava Carlier con uno sgomento che gli tirava i muscoli e i tendini degli avambracci. Me lo vidi colpire Carlier in piena faccia allimprovviso, con il sangue che gli schizzava la camicia bianca, e Carlier che cadeva per terra gridando aiuto.
 Anche tuo padre ha giocato con te e Anton, vero?  disse Spinelli.  Scommetto che insieme ve la siete cavata niente male.
Carlier lasci che luomo alto se la sbrigasse con il problema in corso e venne a sedersi sulla sedia accanto a Spinelli. Tir fuori una pipa dal taschino, rimosse col mignolo qualche resto dal fornello ma non laccese.
 Non basta la frusta per Monsieur Henri,  disse Carlier con stizza.
 Prima o poi quello ti taglia la gola, altroch,  disse Spinelli.  E io pianger sul tuo cadavere tanto da non riuscire pi a pisciare.
Con un ghigno dapprovazione, Carlier prese il mio libro, lo guard senza interesse e lo rimise gi. Io glielo tolsi di mano e augurai la buonanotte.
I lampioni a fungo gettavano sul sentiero niente pi di una luce fioca. Il ghiaietto di lava scricchiolava sotto i miei piedi. Creature misteriose frusciavano tra i cespugli e gli alberi bui. Il cielo era picchiettato di stelle, con uno sbaffo di Via Lattea. Mi ero perso; non ricordavo il numero della capanna, identica a tutte le altre; sembrava che il sentiero fosse circolare.
Non so perch mi comportassi come un folle. Sentii dei passi scendere sul sentiero alle mie spalle; mi addentrai nelle tenebre e mi acquattai dietro un albero con precisa lucidit dintenti; qualcuno laveva gi fatto una volta e io stavo solo ripetendo gli stessi gesti. Lasciai cadere il libro; qualunque cosa si nascondesse tra le fronde si spost pi su a passi strascicati, e io non ebbi il coraggio di recuperare il libro. Sotto la mia mano sudata, la corteccia dellalbero era liscia e fragrante. I passi si fermarono.
 Esci fuori, Archibucio. Ti vedo.
Avevo paura di muovermi o guardarlo, buttavo fuori il fiato fino a svuotarmi e poi inspiravo dal naso, sempre pi frastornato ed euforico, quasi che in quel modo mi rendessi invisibile. Qualcosa mi cadde in testa dallalto  una foglia, un insetto, un pelo di scimmia  ma non me lo scrollai di dosso. L era cos facile dimenticare tutto, perdere ogni punto di riferimento. Un esercito di insetti strideva e ronzava a un volume assordante, come se stesse tagliando un cavo dacciaio; poi si interruppe. Uscii sul sentiero.
 Andiamo a salutare Bella Vongola,  disse Spinelli.  Sar felice di vederti.
 Magari pi tardi,  dissi io.  Devo andare.
  pazza di te, sai. Parla di te continuamente. Sar felice di vederti . Mi mise un braccio intorno alle spalle; avvertii il peso del suo avambraccio sul collo, mentre lui mi spingeva delicatamente in avanti.
Nella loro camera cera un odore di zucchero bruciato; sul soffitto il ventilatore non dava segni di vita. Natalie era distesa su un fianco, la mano infilata tra la guancia e il cuscino, un sorriso beato sul viso illuminato dallabat-jour. Intorno al bicipite cera un laccio di gomma mollemente attorcigliato. Sul comodino, una siringa, un cucchiaio e una candela accesa. Ebbi un attimo di smarrimento: vedevo bene di cosa si trattava, ma il pensiero non riusciva ad acquistare significato. Spinelli le accarezz la fronte con il dorso della mano e le scost un capello vagante dalla guancia.
  bella, vero, cos serena,  sussurr.  Ti piacerebbe scopartela?
 Non lo so,  dissi.  Non credo.
 Adesso  un pochino sconnessa, ma ne sarebbe felice, credimi.
 No, grazie.
 Qual  il tuo problema, Archibucio? Quando avevo la tua et mi tirava ventiquattrore al giorno sette giorni su sette.
Incombeva su di lei con le mani sui fianchi. Io non potevo muovermi, finch le mie ginocchia diventarono talmente deboli che dovetti sedermi, la schiena contro Natalie. Nella sua incoscienza, lei non si spost quando mi chinai sulla sua pancia. Avevo raggiunto il punto pi lontano della navigazione. Cara Azra, le foglie hanno coperto il mio sentiero. Non so se ti rivedr mai.
 Non riesci a fartelo venire duro, vero,  disse Spinelli ridacchiando.  Non ci riesci proprio. Ti faccio vedere una cosa . Si apr rapidamente la cintura con la fibbia a testa daquila e lasci cadere i jeans. Il suo cazzo mi si par davanti agli occhi come un cannone in posizione di tiro. La testa completamente viola; le vene blu che sembravano pulsare.
 Un possente siluro, e pronto a esplodere,  disse Spinelli, e lo accarezz.  Vuoi toccare? Forza, toccalo.
Natalie sospir ma non apr gli occhi; la fiammella della candela trem, sul punto di spegnersi. Con una fatica indescrivibile, finalmente mi alzai in piedi e lo respinsi.  Ehi!  disse lui barcollando indietro coi pantaloni alle caviglie. Mi aspettavo che mi afferrasse da dietro mentre uscivo, che mi sbattesse la testa contro la porta fino a farmi perdere i sensi, ero pronto, ma non accadde nulla.
Fuori, unincerta scia luminosa si stirava verso una luna catarattica. Il mio cuore eseguiva il bridge di Stairway to Heaven, ma oltre il rumore nelle mie vene, oltre le gambe molli, oltre il sudore freddo sulla pelle, cera una limpida corrente che mi portava lontano da tutto quello che era stato me. In cima al sentiero, superato uno stagno di un azzurro incongruo con una colonia dinsetti affogati, tornai verso il ristorante.
E al ristorante ci sarebbe stata la mia famiglia: mia sorella che rubava i piselli dal piatto del padre; il padre che si tagliava la bistecca, sempre col casco coloniale in testa nonostante lassillo della madre; la madre che divideva le carote dalle patate schiacciate nel piatto della sorella, perch la sorella non sopportava che entrassero in contatto. Avrei preso posto al tavolo, e il padre mi avrebbe chiesto dovero stato. Da nessuna parte, avrei detto, e lui non mi avrebbe chiesto altro. Faresti bene a mangiare qualcosa, sei cos pallido, avrebbe detto la madre. Mia sorella ci avrebbe detto quanto fosse impaziente di partire per il nostro safari, di vedere lelefante e lantilope e la scimmia. Domani sar davvero fantastico, avrebbe gridato, battendo le mani per la gioia, non vedo lora. E noi avremmo riso, la madre, il padre, e io, avremmo riso, Ah, ah, ah, ah, ah, e nascosto disperatamente i segni della corda.

Tutto
Prima di aprire gli occhi rimasi in ascolto: contro la barriera acustica di un treno sferragliante, due voci maschili; una era profonda come una miniera e parlava con laccento della Serbia meridionale; laltra borbottava appena e articolava le parole con linflessione di un teppista di Sarajevo, le consonanti morbide pi ammorbidite ancora, le vocali bloccate in gola. Di cosa stessero parlando non mi era chiaro, ma cerano il gorgoglio nel collo della bottiglia, il crepitio di una sigaretta accesa.
 Francia,  disse il tizio di Sarajevo.
 Non gradito.
 Germania.
 Non gradito.
 Grecia.
 Mai stato.
 Non gradito.
 L non so,  disse il serbo, e ridacchi.
Il treno rallent fino a fermarsi; sentii aprirsi la porta scorrevole. Uno dei due si alz e usc dallo scompartimento; laltro lo segu. Aprii gli occhi; la porta si richiuse. I due abbassarono il finestrino e si misero a fumare. Un uomo e una donna raggiunsero il treno correndo, ciascuno con un paio di valigie sbatacchianti contro i polpacci  la donna aveva uno squarcio su una gamba. Considerai lidea di filarmela dallo scompartimento: avevo un malloppo e la mia vita cui pensare. Ma i miei compagni di viaggio avevano le chiappe appoggiate alla porta, e a uno spuntava la riga del culo dal bordo dei pantaloni. Il treno si rimise in moto con uno scossone; lanciarono i mozziconi e tornarono dentro. Io richiusi gli occhi.
 Lo conoscevi Tuka?  chiese il tizio di Sarajevo.
 No.
 E Fahro?
 Fahro chi?
 Fahro la Bestia.
 Fahro la Bestia. Quello col naso staccato a morsi?
 S, lui.
 Non lo conoscevo.
 In che braccio stavi?
 Sette.
 Stupro?
 Furto con scasso.
 Furto con scasso era il Sei.
 Be, io ero nel Sette,  disse il serbo, stizzito.
 Io nel Cinque. Omicidio colposo.
 Per.
 Ero un po bevuto.
 La vita  un mortorio se ogni tanto non bevi un po,  concluse saggiamente il serbo, attaccandosi alla bottiglia. Tacquero e mi osservarono. Non era irragionevole credere che fiutassero la mia paura e stessero per tagliarmi la gola e prendersi i miei soldi. Quando sentii uno di loro venire verso di me strascicando i piedi aprii gli occhi. Mi stavano fissando con unaria perplessa.
 Il bambino  sveglio,  disse quello di Sarajevo.
 Dove stai andando?  mi chiese il serbo.
 A Zagabria,  dissi io.
 A far che?
 A trovare mio nonno.
 Se mia nonna avesse le palle, sarebbe il nonno,  disse quello di Sarajevo, apparentemente senza motivo.
 Ce lhai una sorella carina da farci coccolare?  chiese il serbo, e si lecc le labbra.
 No,  dissi.
Mio nonno era morto, e prima di esserlo non viveva a Zagabria; e avevo pure una sorella. In verit ero diretto a Murska Sobota, con un rotolo di banconote in tasca e lincarico di comprare un congelatore orizzontale per i miei.
Alcune settimane prima che mi mettessi in viaggio, mio padre aveva convocato una riunione di famiglia.  Nella vita di ogni famiglia,  cos aveva aperto il suo discorso,  arriva un momento in cui si  maturi per un congelatore orizzontale . Il cassetto freezer del frigorifero non era pi abbastanza spazioso per i viveri  essenzialmente carne  destinati ai figli in crescita; gli amici di famiglia erano talmente numerosi che le scorte per un banchetto improvvisato dovevano essere a portata di mano in qualunque momento; il benessere della nostra famiglia necessita di nuovi investimenti: la prosperit richiedeva uno stoccaggio maggiore. A mio padre piaceva quel tipo di riunioni, con tutta la famiglia che gioca alla democrazia. Spesso toccava sottoporsi ad assemblee del genere per votare una decisione che lui aveva gi preso. Anche stavolta non ci furono obiezioni: pur desiderando un congelatore orizzontale, mia madre di fronte alla retorica paterna alz gli occhi al cielo; io feci in modo di apparire indifferente come si conviene a un diciassettenne; mia sorella invece prendeva appunti, con una lentezza esasperante. Allepoca aveva tredici anni, ed era ancora devota alla perfezione calligrafica.
Con mio sommo stupore, tuttavia, fui eletto allunanimit per andare a comprare il congelatore orizzontale. Pap operava in modi misteriosi: aveva intercettato il pi grande congelatore  il modello da seicento litri  disponibile su quello che era il penoso mercato socialista iugoslavo; aveva scoperto chiss come lofferta migliore a Murska Sobota, un piccolo centro in fondo in fondo alla Slovenia, non lontano dal confine ungherese. Avrei dovuto prendere il treno di notte fino a Zagabria, poi un autobus per Murska Sobota; avrei pernottato in un albergo ambiziosamente chiamato Evropa; avrei, lindomani, consegnato i soldi a tale Stanko e l si concludeva la mia missione. Stanko si sarebbe occupato della spedizione, io dovevo solo tornare a casa sano e salvo.
Il tizio di Sarajevo mi guardava attento, probabilmente valutando se farmi fuori perch era chiaro che avevo mentito. Era in giacca e cravatta ma le scarpe facevano schifo, con quelle suole che si staccavano. Sbattendo lentissimamente le palpebre, come se misurasse il tempo con gli occhi, mi chiese:
 Tu scopi?
 Come?
 Tu scopi? Usi il cazzo come andrebbe usato?
 Un pochino,  dissi.
 Io adoro scopare,  disse il serbo.
 Non c niente di pi piacevole di una scopata,  disse quello di Sarajevo.
 Gi,  disse malinconicamente il serbo, e si strofin il pacco. Aveva le nocche tatuate; indossava un giubbotto di pelle e scarpe talmente a punta che sembrava se le fosse appuntite ad arte perch penetrassero pi facilmente nel cranio.
Nonostante avesse votato a favore del mio reclutamento per la missione congelatore orizzontale, mia madre si preoccupava per il viaggio. Quanto a me, ero elettrizzato: Murska Sobota suonava esotico e pericoloso. Era la prima volta che mi allontanavo da casa solo, la mia prima trasferta in solitaria, la prima occasione che avevo di vivere delle esperienze da cui sarebbe scaturita pi di una poesia. Perch ero un poeta in erba; avevo riempito interi taccuini di desideri adolescenziali e opprimente noia in versi (essendo, la noia, sempre il lato B del desiderio). Mi attrezzai per la spedizione: un taccuino vergine; matite di riserva; un libro di Rimbaud, la mia bibbia (Stavo discendendo dei Fiumi imperturbati, | quando persi la guida dei miei alatori)1; svariati pacchetti di Marlboro (al posto delle solite merdose Drina); e ununica pillola contraccettiva avuta in cambio di Physical Graffiti, un doppio lp dei Led Zeppelin di cui, essendo passato ai Sex Pistols, non mimportava pi nulla.
Ero un vergine riluttante, con ossa fasciate da amorosa carne. Perci coltivavo la credenza, non insolita tra gli adolescenti maschi, che, oltre le cerchie inibitorie di parenti, amici e fidanzatine liceali puritane, si apriva un vasto, selvaggio territorio di sesso purissimo dove il pi irrisorio contatto fisico o visivo portava a una copulazione senza vincoli. Per la quale io ero preparato: in vista del viaggio avevo, nella mia mente stordita di ormoni, testato una serie di scenari, e concluso che il momento decisivo sarebbe stato quando le avrei offerto la pillola, esprimendo cos la mia virile premura e nobile responsabilit  nessuna femmina poteva rifiutarla.
 Hai laria sveglia tu,  disse quello di Sarajevo.  Vediamo se riesci a risolvermi un indovinello.
 Sentiamo,  disse il serbo.
  senza testa ma ha cento gambe, mille finestre e cinque pareti. Non  mai uguale, ma sempre quasi uguale.  di colore bianco, nero e verde. Scompare e ricompare. Odora di sterco, di paglia e olio per macchine.  la cosa pi grande del mondo, ma sta nel palmo di una mano.
Il tizio di Sarajevo mi guardava accarezzandosi malinconicamente la barba di tre giorni, come se si stesse rivedendo al tempo in cui aveva la mia et, prima di imbarcarsi sul battello ubriaco dellet adulta, quando ancora non conosceva la risposta dellindovinello.
  una casa,  disse il serbo.
 Nessuna casa ha cento gambe, stupido testa di cazzo,  disse quello di Sarajevo.
 Stupido a chi?  disse il serbo, e si alz per affrontarlo, con le mani strette a pugno.
 Okay, okay,  disse quello di Sarajevo alzandosi e gettandogli le braccia al collo. Si abbracciarono e baciarono pi volte sulle guance, poi tornarono a sedersi. Speravo che lindovinello fosse dimenticato, ma quello di Sarajevo non mollava; mi diede un colpetto al ginocchio con la sua scarpa schifosa e disse:  Allora, bello, che cos?
 Non lo so.
 Un elefante,  disse il serbo.
 Sta zitto,  disse quello di Sarajevo. Il serbo balz su pronto a colpire; quello di Sarajevo si alz in piedi; si strinsero e baciarono sulle guance; si risedettero.
 Rispetto,  disse il serbo,  o ti sfondo quel cazzo di cranio.
Quello di Sarajevo lo ignor.  Cos?  mi chiese. Io fingevo di riflettere.
 Tutto,  fece il serbo.   tutto.
 Fratello, con tutto il rispetto, forse non  la risposta giusta.
 E chi lha detto?
 Be, mai visto un indovinello la cui soluzione sia tutto, e poi non scompare e ricompare.
 E chi lo dice?
 Lo sanno tutti.
 E io ti dico di s.
 Tutto non sta in un palmo di mano.
 Io dico che ci sta,  disse il serbo, e si alz in piedi, i pugni contratti come non mai. Quello di Sarajevo rimase seduto, scuotendo la testa, apparentemente deciso a risparmiare la faccia allaltro.
 Va bene,  disse,  se per te  cos importante,  tutto.
 Perch lo ,  disse il serbo, poi si volt verso di me.  O no?
Lo sfolgorante chiarore dellalba: luce che si sparge da dietro i campi fangosi; un aereo che traccia una cicatrice bianca nel cielo; soldati ubriachi che latrano canzoni damore e stupro nello scompartimento accanto. I due uomini si erano placati, sfiniti dalle chiacchiere, e io mi addormentai. Al risveglio i due se nerano andati, lasciandosi dietro un tanfo di sudata incuranza. Controllai nella tasca se cerano ancora i soldi, poi trascrissi la conversazione e lindovinello cos come li ricordavo, e cerano tante altre cose da annotare. Durante quel viaggio, ero felice di osservare, tutto era degno di nota.
A Zagabria salii su un autobus per Murska Sobota. I pittoreschi colli dello Zagorje, le case da cartolina e qualche castello da fiaba svettante su un poggio; un florido ed elegante paesano a capo di una mandria di floride, grasse vacche lungo lorizzonte; galline che spigolavano vermi in mezzo a una strada sterrata. Mi segnavo voracemente ogni cosa  sembrava che qualcuno avesse pulito e adornato il paesaggio in vista del mio arrivo. Luomo seduto accanto a me era impegnato in un cruciverba; aggrottava e riaggrottava la fronte, masturbando la penna. Aveva i polsini logori; le nocche livide; la pietra dellanello era girata verso il dito medio. Molte delle lettere sconfinavano oltre gli appositi quadratini, le parole curvavano in su e in gi. A un certo punto si gir con una faccia impeccabilmente rasata e mi chiese, come se fossi il suo assistente incaricato di prendere appunti:  La citt pi grande del mondo?  Parigi,  dissi, e lui torn al suo cruciverba.
Questo accadeva nel 1984, quando io ero lungo e magro; le gambe mi facevano male, e in quellautobus microscopico non potevo allungarle. Il pus si accumulava nei miei brufoli nascenti, e avevo unindebita erezione in corso. Questo era, let giovane: un costante senso di disagio che mi induceva a immaginare un luogo dove il mio malessere sarebbe stato naturale, dove avrei potuto crogiolarmi nelle ferite, nella forza del vento e del mare. Ma i miei credevano fosse loro dovere orientarmi verso un luogo gradevole e benigno dove avrei potuto essere normale. Organizzavano conversazioni spontanee sul mio futuro durante le quali insistevano perch esprimessi quello che avrei voluto, quali fossero i miei piani per la vita e luniversit. Io replicavo citando gli sproloqui di Rimbaud sulla quantit dignoto che si risveglia nellanima universale della nostra epoca, unanima che comprende tutto: odori, suoni, colori, pensieri su pensieri eccetera. Loro naturalmente erano terrorizzati dal fatto che non avevano idea di cosa stessi parlando. I genitori non sanno niente dei loro figli; certi figli inducono i genitori a credere di poterli comprendere, ma  un trucco: i figli sono sempre un passo avanti rispetto ai genitori. I miei soliloqui dellanima spesso facevano rimpiangere a mio padre di non aver usato di pi la cinghia con me quando ero piccolo; mia madre leggeva le mie poesie in segreto  i miei taccuini erano macchiati dalle tracce delle sue lacrime inquiete. Sapevo che in fondo il progetto congelatore era nato allo scopo di mettermi di fronte a quelli che mio padre chiamava i panni sporchi della vita (bench i suoi li lavasse sempre mamma), di farmi sperimentare le banali operazioni quotidiane che costituivano lesistenza dei miei genitori e imparare che erano necessarie. I miei volevano che mi unissi a quellenorme comunit di persone che facevano di procacciamento e stoccaggio del cibo il principio organizzativo cardine della loro vita.
Il cibo: puah! Dimenticai anche solo di toccare il panino di pollo e peperoni che mia madre mi aveva preparato. Nel taccuino composi versi sulla seducente ipotesi di andare semplicemente avanti, nellinfinito dominio della vita, senza mai comprare un congelatore orizzontale. Avrei superato Murska Sobota verso lAustria, proseguito verso Parigi; mi sarei sottratto al futuro universitario e alle scorte alimentari; avrei comprato un biglietto di sola andata per lassolutamente imprevedibile. Mi spiace, avrei detto loro, dovevo farlo, dovevo dimostrare che si pu condurre una vita lunga e felice senza mai possedere un congelatore orizzontale. In ogni viaggio  inscritta una spaventosa, elettrizzante possibilit di non tornare.  il motivo per cui ci si dice addio, avrei scritto. Sapevate che poteva accadere spedendomi nella citt tentacolare, la citt infinita, spedendomi a Murska Sobota.
Prima di quel viaggio a Murska Sobota non mi ero mai registrato in un albergo. Ero preoccupato che la receptionist dellhotel Evropa non mi avrebbe ammesso perch troppo giovane. Ero preoccupato di non avere abbastanza contanti, o che inaspettatamente i miei documenti si rivelassero falsi. Mi ripetevo le frasi da pronunciare al banco della reception, e presto queste prove si trasformarono in una fantasia in cui una bella receptionist mi registrava svogliata, poi mi portava su in camera solo per strapparsi di dosso la divisa dellalbergo e trascinarmi nei madidi flutti del piacere. La fantasia fu debitamente annotata nel taccuino.
Inutile dire che la receptionist era un anziano bisbetico e villoso, rispondente allaustero nome di Franc. Franc stava registrando una coppia di stranieri, completi di scarpe da ginnastica, pantaloni di tela e giacche cerate per un viaggio allinsegna della comodit. Volevano qualcosa da lui, qualcosa che lui si rifiutava di concedere, e dalle vocali aperte e dai vagiti nasali capii che erano americani. Allora non sapevo (e ancora oggi non so) stimare let di un essere umano pi vecchio di me, ma la donna sembrava molto pi giovane di mia madre, forse per via delle mani lisce, preservate. Il marito era pi basso di lei, con le rughe che gli increspavano gli angoli degli occhi, sul mento una fossetta abbastanza profonda da poterci infilare una vite. Le mani nodose erano entrambe posate sul banco della reception, quasi stesse per balzarci sopra e aggredire Franc, il quale era fieramente deciso a non sorridere per nessuna ragione al mondo. La donna intanto continuava a gracchiare Yeah, sure, okay, e il receptionist a scuotere la testa. Aveva baffi sottili che marcavano stretto il labbro superiore, come un sedimento pilifero. Sul collo due simmetrici e sinistri fasci di graffi dunghia.
Ricordo tutto ci pur non avendolo annotato, perch trascorsi uneternit in attesa che gli americani finissero di registrarsi. Iniziai immaginando una conversazione che avrei avuto con la donna se mai ci fossimo ritrovati a dividere lascensore, mentre il suo impresentabile marito era opportunamente blindato da qualche parte in una realt remota. Con il mio inglese da liceo le avrei detto che il suo viso acceso di pellegrinaggio mi piaceva, che volevo stringere lalba destate fra le braccia. Avvinghiati luno allaltra avremmo barcollato fino alla sua stanza, dove non saremmo manco arrivati al letto, eccetera. Si chiamava, decisi, Elizabeth.
 Thank you,  disse lei infine, e si allontan dal banco con il marito che le incalzava il passo, quasi fosse cieco.
 Youre welcome,  disse Franc alle loro spalle.
Dal momento che non rappresentavo una sfida, io non gli interessavo minimamente: con me poteva parlare sloveno e infischiarsene se non capivo (capivo); poteva tranquillamente ignorare tutte le mie richieste da poveretto (le ignorava). Prese la mia carta didentit e i miei soldi e in cambio mi diede una grossa chiave legata a una pera di legno con inciso sopra 504.
Elizabeth e marito stavano ancora aspettando lascensore, e parlavano bisbigliando. Mi lanciarono unocchiata e fecero quello che fanno gli americani quando stabiliscono un contatto visivo indesiderato e superfluo: alzarono le sopracciglia, arrotolarono le labbra verso linterno e si illuminarono in volto in segno di innocente indifferenza. Io non dissi niente, n sorrisi. Sulla pera di Elizabeth intravidi il numero della loro stanza, 505, e cos quando uscirono li seguii. La mia era proprio di fronte alla loro, e al momento di entrare nelle nostre rispettive stanze Elizabeth si gir verso di me e mi scocc uno splendido sorriso.
Fu a Murska Sobota che mi confrontai davvero con lineluttabile tristezza delle camere dalbergo: una statuetta di Psiche con un bloc-notes su cui nessuno aveva ancora mai scritto; il copriletto con dei tremendi fiori viola; una foto in bianco e nero di unanonima localit di mare; un cestino dei rifiuti pieno di fazzoletti appallottolati che suggeriva una sciatta sveltina. La finestra affacciava sul tetto di un garage di cemento, al centro del quale una grossa pozzanghera tremolava come un miraggio nel deserto. Passare una notte da solo in quella spelonca era fuori discussione. Dovevo trovare un posto ad alta densit giovanile, dove grappoli di avvenenti ragazze slovene rifiutavano con fermezza gli approcci maldestri dei loro compaesani, decise a preservare la propria verginit per un ragazzo di Sarajevo munito di pillola e di un corpo da saccheggiare come un forziere.
La strada principale sembrava essersi spopolata di recente; transit un unico autobus solitario, con le luci interne abbassate al minimo. Non cerano locali n bar n giovani da scovare, soltanto vetrine di negozi chiusi: manichini anchilosati con le braccia aperte in un oscuro gesto di benvenuto; pile di vasi concentrici che incombevano su batterie di pentole; scarpe spaiate in ranghi serrati su uno scaffale, talmente diverse per forma e misura che ciascuna pareva rappresentare una persona scomparsa. Ed ecco il negozio che avrei dovuto visitare lindomani, per procurare alla mia famiglia un ingresso in un florido futuro. Nella vetrina, un congelatore orizzontale mastodontico luccicava come in una pubblicit celestiale.
Decisi di esplorare le vie laterali e non trovai che una schiera di palazzine addormentate, langoscioso mormorio dei televisori accesi che filtrava da un migliaio di finestre mute. Qua e l, il cielo era chiazzato di stelle. Uninsegna al neon in lontananza segnalava un bar chiamato Bar, ed  l che andai.
Al Bar non cera nessuno tranne un barbuto con la faccia da rospo il cui mento sfiorava lorlo di un boccale di birra, e una nuvola di fumo che aleggiava densa come un fantasma. Senza alzare la testa luomo mi scrut attentamente, quasi stesse aspettando che arrivassi con qualche sorta di messaggio. Di messaggi io non ne avevo, per cui andai a sedermi il pi lontano possibile da lui, accanto al bancone apparentemente deserto. Mi accesi una sigaretta, deciso ad aspettare che qualche bellezza facesse il suo ingresso.
Anche luomo si accese una sigaretta; buttava fuori il fumo come se liberasse lanima. Iniziai mentalmente a comporre una poesia il cui protagonista entrava in un bar vuoto come questo, fumava e beveva solo soletto, inventandosi battute di spirito, finch, al momento di ordinare unaltra birra, scopriva che il barista era morto, accasciato su una sedia dietro il bancone, la mano sinistra allungata verso un boccale di birra appena spillata. Avevo lasciato il taccuino in albergo, per cui non potei appuntarmi la poesia, ma continuavo a pensarci, a partorire nuove rime, a bere birra, a non guardare luomo. Perlopi le vite umane si spengono senza che gli altri se ne accorgano, e mi resi conto che sarebbe potuto accadere anche a me, quella sera. Avrebbero rinvenuto uno scomodo cadavere con un mucchio di soldi e una pillola misteriosa e si sarebbero chiesti: doveravamo quando aveva bisogno di noi? Perch non labbiamo deflorato prima che se ne andasse?
Luomo si alz e barcoll verso di me. Le spalle della giacca gli arrivavano quasi ai gomiti, come se si fosse improvvisamente rimpicciolito; dalla camicia spuntava una cravatta viola; portava un cappellino con una piuma logora conficcata nel nastro. Mi si sedette di fronte, bofonchiando un saluto. Al centro di due tondi violacei le sue palpebre sbattevano lentamente, quasi che prima di ogni battito decidesse se aprire gli occhi o meno. Mi voltai verso il bancone, fingendo di cercare il barista. Luomo balbett qualcosa farfugliando, indic il bancone e io annuii comprensivo. Gradualmente i suoni assunsero la forma di frasi compiute, scandite da sporadici sbuffi o manate sul tavolo. Non riuscivo a capire se la mia presenza nella sua tana lo rallegrasse o lo facesse incazzare.
Una cameriera piazz tra noi due grandi boccali schiumanti. Mi pos una mano affettuosa sulla spalla e verosimilmente mi chiese se era tutto a posto. Era voluminosa, una faccia che pareva imbottita, due bicipiti flaccidi; odorava di pasticceria. Lubriaco alz il boccale e me lo tenne sotto il naso per fare cin-cin finch ottemperai. Bevemmo e ci asciugammo la schiuma dalle labbra con il dorso della mano. Lui sospir in segno di approvazione; io espirai; bevemmo in silenzio e fumammo.
Arrivarono altre birre. Luomo decise di aprirsi: si pieg avanti e indietro, agit le mani imperscrutabilmente beffardo, punt il dito in varie direzioni e poi inizi a piangere; le lacrime gli scorrevano sulle guance ricamate di capillari.
  tutto a posto,  dissi.  Andr tutto bene . Ma lui si limitava a scuotere la testa, come se non ci fosse speranza o consolazione. Torn la cameriera con un nuovo carico e gli asciug la faccia con lo straccio per i tavoli; aveva laria di esserci abituata, a pulire quelle guance incrostate di pianto. Luomo aveva la cravatta zuppa di lacrime; la birreria era buia e vuota; io, ubriaco, bofonchiavo qualche Andr tutto bene. La cameriera asciugava pigramente i bicchieri dietro il bancone; il tempo passava silenzioso. E il mondo, quando ne uscirai che sar diventato?, scriveva Rimbaud. Nessuna delle sembianze attuali, in ogni caso2. Poi mi misi a piangere anchio.
Non avevo idea di quanto fosse durato il tutto, ma quando lasciai il Bar avevo la manica bagnata di lacrime e moccio. Rividi la cameriera pulirmi la faccia almeno una volta con il suo straccio che puzzava di sciacquatura di piatti irrancidita. Le avevo dato quella che mi pareva una grossa fetta dei soldi per il congelatore orizzontale e lei mi aveva chiuso la porta alle spalle. Luomo era rimasto dovera, con la testa delicatamente adagiata in una radura di quella foresta di boccali  probabilmente viveva l. Quando uscii nelle strade vuote di Murska Sobota mi sentii crescere dentro unondata di euforia. Tutto ci era esperienza: a quanto pare avevo perso la testa e sperimentato un moto di forte e autentica emozione; avevo appena bevuto con un estraneo disgustoso, come senza dubbio Rimbaud a Parigi tanto tempo prima; avevo appena detto Fanculo fottiti alla vita responsabile che i miei genitori avevano in serbo per me; avevo appena passato del tempo nei bassifondi di Murska Sobota e ne ero riemerso bagnato di sudore e lacrime; avevo la pillola magica in tasca. Quella notte cera bisogno che qualcuno mi amasse.
Mi ritrovai in un parco pervaso dallodore di paglia e sterco degli alberi in fiore e dellerba nuova. Al centro del parco cera la statua verdognola di un partigiano col fucile puntato verso le buie cime degli alberi. Sotto una luce fioca, un uomo con un cappello di pelliccia teneva al guinzaglio un setter irlandese che correva in cerchio con un amico immaginario, fermandosi di tanto in tanto per rivolgere alluomo uno sguardo fiducioso. Il cappello di pelliccia era dello stesso colore ramato del cane, e per un attimo pensai che luomo avesse in testa un cucciolo morto. Appena oltre il margine della luce una coppia si stava palpando, le mani affondate luno nellaltra.
Stavo perdendo ogni speranza di trovare lamore sennonch dallaltro lato della strada deserta due donne si tenevano a braccetto, graziosamente avvolte in lunghi cappotti. Con un ticchettio di tacchi attraversarono la strada verso di me; chiacchieravano e ridevano, il viso truccato, i capelli bagnati da un luccichio spontaneo. Una aveva un lungo mento affilato, laltra grandi occhi scuri. Tagliarono per il parco a passo spedito, evitando gli angoli bui. Quando raggiunsero il lato pi illuminato della strada le seguii, mantenendomi sul lato senza luce. Lasciarono il parco e uscirono sulla strada principale, dove avanzava lentamente unautocisterna e due uomini con stivaloni di gomma ai piedi e tubi flessibili in mano lavavano lasfalto. Il fondo stradale brillava catramoso, e le due donne saltellavano sul confine tra lasciutto e il bagnato. Il getto potente di uno dei due tubi arriv alle mie scarpe e le inzupp, per cui quando entrai in territorio asciutto mi lasciai alle spalle orme bagnate.
Le due donne si fermarono inaspettatamente davanti al negozio di elettrodomestici e studiarono il mio congelatore orizzontale, impassibile e luminoso. La donna dal mento aguzzo si volt a guardarmi e io, nel panico, mi girai verso la vetrina di unagenzia di viaggi e uno scolorito, rozzo collage di paesaggi esotici africani, tutti fotografati dallalto. Le donne ripresero a camminare, affrettando il passo fino a che si sovrappose al battito del mio cuore. Impossibile fermarsi, ora che eravamo uniti in questo inseguimento assurdo. Girarono langolo e io le rincorsi, con la sensazione che forse avremmo raggiunto la meta.
Dietro langolo le ritrovai con un uomo, tutto di denim vestito, le larghe e rassicuranti mani a paletta posate sulle loro spalle mentre, puntandomi il dito contro, le due donne gli parlavano con viva animosit. Lui sorrise e mi esort ad avvicinarmi, e per un attimo folle pensai che mi stessero invitando a fare festa con loro, ma poi lui si scagli inequivocabilmente contro di me. Me la diedi a gambe alla velocit del terrore, diretto allalbergo; mi precipitai gi per la via principale, sguazzando nelle pozzanghere. Pi leggero di un tappo di sughero, avanzavo danzando sulle onde. Non avevo il coraggio di girarmi a controllare dove fosse il mio inseguitore, ma sentivo i suoi grossi piedi colpire risoluti il suolo alle mie spalle. Quei piedi mi avrebbero colpito allo stesso modo, se mai fosse riuscito a prendermi. Oh, lorrore del corpo quando non  allaltezza dellintensit della tua paura: non importa quanto forte volessi correre, i miei piedi si muovevano piano, e un paio di volte scivolai. Visualizzavo le sue scarpe che mi penetravano nella carne, nel cranio, tra le costole. Alla fine abbandon linseguimento, ma io continuai a correre.
Lhotel Evropa mi apparve davanti lungo una strada del tutto sconosciuta. Fradicio fino al midollo, presi a spingere e a tirare furiosamente la porta dingresso finch Franc, pi odioso che mai nel bel mezzo delle sue ventiquattro ore di servizio, venne ad aprirmi. Lo superai e sgattaiolai allinterno, concentrandomi su ogni singolo passo per non apparire ubriaco. Pigiai il pulsante dellascensore e aspettai paziente, mentre il mio baricentro cavalcava i frangenti dellebbrezza. Avrei aspettato tutta la notte, perch non volevo mostrarmi vacillante, e ancor meno intraprendere lascensione di quelle scale infinite fino al quinto piano, ma Franc mi sbrait che lascensore era gi l  e in effetti la porta era spalancata. Penetrai in una nuvola di profumo venata di sudore e salii inalando come un pompiere che incamera ossigeno.
Per quanto forte spingessi, la chiave nella serratura non ci voleva entrare. Andava tutto storto: colpii la porta con il ginocchio, poi col piede, e poi ancora e ancora. Inutile dire che mi feci male. Inutile dire che il dolore peggior di molto le cose. Inutile dire che morii di paura quando sentii girare la serratura e la porta si apr su Elizabeth lascivamente avvolta in un peignoir, di cui avvicin le falde per coprirsi lincopribile petto. La pelle accesa dal sonno, le ciocche scompigliate, emanava un profumo di sogni.  Posso aiutarla?  disse probabilmente. E probabilmente io non dissi niente, o mi limitai a mugolare. Il marito russava talmente forte che pensai stesse fingendo, quel patetico codardo. Lei mi guard dritto negli occhi; in fondo a quello sguardo cera lamore, lunico antidoto a questa vile disperazione. Volevo prendere tra le mie quelle mani ricoperte di pietre preziose come palazzi, volevo baciarla, volevo che lasciasse quel marito rantolante, che mi deflorasse, che mi coltivasse nel giardino della mia giovinezza. Per incendiare i nostri corpi ardenti sarebbe bastata la mossa giusta, la parola giusta. Cos dissi:
 Pillola?
 Prego?  disse lei.
Io disseppellii la pillola dalla tasca coi contanti e gliela offrii su un palmo di mano, minuscola nel ritaglio del blister. Lei la guard, sconcertata, poi si volt come per controllare se lignaro marito fosse ancora addormentato.
 Cosa c, tesoro?  grid il marito. Mi affrettai a far sparire la pillola nella tasca mentre il marito veniva alla porta. Elizabeth intu che ero uno attento, un premuroso gentiluomo, per giovane che fossi. Abbozz un sorriso quasi impercettibile e capii che era con me, per cui quando il marito arriv alla porta, in un pigiama con le mazze da baseball stampate e i capelli in disordine, dissi, con quanta pi innocenza possibile:  Forse ha pillola? Per testa?  e per evitare confusione circa la testa di cui stavamo parlando mi puntai il dito alla fronte.
 No, mi dispiace,  disse Elizabeth, e gi chiudeva la porta mentre io continuavo:  Magari aspirina? Unaspirina? Aspirina
Lei sbatt la porta e diede due giri di chiave. Evidentemente non avevo pronunciato la parola giusta; ero molto ubriaco e non avevo considerato questa eventualit. Credevo che ci fossimo sintonizzati, che fra i nostri corpi tremanti lelettricit avesse cominciato a fluire. Ondeggiando davanti alla porta crudelmente e inutilmente chiusa, alzai la mano per bussare e precisare a Elizabeth che s, ero innamorato di lei, e no, non mi dispiaceva che fosse sposata. Non lo feci; la porta era chiusissima. Li sentii bisbigliare in tono cospiratore, come accade tra marito e moglie, e mi resi conto che lamore era dallaltra parte, fuori dalla mia portata.
Ma la bellezza dellet giovane  che la realt non soffoca mai il desiderio, per cui aprii la mia porta e non la richiusi a chiave, casomai Elizabeth avesse voluto mettere a letto lottuso marito per poi raggiungere in punta di piedi il mio giocoso nido. Ogni tanto davo una sbirciata allesterno, sperando di vedere la sua porta aprirsi piano, e lei trotterellare bramosa verso di me. Stavo quindi sbirciando fuori quando Franc usc dallascensore a passo sostenuto, si ferm davanti alla porta di Elizabeth, buss con circospezione, mentre il mio geloso cuore mi balzava in petto, e quando lei venne ad aprirgli si parlarono sussurrando. Lei punt il dito verso di me  in un ultimo istante di delirio pensai lavesse chiamato per chiedergli di me  e io me ne stetti l nellapertura, scodinzolante come un cane felice.
Franc caric e apr la mia porta con una spinta prima che potessi chiuderla a chiave. Con un movimento fulmineo, la sua mano si stacc dal fianco e venne a colpirmi in faccia. Mi bruciava la guancia, e avevo gli occhi pieni di lacrime febbrili. Indietreggiai verso il letto finch inciampai e caddi sul pavimento. Franc mi prese a calci e non la smetteva pi: aveva scarpe a punta e sentii la punta affondarmi nella carne, nel sedere e nelle cosce, poi colpirmi sulle costole e sul coccige. Mi rannicchiai e coprii la faccia e la testa.
A quel punto fu troppo doloroso, avevo il corpo intorpidito e fiaccato; il pavimento puzzava di olio per macchine. Non mi aveva colpito in faccia come avrebbe potuto. Non mi aveva sputato addosso, ma per terra accanto a me. Non mi aveva urlato contro, si era limitato a ringhiare e grugnire, perch la gragnuola di calci non risparmi nemmeno lui; quando si ferm aveva il fiato corto. Andandosene, mi disse in tutta calma che se avessi anche solo lontanamente aperto il becco, mi avrebbe ridotto in poltiglia e trascinato per le orecchie sulla strada, dove avrei fatto la gioia della polizia fino allalba. Per quanto sgradevole era un bravuomo, questo Franc. Pens perfino a chiudere piano, premurosamente, la porta.
Rimasi steso al buio, incapace di muovermi, finch mi addormentai. In corridoio le luci al neon ronzavano; lascensore pulsava salendo e scendendo. Feci sogni di guerra, potenza e diritto, logica assolutamente imprevedibile. Mi svegliai con il desiderio di essere a casa: ci sarebbero stati lodore dei toast e del dopobarba di mio padre e dello shampoo alla banana che mia sorella amava usare. Ci sarebbero state le previsioni del tempo alla radio (ai miei piaceva conoscere il futuro), e mia sorella col muso perch non poteva sentire il suo programma musicale. Io sarei entrato con aria strafottente e mi sarei sottoposto al bacio materno. La colazione sarebbe stata pronta in tavola.
Mi alzai  il dolore cominciava a stabilizzarsi  e scartai il panino pollo e peperoni di mia madre; era irrancidito, il peperone molle e amaro. Accesi la luce, trovai il taccuino e dopo aver addentato il panino e fissato a lungo la pagina bianca, scrissi una poesia che intitolai Amore e ostacoli. Questi i primi versi: Ci sono muri tra me e il mondo, | e sono costretto ad attraversarli.
La mattina dopo mi svegliai e il mio corpo era incrostato di un sordo dolore da lividi. Andai al negozio e consegnai i soldi a Stanko. Aveva una barba che pareva una paglietta, le vene e i tendini gli affioravano sul dorso delle mani mentre contava e ricontava i soldi. Mi mancavano un paio di dinari e gli dissi che ero stato derubato sul treno; due spudorati criminali mi avevano svuotato le tasche, ma non avevano trovato il resto nella borsa. Stanko mi fiss fino a convincersene, poi scosse la testa, inorridito allidea di un mondo che deruba i propri figli. Scrisse una nota sul modulo che aveva davanti, poi mi indic dove firmare. Mi strinse la mano con calore e convinzione, in tutta apparenza congratulandosi con me. Quando mi offr una sigaretta, accettai e gliene chiesi unaltra. Fumammo osservando il congelatore orizzontale. Stanko sembrava esserne fiero, come se lavesse creato lui. Era impressionante: gigantesco e di un bianco accecante, nella sua vuotezza sembrava una bara; odorava di morte igienica, sottozero. Ce lavrebbero consegnato nel giro di due, tre settimane, disse, e se non fosse arrivato avremmo dovuto chiamarlo.
Dormii sullautobus e poi sul treno di notte, svegliandomi solo quando il mio stomaco iniziava a brontolare, il mio corpo a irrigidirsi e di nuovo a far male. Non avevo soldi per comprarmi da mangiare, per cui continuai a rievocare il panino pollo e peperoni e il suo fantastico profumo. Lalba stava scendendo sul mondo; il mio scompartimento era ghiacciato. Vidi un cavallo pascolare solo in un prato, inspiegabilmente avvolto in un telo di nylon; un bosco ceduo di alberi che parevano lapidi-stuzzicadenti; nuvole allorizzonte gonfie di uneternit di lacrime. Quando arrivai a casa, lordo del non esserci stato, la colazione mi stava aspettando.
Quello stesso giorno, mia madre lav i jeans che portavo a Murska Sobota, disintegrando la pillola nella tasca: non ne rimase nulla eccetto una pepita di plastica e alluminio. Il congelatore orizzontale arriv dopo diciassette giorni. Lo riempimmo fino allorlo: maiale e vitello, agnello e manzo, pollo e peperoni. Quando nella primavera del 1992 scoppi la guerra, e nella citt di Sarajevo tolsero la corrente elettrica, nel congelatore tutto si scongel, si guast in meno di una settimana e infine fu da buttare.
1 Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Gian Piero Bona, Einaudi, Torino 1990, p. 165 [N.d.T.].
2 Rimbaud, Opere cit., p. 357 [N.d.T.].

Il direttore dorchestra
NellAntologia di poesia bosniaca contemporanea del 1989, Muhamed D. era rappresentato con quattro poesie. La copia che avevo  scomparsa durante la guerra e ho dimenticato i titoli, ma in compenso ricordo i soggetti: uno di questi riguardava i minareti di Sarajevo che si illuminano tutti quanti simultaneamente al tramonto in un giorno di Ramadan; un altro il sordo Beethoven che dirigeva la sua Nona Sinfonia, ignaro delle ovazioni del pubblico finch il contralto gli toccava la spalla e lo faceva voltare. Quando il libro usc avevo poco pi di ventanni e scrivevo poesia compulsivamente ogni giorno. Comprai lantologia per vedere dove potevo inserirmi nella pleiade dei poeti bosniaci. Pensai che le poesie di Muhamed D. fossero sciocche e fasulle; quel ricorso a Beethoven mi sembrava pretenzioso, e il suo misticismo, alieno alle mie pose rock n roll. Ma, in una delle poche recensioni allantologia, il critico, con una sintassi torturata sulla ruota delle banalit, vaneggiava sulla portata delle qualit poetiche di Muhamed D. e sul coraggio che aveva dimostrato abbandonando la tradizione bosniaca primitiva in favore di forme pi moderne. Muhamed D. non  soltanto il pi grande poeta bosniaco vivente,  diceva il recensore,  ma  anche lunico vivo nel pi vero senso del termine.
Non ero ancora riuscito a farmi pubblicare nessuna poesia  n ci sarei riuscito in seguito  ma mi consideravo un poeta di gran lunga migliore, pi espressivo di Muhamed D. In meno di due anni avevo scritto qualcosa come mille poesie, e di tanto in tanto allestivo questi frammenti in un manoscritto che spedivo a qualche concorso. Ora che da un pezzo ho smesso di comporre versi, posso confessare che non capii mai davvero quel che scrivevo. Non sapevo di cosa parlassero le mie poesie, ma credevo in loro. Mi piacevano i titoli (Peter Pan e le lesbiche, Amore e ostacoli, eccetera), e sentivo che andavano a toccare una sfera di innocenza ed esperienza umane inconoscibile perfino a me. Indugiavo a mostrarle agli altri; suppongo aspettassi che i lettori si evolvessero, che fossero in grado di abbracciare gli spazi sconfinati del mio ego.
Incontrai Muhamed D. per la prima volta nel 1991, in un bar chiamato Dom pisaca, o Circolo degli scrittori, adiacente agli uffici della Societ bosniaca degli scrittori. Era piccolo e tozzo, con una calvizie che avanzava imprevista ben prima dei cinquantanni e lespressione congelata in un costante quanto sgradevole cipiglio. Gli strinsi fiaccamente la mano, nascondendo appena il mio disprezzo. Parlava con linequivocabile inflessione provinciale di Travnik, la sua citt dorigine, ed era mal apparecchiato con una maglia bruno-grigiastra, un paio di pantaloni marroni e una cravatta di un verde esplosivo. Io ero un ragazzo di citt vestito alla moda, tutto denim e magliette, nato e cresciuto nel cemento pi puro, che saltava le vocali e smozzicava le consonanti in un modo che se non sei cresciuto respirando lo smog di Sarajevo non puoi neanche lontanamente imitare. Mi offr di sedermi al suo tavolo e cos feci, unendomi a vari altri veterani dellantologia, tutti con la faccia sofferente del sublime, come se fossero imprigionati per sempre nel nobile regno del poetico.
Per qualche assurda ragione, Muhamed D. mi present come un direttore dorchestra filarmonica. Le mie obiezioni furono travolte dai latrati degli altri poeti che attaccarono lInno alla gioia facendo gesti da direttore dorchestra; fui allistante soprannominato Dirigent  Direttore  e con ci prudentemente e permanentemente marchiato come non-poeta. Smisi di cercare di correggere lerrore non appena capii che non importava: il mio ruolo era fare da semplice pubblico alla loro ubriaca, antologica grandezza.
Muhamed D. era seduto a capo del Tavolo che presiedeva fiducioso mentre gli altri biascicavano, sbraitavano, cantavano le loro strazianti canzoni e imprese bohmien, tracannando ambrosia birra. Seduto sulla sedia dangolo, io osservavo e aspettavo, componendo mortificazioni che non avrei mai pronunciato, tonificando la mia arroganza mentre agognavo il loro riconoscimento. Pi tardi, quella sera, Muhamed D. mi chiese di spiegare la notazione musicale.  Come si leggono tutti quei pallini e bandierine?  chiese.  E che cosa fai precisamente con la bacchetta?  Bench non ne avessi la minima idea, cercai di inventarmi qualche spiegazione sensata, anche solo per smascherare la sua ignoranza, ma lui si limit a scuotere la testa avvilito. Quasi tutte le sere che trascorsi al Tavolo arrivava un momento in cui fallivo nellimpresa di illuminare i poeti sui meccanismi della scrittura musicale, con ci confortandoli nellassunto che mi voleva un pessimo direttore dorchestra ma un tipo divertente. Mi chiedevo come Muhamed D. avesse potuto comporre una poesia su Beethoven essendo completamente alloscuro di come diavolo funzionasse il sistema della notazione.
Ma io ai poeti piacevo, e mi auguravo di piacere anche a qualcuna delle graziose studentesse di lettere che spesso eleggevano a muse. Ero particolarmente attratto da tre di loro: Aida, Selma e Ljilja, che tutte pronunciavano le consonanti molli sporgendo le loro labbra umide, ed emettendo unenergia che provocava erezioni istantanee. Facevo continui tentativi di allontanarne dal Tavolo almeno una, cos da poter far colpo declamando Amore e ostacoli. Non di rado mi ubriacavo quanto bastava per ritrovarmi a cantare una sevdalinka a squarciagola, scoccando occhiate eloquenti in direzione delle tre muse e imitando i movimenti del direttore dorchestra per compiacerle, mentre lottundente visione di una scopata a quattro balenava allorizzonte. Ma non funzion mai: non sapevo cantare, la mia mimica era grottesca e non recitai mai nessuna delle mie poesie, non fui manco pubblicato; in compenso mi toccava stare a sentire Muhamed D. che cantava la sua sevdalinka con una voce tremula che spalancava i mondi del crepuscolo eterno, dove il dolore regna sovrano e la semplice vista di un collo di donna scatena esasperanti ondate di desiderio. Gli occhi delle muse letterarie si riempivano di lacrime, e lui poteva scegliere la volontaria che pi gli aggradava e farsi intrattenere per il resto della notte. Io barcollavo da solo verso casa, componendo versi che avrebbero dimostrato a tutti loro come Muhamed D. a me facesse un baffo, che avrebbero indotto Aida, Selma e Ljilja a rimpiangere di non avermi mai permesso di toccarle. Celebravo me stesso e cantavo me stesso nelle strade vuote di Sarajevo, e quando finalmente aprivo la porta di casa e mi infilavo nel letto senza svegliare i miei prosaici genitori avevo partorito un capolavoro, talmente prodigioso e memorabile che manco mi preoccupavo di scriverlo. La mattina dopo mi svegliavo con la pelle stillante un appiccicoso sudore alcolico, e lo svenevole capolavoro mi era puntualmente uscito di mente. Allora mi imbarcavo in una furiosa serie di anarchici versi sciolti che in parole impenetrabilmente cifrate ridicolizzavano Muhamed D., il Tavolo e le muse, immaginandomi lo studioso devoto che un giorno, dopo decenni di ricerca tra i miei appunti e documenti, decodificava la poesia e si rendeva conto di quanto fossi tragicamente frainteso e sottovalutato. Dopo unintera giornata di scrittura, mi dirigevo al Circolo degli scrittori solo per ricominciare da capo.
Una sera, Muhamed D. recit una nuova poesia intitolata Sarajevo, in cui due ragazzi (masticando gomma con sagacia, | ingoiando parole di menta) camminavano per la strada con un pallone da calcio (Lanciano il pallone nella neve, dallaltra parte di via Mis Irbina | quasi scagliassero una bomba a mano oltre il Lete). La palla casca accidentalmente nella Miljacka, e galleggia finch la risucchia un mulinello. I due cercano di recuperarla con un marchingegno che un tempo quando perdevo la mia palla usavo anchio: una cassa appesa a una corda tesa tra le due sponde, e i ragazzi da una parte e dallaltra del fiume ciascuno con unestremit della corda in mano che muovono la cassa fino a catturare il pallone. Muhamed D. li guarda da un ponte:
Ovunque mi volti, adesso, raggiunger laltra sponda.
Vecchio, non so pi quel che loro sanno: come recuperare
ci che deve andar perduto. Sul fiume i fiocchi
di neve si spengono uno dopo laltro.
Inizi a recitare con voce sussurrata, cavalcando unonda di svalvolate giambiche e misurate cesure fino a raggiungere orgasmiche e tonanti vette, da dove torn a un bisbiglio e poi di colpo tacque, la testa china, gli occhi chiusi. Pareva che si fosse addormentato. Il Tavolo era muto, le muse in estasi. Cos dissi:  Cazzo.  roba vecchia. Quanti anni hai, cento?  Imbarazzato dal silenzio, certamente invidioso quanto me, il resto del Tavolo scoppi a ridere, dandosi manate sulle ginocchia. Nella presa in giro di Muhamed avvertii una solidariet, e per la prima volta pensai che sarei stato ricordato non soltanto come direttore dorchestra; sarei stato ricordato per aver fatto di Muhamed un vecchio. Lui mi sorrise benevolo, mi perdonava gi. Ma quella stessa sera tutti, intorno al Tavolo, cominciarono a chiamarlo Dedo  Vecchio.
Questo accadeva poco prima della guerra, al tempo relativamente roseo in cui limminenza della catastrofe ci rendeva euforici: facevamo le ore piccole bevendo e ridendo e sperimentando forme poetiche. Cercavamo di tener lontana la guerra dal Tavolo, ma ogni tanto un patriota serbo nascente iniziava a sproloquiare a proposito del soffocamento della cultura del suo popolo, sproloqui che Dedo, forte del suo nuovo prestigio di anziano, soffocava davvero con una sequenza di bestemmie e insulti studiati ad arte. Inevitabilmente, il nazionalista accusava Dedo di essere un islamofascista e se ne andava furioso per non tornare pi, mentre noi, gli idioti, ci scompisciavamo dalle risate. Sapevamo  ma non volevamo sapere  quello che stava per succedere, e il cielo gravava su di noi come in un cartone animato lombra di un piano che precipita.
Pi o meno in quel periodo trovai il modo di venire negli Stati Uniti per un po. Nelle settimane prima della partenza girovagai per la citt, battendo i territori del mio passato: qui la piazza dove una volta ero inciampato rompendomi entrambi gli indici, la panchina su cui ero seduto la prima volta che ficcai la mano nello stretto reggiseno di Azra; l il chiosco dove avevo comprato il mio primo pacchetto di sigarette (Chesterfield), lo steccato che mi aveva inciso una cicatrice sulla coscia quando lavevo saltato, la biblioteca dove avevo sfogliato per la prima volta una copia di Il nano del paese dimenticato, il ponte da cui Dedo aveva osservato i ragazzi che cercavano di recuperare la palla, e uno dei due ragazzi avrei potuto essere io.
Alla fine, seppur riluttante, selezionai alcune delle mie poesie da sottoporre a Dedo. Ci incontrammo al Tavolo un pomeriggio presto, prima che arrivassero gli altri. Gli diedi le poesie e lui le lesse, mentre io fumavo e guardavo il nevischio schizzare i vetri, poi scivolare gi lentamente.
 Dovresti limitarti a dirigere,  disse infine Dedo, e si accese una sigaretta. Le sue sopracciglia somigliavano a piccole comete irsute. Fu la nitidezza del suo sguardo a ferirmi. Quelle poesie erano scritte con la voce di profeti del Vecchio Testamento postmoderni, erano grida di individui tormentati cui la piaga di una modernit implacabile aveva prosciugato lanima. Era possibile, chiedevano le mie poesie, conservare la realt dellessenza di una persona nella crudelt di questo mondo irreale? Linadeguatezza stessa della poesia testimoniava la dissoluzione dellumanit, e cos via. Ma naturalmente non spiegai nulla di tutto questo. Rimasi a fissarlo con occhi lucidi, implorando compassione, mentre lui condannava la mia sciatta metrica e il freddo egocentrismo che era lesatto opposto dellanima.  Un poeta  tuttuno con tutto,  disse.  Sei dappertutto, quindi non sei mai solo . Dappertutto un cazzo: i miei occhi si asciugarono, e con unaria di trionfante razionalismo gli strappai di mano le poesie e lo lasciai nella polvere della sua ontologia neoromantica. Ma fuori fuori gettai quei versi profetici, i documenti fondativi della mia vita, in un cassonetto aperto. Non tornai mai pi al Tavolo, n composi pi un solo verso, e pochi giorni dopo lasciai Sarajevo per davvero.
La mia storia  noiosa: non ero a Sarajevo quando la guerra scoppi; guardando la distruzione della mia citt alla tv mi sentii impotente e colpevole; vivevo in America. Dedo naturalmente rest durante lassedio: se sei il pi grande poeta bosniaco vivente, se scrivi una poesia intitolata Sarajevo, allora hai il dovere di restare. Allinizio della guerra pensai di tornare, ma mi resi conto che a Sarajevo non cera n mai ci sarebbe stato bisogno di me. Cos mi industriai per guadagnarmi da vivere, mentre Dedo si industriava per restare vivo. Per un bel pezzo di lui non seppi pi niente, e a dire il vero non indagai nemmeno; avevo molte altre persone di cui preoccuparmi, a cominciare da me stesso. Ogni tanto per mi arrivavano sue notizie: aveva firmato qualche petizione; aveva scritto, per non so quale motivo, una lettera aperta al papa; aveva recitato di fronte a una platea annoiata di diplomatici occidentali il Rapporto dalla citt assediata di Herbert (Troppo vecchio per portare armi e lottare come gli altri  | hanno avuto la bont di assegnarmi il ruolo minore di cronista)1. Una volta sentii che era stato ammazzato; un giornale frettoloso scrisse perfino un necrologio. Ma venne fuori che era solo ferito  era tornato dallaltra sponda del Lete con una pallottola nella coscia  e ci compose una poesia. Il giornale che aveva pubblicato il necrologio pubblic anche la poesia. Comera prevedibile, si intitolava Risurrezione. Parla di lui che cammina per la citt come un fantasma, dopo lassedio, ma nessuno lo ricorda, e lui dice alla gente:
Non vi ricordate di me? Sono quello
che vi ha portato di sopra i bossoli insanguinati,
che ha infilato la sua mano viscida sotto la gonna della vedova.
Che ha ululato canzoni di dolore,
che si  tenuto in vita quando gli idioti erano pronti a morire.
Poi incontra se stesso dopo lassedio, pi vecchio che mai, e a se stesso dice, alludendo a Dante, che io non avrei creduto che morte tanto avesse disfatto. Era una poesia che straziava lanima, e mi ritrovai a odiarlo per questo: laveva scritta praticamente sul letto di morte, apparentemente senza sforzo, mentre la ferita alla coscia pulsava purulenta. Cercai di tradurla, ma n il mio bosniaco n il mio inglese erano buoni abbastanza.
E continu a scrivere come un ossesso, quasi che la sua vita risorta dovesse essere interamente consacrata alla poesia. I suoi versi, mimeografati su carta ruvida e rilegati in un esile libricino, mi furono spediti da amici che non sentivo da tempo, impregnati dellodore (e dei microorganismi) delle numerose mani che li avevano maneggiati alluscita dalla Sarajevo assediata. Cerano, va da s, immagini di morte e distruzione: cani che si azzannavano alla gola; un ragazzo che faceva rotolare su per la strada il corpo di un uomo ucciso da un cecchino, esattamente come Sisifo; un chirurgo che ricomponeva il viso della moglie fatto esplodere da uno shrapnel e un frammento di guancia restava introvabile, nel punto esatto in cui amava darle il bacio della buonanotte; cumuli di arti amputati che bruciavano nel forno di un ospedale, e il poeta di fronte a questo inferno in miniatura. Ma cerano anche poesie differenti, e di preciso non saprei definirne la differenza. Un ragazzino che colpisce un pallone da calcio facendoselo atterrare sulla nuca e mantenendolo in equilibrio; una giovane donna che aspira da una sigaretta e trattiene il fumo mentre sorride, e per un istante tutto si ferma: Niente proiettili traccianti ad accendere il cielo, | niente dolore nella mia coscia spaccata | non un suono; un direttore dorchestra straniero appeso a una corda, come un ragno sordo, sopra la sua orchestra che sta eseguendo lEroica in un edificio distrutto dalle fiamme. Devo confessare che per un attimo pensai di essere quel direttore dorchestra, di far parte del mondo di Dedo e che a Sarajevo fosse rimasto qualcosa di me.
Ma vivere evacua i sentimenti fasulli. Dovevo andare avanti con la mia vita americana, e tenerne fuori Dedo, occuparmi della mia sopravvivenza sul posto, iscrivermi alla specialistica, farmi scopare. Di tanto in tanto sguinzagliavo il potere delle sue parole in favore di qualche sensibile americana. La prima fu Cheryl, lindolente moglie di un avvocato di Barrington, incontrata a una cena bosniaca di beneficenza che aveva avuto la gentilezza di organizzare. Una cena di beneficenza di cui doveva beneficiare almeno un bosniaco, e lei mi intercett tramite un amico, un esperto di menomazioni col quale ero intervenuto a una conferenza regionale della Mla. Cheryl fu generosa ben oltre la cena; prima che se ne tornasse a Barrington, la portai nel mio minuscolo monolocale  un monumento alle pene dellimmigrazione, col suo materasso sfondato, la tenda della doccia putrescente e il batterista insonne della porta accanto. Le recitai le poesie di Dedo, fingendo che fossero mie. In particolare le piacque quella delluomo che durante un acquietarsi dei bombardamenti cammina con il suo gallo al guinzaglio, unanima legata a un animale morente. Dopodich le scostai le ciocche permanentate per poterle baciare la fronte e la svestii lentamente. Cheryl si contorceva tra le mie braccia, mi baciava con appiccicosa passione, sollevava il bacino mugolando di piacere, quasi che lintensit del suo orgasmo fosse proporzionale al sostegno offerto alla resistenza bosniaca. Non potevo fare a meno di pensare che in fondo si stesse scopando Dedo, perch erano state le sue parole a sedurla. Presi comunque quel che cera da prendere e rotolai via nelle tenebre della mia vita reale.
Dopo la caritatevole Cheryl provai una certa vergogna e per un certo tempo non sopportai di posare gli occhi sulla poesia di Dedo. Conseguii la laurea specialistica; vendetti i miei racconti; adesso ero uno scrittore. E a un certo punto l in mezzo la guerra fin. Il tour promozionale del mio libro mi port ad attraversare il paese, a leggere per pubblici ridotti allosso, a parlare della Bosnia a un mix di studenti di relazioni internazionali e di lingue slave meridionali, semplificando lincomprensibile, costantemente preoccupato che un lettore furioso intervenisse additandomi come un impostore, uno che non aveva nessun talento  e quindi nessun diritto  per parlare della sofferenza altrui. Non accadde mai: ero bosniaco, avevo laspetto e i modi di un bosniaco, e tutti si compiacevano di pensare che fossi in costante, ininterrotto contatto con lanima tormentata del mio paese.
A uno di questi reading incontrai Bill T., un professore di lingue slave. A quanto pareva le parlava tutte, bosniaco incluso, e stava traducendo lultimo libro di Dedo. Con la sua faccia rubizza, la barba lunga e riccia, il corpo tozzo e nerboruto, Bill aveva laria di un vichingo. Era di una ferocia spaventosa, per cui mi affrettai a lusingarlo dicendo quanto fosse incommensurabilmente importante che la poesia di Dedo venisse tradotta in inglese. Uscimmo a bere, e Bill T. sembrava un vero vichingo anche in quello, e intanto dettagliava la saga delle sue avventure in territorio slavo: un mese con i pastori sulle montagne macedoni; un anno a insegnare linglese in Siberia; le sue interviste ai veterani di Solidarnosc; le canzoni di carnevale slovene che aveva registrato. Aveva anche trascorso, per puro piacere, alcuni anni in Guatemala, in Honduras e a Marrakech. Quelluomo era stato dappertutto, aveva fatto qualsiasi cosa, e pi mi ubriacavo, pi lui diventava fantastico, e pi non trovavo niente da dire su niente.
Questo fu ad Iowa City, credo. La mattina dopo mi svegliai sul divano di Bill T. I miei pantaloni erano abbandonati sul tavolino. Lungo le pareti cerano polverose pile di libri. Nella plafoniera sopra di me intravedevo le sagome di mosche morte. Un ragazzo rubicondo con unombra di baffi era seduto sul pavimento accanto al divano e mi guardava con occhi sgranati.
 Che cosa ci fai qui?  chiese pacato il ragazzo.
 Di preciso non lo so,  dissi, e mi tirai su a sedere, scoprendo le mie cosce nude.  Dov Bill?
  in giro.
 E la tua mamma?
 Al momento  occupata.
 Come ti chiami?
 Ethan.
 Molto piacere, Ethan.
 Piacere mio,  disse Ethan. Poi prese i miei pantaloni e me li lanci.
Fu mentre mi trascinavo lungo la via fiancheggiata di tigli, dove le persone mi facevano cenni di saluto da verande assolate e agili scoiattoli correvano su e gi dagli alberi, fu allora che mi torn in mente la storia di Dedo raccontatami da Bill quella notte, e dovetti sedermi sul marciapiede per metabolizzarla.
Dedo era venuto ad Iowa City, aveva detto Bill, per partecipare allInternational Writing Program per dodici settimane. Bill aveva organizzato tutto quanto, e si era offerto di ospitare Dedo nella stanza sopra il suo garage. Dedo era arrivato con una piccola borsa sportiva, macilento ed esausto, con un inglese rimediato traducendo Yeats e mezzo gallone di Jack Daniels rimediato in un negozio duty-free. La prima settimana si era rinchiuso sopra il garage a bere ininterrottamente. Ogni giorno Bill bussava alla sua porta, implorandolo di uscire, di incontrare il preside e il corpo docenti, di socializzare. Dedo si rifiutava di aprire la porta e a un certo punto smise completamente di rispondere. Bill alla fine butt gi la porta, e la stanza era un caos incredibile: Dedo non aveva neppure toccato il letto, che era inspiegabilmente bagnato; cerano mostruose impronte di sangue ovunque, perch con ogni evidenza Dedo aveva rotto la bottiglia di Jack Daniels e ci aveva camminato sopra. Aveva sventrato una scatola di biscotti e sbriciolato il contenuto, che per non aveva mangiato. Nella pattumiera cerano decine di scatolette di pt di fegato Podravka vuote riempite di cicche di sigaretta. Dedo dormiva per terra nellangolo opposto alla finestra, girato verso la parete.
Gli somministrarono ripetute docce fredde; lo ripulirono e arieggiarono la stanza; lo alimentarono praticamente a forza. Per unaltra settimana non mise il naso fuori. Dopodich inizi a scrivere. Non dorm per una settimana, sfornando poesie di prima mattina e pretendendo la traduzione per il pomeriggio.  Un tempo anche i poeti americani erano cos,  aveva detto Bill nostalgico.  Adesso non fanno altro che insegnare e lamentarsi e scoparsi le studentesse di nascosto.
Bill annull i propri corsi e si mise a tradurre le poesie di Dedo. Ogni giorno era come entrare nellocchio di un ciclone. In una poesia, aveva detto, unape si posa sulla mano di un cecchino, e questi aspetta che lape lo punga. In unaltra, Dedo vede unarancia per la prima volta dallinizio dellassedio, e non  sicuro di cosa ci sia dentro  durante la sua assenza dal mondo le arance potrebbero essere cambiate; quando finalmente la sbuccia,  il profumo a inalare lui. In unaltra, Dedo sta correndo lungo il Viale dei Cecchini e una donna gli dice che ha la scarpa slacciata, e con perfetta chiarezza dintenti, con lestremo rispetto per la morte, lui si china ad allacciarla, e la pioggia di fuoco cessa, perch anche gli assassini apprezzano un mondo ordinato.  Non potevo credere  aveva detto Bill  che da un tale pandemonio potessero uscire cose simili.
Alla fine della terza settimana Dedo tenne un reading. Con una tazza di Jack a portata di mano sbrait e sibil i suoi versi al pubblico, agitando un dito tremante. Dopo la lettura, Bill lo raggiunse e lesse la traduzione, lento e pacato, con la sua voce grave da vichingo. Ma il pubblico era disorientato dallostilit di Dedo. Applaud educatamente. In seguito, professori e studenti andarono a fargli domande sulla Bosnia e lo invitarono a pranzo. Lui li detestava visibilmente. Si rianim soltanto quando si rese conto che avrebbe potuto scoparsi una delle laureate, desiderosa di aprirsi ad altre culture. La settimana successiva ripart e torn dritto alla citt sotto assedio, nauseato dallAmerica dopo meno di un mese.
Negli anni che seguirono alla guerra mi arrivarono solo notizie sporadiche: Dedo era sopravvissuto a un brutto infarto; si era impegnato col proprio medico a smettere di bere ma non di fumare; aveva pubblicato un libro delle proprie conversazioni con la giovane nipote durante lassedio. E infine  la cosa fece parlare lintero paese  aveva sposato unavvocatessa americana che raccoglieva prove di crimini di guerra in territorio bosniaco. Un flirt internazionale su cui i giornali ricamarono: lui laveva corteggiata cantando e componendo poesie; lei laveva portato sui luoghi delle fosse comuni. In una foto del loro matrimonio lei appariva due spanne pi alta di lui, una bella donna sui quaranta con il viso affilato e i capelli corti. Conseguentemente Dedo produsse un volume di poesie dal titolo Lanatomia del mio amore, in cui comparivano svariate parti del fisico straordinariamente sano di lei. Cerano poesie sul suo collo del piede e sul tallone, sulla sua ascella e sui seni, sul suo fondoschiena e sulla grandezza dei suoi occhi, sulle protuberanze delle ginocchia e i rilievi della colonna vertebrale. Si chiamava Rachel. Mi giunse voce che si fossero trasferiti negli Stati Uniti: seguendo il corpo di lei, Dedo si era ritrovato a Madison, nel Wisconsin.
Ma non vorrei dare limpressione che pensassi molto a lui, o anche solo di frequente. Allo stesso modo in cui non si dimentica una canzone della propria infanzia, in cui ogni tanto ce la si ritrova in testa, cos io mi ricordavo di lui. Era completamente fuori dalla mia vita, un orizzonte passato visibile solo quando il cielo del presente era particolarmente terso.
Come nella limpida mattina dell11 settembre 2001, quando mi trovavo su un aereo per Washington D.C. Lassistente di volo era di un biondo verginale. Luomo seduto al mio fianco aveva un anello di dimensioni bibliche al mignolo. La donna alla mia destra era spropositatamente incinta, costretta in un aderente abito rosso. Quanto a me, com ovvio, non avevo idea di cosa stesse accadendo  laereo si limit ad atterrare a Detroit e ci fecero sbarcare. Le Torri Gemelle crollavano simultaneamente su tutti gli schermi di quellaeroporto; gli addetti alle pulizie piangevano, chini sulle loro scope; le adolescenti strillavano nei loro cellulari; piloti smarriti sedevano davanti a gate chiusi. Io vagavo per laeroporto, tornando mentalmente ai versi di Dedo: Vivo, sar vivo, e tutti gli altri morti. | Ma non ne trarr gioia alcuna, perch chi  stato | disfatto dalla morte deve passare attraverso di me | per raggiungere linferno.
Mentre lAmerica si adagiava nella propria matrice di volgarit patriottica, io iniziai a disperare, perch tutto mi ricordava la Bosnia del 1991. La Guerra al Terrore mi condusse sullorlo del ritorno alla poesia, ma seppi resistere. Nondimeno, continuavo ad avere discussioni immaginarie con Dedo in cui spiegavo alternativamente perch dovevo e perch non avrei dovuto comporre versi, mentre lui cercava di dissuadermi dallo scrivere o di convincermi che era mio dovere farlo. Finch, linverno scorso, fui invitato a leggere a Madison e con qualche esitazione accettai. Dedo era il motivo per cui avevo esitato e insieme per cui avevo accettato, poich mi avevano detto che tra gli ospiti ci sarebbe stato anche lui.
Ed eccomi l, a fare il mio ingresso nellampio auditorium delluniversit. Riconobbi Dedo tra la folla grazie alla sua notevole bassa statura, e alla calotta calva che rifletteva le luci della ribalta. Era cambiato: aveva perso peso; tutto in lui, dagli arti agli abiti, sembrava invecchiato e consunto; si asciugava le mani sui pantaloni di velluto a coste, lanciando occhiate nervose alla gente tuttintorno. Stava palesemente morendo dalla voglia di fumare, e intuivo che non era abbastanza ubriaco per godersi i riflettori. Mi era incredibilmente familiare, cos legato a tutto quello che avevo conosciuto a Sarajevo: la vista dalla mia finestra; la campanella del primo tram; lodore dello smog a febbraio; la forma che assumono le labbra quando la gente pronuncia le consonanti molli slave.
 Dedo,  dissi.  ta ima?
Si volt verso di me di colpo, come se lavessi svegliato, e non sorrise. Naturalmente non mi riconobbe. Fu un momento doloroso, in cui il passato divent a un tempo immaginario e fasullo, come se non avessi mai vissuto o amato. Ciononostante mi presentai, gli dissi di come avessimo bevuto insieme al Circolo degli scrittori; di come lui cantasse magnificamente; di quanto spesso quellepoca mi tornasse in mente. Lui continuava a non ricordarsi di me. Proseguii con le lusinghe: avevo letto tutto quello che aveva scritto; lo ammiravo, e da bosniaco qual ero andavo fiero di lui; non avevo dubbi che il premio Nobel fosse dietro langolo. Lui apprezzava e non smetteva di annuire, ma nella sua memoria io continuavo a non esistere. Alla fine gli dissi che a quel tempo mi credeva un direttore dorchestra.  Dirigent!  esclam, finalmente sorridendo, e allora emersi dalle tenebre. Mi abbracci, premendomi goffamente la guancia contro il petto. Prima di riuscire a dirgli che non avevo mai diretto nessuna orchestra e che continuavo a non farlo fummo chiamati sul palco. Emanava un odore di frutta marcia, come se la sua carne fosse fermentata; sal i gradini curvo in avanti. Sul palco gli versai un bicchiere dacqua fredda, e invece di ringraziarmi disse:  Sai, ho scritto una poesia su di te.
Non mi piace leggere davanti a un pubblico, perch sono consapevole del mio accento e mi immagino sempre che qualche ascoltatore americano prenda nota dei miei errori di pronuncia, e ridacchi delle mie frasi confuse. Leggo con attenzione, lentamente, evitando i dialoghi, e leggo sempre lo stesso brano. Spesso agisco come un automa: mi limito a leggere senza pensarci, la mia bocca si muove ma la mente  altrove. E cos fu quella volta: mi sentivo addosso lo sguardo di Dedo; ripensai ai suoi falsi ricordi di me che dirigevo unorchestra inesistente; mi interrogai sulla poesia che aveva scritto su di me. Non poteva essere quella del direttore-ragno, perch sapeva sicuramente che non ero a Sarajevo durante lassedio. Chi ero nella sua poesia? Costringevo forse i musicisti a superare se stessi per produrre sublime bellezza a partire da strumenti scordati? Che cosa eseguivamo? La Nona di Beethoven? La sagra della primavera? Morte e trasfigurazione? Il pubblico di Madison, poco ma sicuro, non lo stavo dirigendo bene. Applaudirono fiaccamente, li avevo persi dopo il primo paragrafo o poco pi, e fiaccamente li ringraziai.  Fantastico,  disse Dedo quando tornai al mio posto strisciando, e non mi riusc di capire se fosse generoso o se semplicemente non si rendesse conto di quanto fosse andata male.
Dietro il leggio Dedo era appena visibile. Piegando il microfono allingi come un fiore tristemente appassito, annunci che avrebbe letto alcune poesie tradotte in inglese da quellangelo di sua moglie. Inizi in un registro grave; poi la sua voce si alz progressivamente fino a farsi tuonante. Le sue vocali erano piatte, senza lombra di un dittongo; le consonanti dure, chiusissime; i the diventavano duh; e niente r palatali. Aveva un accento atroce, e fui felice di scoprire che il suo inglese era di gran lunga peggio del mio. Ma il bastardo cavalcava i propri versi, libero da ogni coscienza di s. Dimenava le braccia come un vero direttore dorchestra; puntava lindice verso il pubblico e pestava il piede, accostandosi e allontanandosi dal microfono, mentre due ragazze di colore in prima fila seguivano il ritmo della sua oscillazione. E allora lui lesse come per sedurle, sussurrando, piano:
Nessuno  pi vecchio oramai  o morti o giovani, siamo.
Le rughe si stirano, il piede ritrova il suo arco.
Acquattati dietro i cassonetti, in fuga
dai cecchini, siamo tutti splendidi corpi
che scavalcano i cadaveri, consapevoli:
non siamo mai belli come ora.
Pi tardi gli offrii una serie di drink in un bar pieno di gagliardetti dei Badgers e ragazzi con le maglie del college, una tv a tutto volume sul cui schermo dei cretini muniti di casco si scontravano frontalmente. Ci stringemmo in un angolo accanto al bagno e bevemmo un bourbon dopo laltro; scambiammo pettegolezzi su varie persone di Sarajevo: Sem era a Washington D.C., Goran a Toronto; qualcuno che conoscevo ma di cui non gli veniva in mente il nome era in Nuova Zelanda; un altro che non avevo mai sentito nominare era in Sudafrica. A un certo punto si zitt; ero lunico a parlare, e tutta la sofferenza repressa del vivere in America torn a galla. Oh, quante volte avevo augurato la morte a intere squadre di football universitarie. Era impossibile incontrare un amico senza fissare un cazzo di appuntamento settimane in anticipo, e non cerano caff con un giardino dove star seduti a guardare i passanti. Non ne potevo pi di sentirmi chiedere da dove venivo, e odiavo Bush e i suoi fanatici di Cristo. Odiavo con tutto me stesso lespressione low fat e lepurazione sistematica della gioia dalla vita americana, e cos via.
Non so nemmeno se lui mi stesse a sentire. Aveva la testa penzoloni e pu anche darsi che dormisse, finch a un tratto alz lo sguardo e intercett una ragazza con lunghi capelli biondi che passava diretta al bagno. Le tenne gli occhi sullo zaino, poi rimase a fissare la porta del bagno, come se la stesse aspettando.
 Carina,  dissi.
 Sta piangendo,  disse Dedo.
Cambiammo bar, continuammo a bere, e ce ne andammo a mezzanotte passata. Ubriaco perso, scivolai e mi ritrovai seduto su un mucchio di neve. Ridemmo fino a soffocare della chiazza tonda sui pantaloni che pareva me la fossi fatta addosso. Laria odorava di polpette bruciate e patchouli. Avevo il culo freddo. Dedo pure era ubriaco, ma camminava meglio di me, evitando abilmente di ruzzolare. Non so perch accettai di accompagnarlo a casa e conoscere sua moglie. Pencolammo lungo strade silenziose, con gli alberi allineati come se ballassero la quadriglia. Mi chiese di cantare, e io cantai: Put putuje Latifa-aga | Sa jaranom Sulejmanom. Superammo una casa grande quanto un castello; una Volvo tappezzata di pensieri adesivi altrui; luminarie di Natale e angeli di plastica che ardevano in modo sinistro.  Come cazzo ci siamo finiti qui?  gli chiesi.  Qui  dappertutto,  disse lui. Improvvisamente cav di tasca un cellulare, come per magia: Dedo apparteneva a unepoca precedente ai cellulari. Avrebbe chiamato casa per dire a Rachel che stavamo arrivando, disse, perch ci preparasse qualcosa da mangiare. Rachel non rispondeva, e lui continu a comporre il numero.
Salimmo barcollando i gradini della veranda, superando un nano da giardino e una sedia a dondolo coperta di neve. Rachel apr la porta prima che Dedo riuscisse a trovare le chiavi. Era una donna corpulenta, con una chioma austera e importanti orecchini, il mento sprofondato nel sottomento. Ci squadr con aria truce e devo dire che mi spaventai. Dedo varc la soglia dichiarandole il proprio amore con un accento talmente orribile che per un attimo credetti stesse scherzando. La casa odorava di lavanda chimica; alla parete era appeso il disegno di un mulo dagli occhi enormi. Rachel continuava a non dire niente, le guance increspate da un furore evidente. Adesso ero pronto a dare la vita per lamicizia: a Sarajevo forse lavrei abbandonato, ma qui fronteggiavamo Rachel insieme.
 Questo  il mio amico, Dirigent,  disse lui, sollevandosi sulle punte dei piedi per scoccarle uno sventurato bacio sulle labbra tese.   direttore dorchestra . Io feci dei ridicoli gesti con le braccia, come per provare che ero ancora capace di dirigere. Lei non mi guard nemmeno; i suoi occhi erano inchiodati su Dedo.
 Sei ubriaco,  disse.  Di nuovo.
 Perch ti amo,  disse lui. Io annuii.
 Ci scusi,  disse lei, e lo trascin allinterno della casa mentre io rimasi in corridoio a decidere se era il caso di togliere le scarpe. Un batuffolo di polvere rotol nellingresso, allontanandosi dalla porta come un cane spaventato. Mi torn in mente la poesia che Dedo aveva scritto sulle scarpe comprate alla vigilia dellassedio, che non avrebbe mai indossato, perch si sporcano nelle strade imbrattate di morte. Ogni giorno lucidava le scarpe nuove con quello che avrebbe potuto essere il suo ultimo fiato, auspicando le vesciche.
Riemerse dalle profondit della casa e disse:  Daj pomozi . Aiutami.
 Fuori di qui, porco ubriacone,  ringhi Rachel alle sue spalle.  Tu e il tuo stupido amico.
Decisi di non togliermi le scarpe e stupidamente dissi:  Va bene cos.
 No che non va bene cos!  url Rachel.  Non  mai andato bene cos. Non andr mai bene cos.
 Devi essere gentile con lui,  le grid Dedo.  Devi rispettare.
 Va bene cos,  dissi io.
 Non bene cos. Mai bene. Questo  il mio amico . Dedo si batt sul petto le dita tozze.  Mi conosci? Lo sai chi sono io? Sono il pi grande poeta bosniaco vivente.
  il pi grande,  dissi.
 Sei un nano del cazzo, questo sei!  Si chin su di lui, e vidi la mano di Dedo con lindice puntato aprirsi e prepararsi a colpire.
 Avanti, nano,  sbrait Rachel.  Picchiami. Ma certo. Picchiami. Invitiamo di nuovo lagente Johnson per il caff coi biscotti.
Una neve come detersivo aveva gi coperto le nostre orme. Ci ritrovammo fuori per strada, con Dedo che fissava la porta chiusa, come se il suo sguardo potesse incenerirla, che bestemmiava in uno splendido bosniaco elencando tutti i peccati da lei commessi contro di lui: il figlio bastardo, il suo puritanesimo, il suo presidente, il suo caff decaffeinato. Ansimante, si pieg a raccogliere una manata di neve, ne fece una fragile palla e la lanci contro la casa. La palla si disintegr in una mini-tormenta che invest il nano da giardino in piena faccia. Dedo stava confezionando unaltra misera palla quando io scorsi un paio di fari che avanzavano lenti lungo la strada. Sembrava unauto della polizia, e non mi andava di rischiare una seduta di caff e biscotti con lagente Johnson, per cui mi misi a correre.
Dedo mi raggiunse dietro langolo e barcollammo su per un vialetto che portava chiss dove: il vialetto era vuoto, a eccezione di un divano con una giraffa di pezza stesa sopra. Cerano leggeri solchi di ruote e impronte fresche di quello che sembrava essere un cane a tre zampe. Vedemmo una donna dietro la finestra della cucina di una delle case attigue. Girava intorno a qualcosa che non riuscivamo a vedere, con un bicchiere di vino rosso in mano. La neve ci arrivava alle caviglie; restammo a osservarla ipnotizzati: la schiena era divisa da una lunga treccia lucida. Il cane a tre zampe doveva essersi volatilizzato, perch le orme si fermavano al centro del vialetto. Non potevamo pi andare n avanti n indietro, per cui ci sedemmo l doveravamo. Provai lintenso piacere dellabbandono, la profonda libert della completa sconfitta. Ovunque mi volti, adesso, raggiunger laltra sponda. Dedo canticchiava una canzone bosniaca che non riconobbi, mentre i fiocchi di neve gli si scioglievano sulle labbra. Per me era chiaro che saremmo potuti morire congelati in un vialetto interno di Madison; sarebbe stata una morte pi che dignitosa. Volevo chiedere a Dedo della poesia che aveva scritto su di me, ma lui disse:  Sembra di stare a Sarajevo nel novantatre . Forse fu quello che aveva detto, o forse il sospetto di aver visto la macchina dellagente Johnson che superava il vialetto, fatto sta che mi alzai e lo aiutai a mettersi in piedi.
Nel taxi fu solo questione di tempo, poi qualcuno vomit. Il tassista arabo ci guard sprezzante, ma Dedo cerc di dirgli che era musulmano come lui. Madison era deserta.
 Sei il mio fratello,  disse Dedo, e mi strinse la mano.  Ho scritto una poesia su di te.
Cercai di baciarlo sulla guancia mentre lautista ci lanciava occhiatacce nel retrovisore, ma riuscii solo a lasciargli una goffa scia di saliva sulla fronte.
 Ho scritto una bella poesia su di te,  ripet Dedo, e io gli chiesi di dirmela.
Abbandon il mento sul petto. Sembrava svenuto, perci lo scrollai, e come una bambola parlante lui disse:  Caccia le farfalle con la sua bacchetta  Ma eravamo arrivati allalbergo. Dedo continu a recitare mentre io pagavo la corsa, e non sentii una parola in pi.
Lo trascinai fino allascensore, con le ginocchia che gli cedevano e la neve che gli si scioglieva sul cappotto, liberando un odore di armadio e naftalina. Non riuscivo a capire se stesse ancora recitando o semplicemente borbottando e inveendo. In ascensore lo mollai sul pavimento e lui si addorment. Rimase l accasciato, io aprii la porta della mia stanza e lascensore richiuse le sue, portandoselo via. Lidea di Dedo che veniva ritrovato in ascensore, sbavante e farfugliante, per un attimo mi divert. Ma poi premetti il pulsante, e lascensore ubbidiente torn indietro con il suo carico. Non siamo mai belli come ora.
La tristezza opprimente delle camere dalbergo; la luce gelida e i bloc-notes immacolati; le pareti spoglie e i frammenti di vite cancellate: lo feci rotolare dentro tutto questo come dentro linferno. Lo issai sul letto, gli tolsi le scarpe e le calze. Aveva le dita dei piedi congelate, un paio di vesciche ben in mostra sopra i talloni. Gli sfilai il cappotto e i pantaloni, e lui tremava, aveva la pelle doca, lombelico nascosto da un ciuffo di peli. Lo avvolsi nelle lenzuola e gli buttai addosso una coperta. Poi mi sdraiai accanto a lui, con il suo odore di sudore e di gengive infette. Grugn e brontol finch il suo viso si acquiet, il sonno gli lisci le palpebre, le sopracciglia si distesero. Un respiro profondo, come al calar del crepuscolo, gli si spense in corpo. Era uno splendido essere umano.
E poi marted, marted scorso, se n andato.
1 Zbigniew Herbert, Rapporto dalla citt assediata, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 1993, p. 226 [N.d.T.].

Vivere bene
Ai tempi della guerra in Bosnia, io sopravvivevo a Chicago vendendo abbonamenti a periodici porta a porta. I miei datori di lavoro pensavano che il mio accento bosniaco, evidentemente confezionato nel subcontinente delle altre culture, fosse eccentrico, e potesse dunque stimolare listinto dacquisto degli americani suburbani. Col fatto della guerra e dello sradicamento io a quel tempo ero disperato, per cui sfruttavo spudoratamente ogni briciolo di compassione che riuscivo a intercettare in casalinghe solitarie e scontrosi pensionati cui andavo a bussare. Molti erano eccitati dalla mia semplice presenza alla loro porta, quasi fossi la prova vivente del sogno americano: eccomi l, a superare circostanze avverse in un nuovo paese, proprio come gli antenati del futuro abbonato, gi impegnato a firmare lassegno mentre riandava nostalgicamente alla saga dellesodo avito verso lAmerica.
Ma il mio accento straniero era di gran lunga troppo marcato per lo zoccolo duro della vendita-abbonamenti nei sobborghi della North Shore, dove la gente, curiosamente asfissiata dalla serenit della ricchezza, leggeva con regolarit Numismatic News e si abbonava a vita a Life Extension. Fui quindi assegnato ai quartieri operai, confinanti con acciaierie e discariche e popolati da persone che, contrariamente ai residenti della North Shore, non pensavano concupissi i loro averi, essendo i primi a non tenerci granch.
La mia zona forte era Blue Island, gi gi per Western Avenue, dove i numeri civici erano a cinque cifre, e la cittadinanza chiaramente molto indietro nella lunga fila in attesa di entrare nel paradiso del centro. Con gli abitanti di Blue Island andavo abbastanza daccordo. Non ci mettevano molto a rendersi conto delle miserie irredimibili del mio lavoro; mi offrivano cibo e acqua; una volta mi feci quasi scopare. Non sprecavano il loro tempo a riflettere sul senso della vita; i loro anni trascorrevano come si racconta una storia: lentamente, risolutamente verso linesorabile fine. Nel frattempo, tutto quello che chiedevano era vivere, consumare con giudizio quel poco di amore maturato e sopportare la vita con lanestetico ausilio di televisione e periodici. Si d il caso che io fossi nei paraggi per proporre i periodici.
Una ciminiera dellinceneritore di rifiuti, con il suo pennacchio di scintille svolazzanti, incombeva sul quartiere come la guglia di una chiesa. Per questo forse le foglie decidue morivano con tanta generosit e splendore a Blue Island, le cui strade erano ricoperte da spessi strati di giallo, arancio, ocra e ruggine. Un giorno calpestai un secco tappeto di foglie color miele fino a una polverosa veranda disseminata di vecchi coupon del supermercato ridotti a brandelli. Passai accanto a un irsuto gatto nero che rimase immobile; una statuetta di legno della Vergine Maria pendeva rigida accanto al campanello. Qualcuno grid: Avanti! prima ancora che suonassi, e io entrai in una stanza buia e cavernosa che puzzava di latte cagliato e candele di cera dapi. Sul divano al centro della stanza era seduto un piccolo prete  abito talare, colletto bianco, croce dargento al collo , i piedi da bambola che toccavano appena il pavimento. La faccia e la pelata erano afflitte da chiazze rosse e pelle squamosa. Aveva un bicchiere di scotch nella mano destra e la bottiglia mezza vuota sul tavolino davanti a s, circondata da resti di giornali e pacchetti di snack. Sul davanzale di trippa, intorno alla croce, cerano briciole di patatine.
 Cosa posso farle per lei?  disse, e rutt.  Mi scusi. Cosa posso fare per lei?  Mi indic una poltrona dallaltra parte del tavolino e io mi ci accomodai.
Il lavoro di un venditore consiste perlopi nella ripetizione meccanica di frasi prefabbricate. Gli proposi quindi unampia selezione di periodici che coprivano ogni ambito della vita contemporanea. Che si interessasse allastronomia, alla propria crescita personale o al giardinaggio, cera una rivista per tutti. Inoltre proponevo unampia variet di titoli per il lettore cristiano contemporaneo: Christianity Today, Christian Professional, Gods Word Today
 Lei di dov?  chiese lui, e bevve un lungo sorso dal bicchiere. Il colore dello scotch richiamava quello delle foglie cadute.
 Bosnia.
 Non dimenticate lospitalit,  biascic,  perch alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.
Annuii e suggerii alcune riviste che gli avrebbero aperto nuovi orizzonti in ambito archeologico, medico o scientifico. Lui scosse la testa e aggrott la fronte, come se non potesse credere alla mia esistenza.
 Ha perso qualcuno a lei vicino nella guerra? Qualche persona cara?
 Qualcuna,  dissi, e chinai la testa, suggerendo un intenso dolore dellanima.
 Devessere stata dura.
 Non  stato facile.
Lui gir la testa di scatto verso la stanza buia sul retro e strill:  Michael! Michael! Vieni a vedere qualcuno che soffre per davvero. Vieni a conoscere un vero essere umano.
Michael fece il suo ingresso abbottonando limpeccabile camicia bianca su un petto liscio e glabro. Era biondo e con gli occhi azzurri, di una bellezza incongrua nello squallore di Blue Island, e sfoggiava la mascella quadrata delle star del cinema americano.
 Il giovanotto qui viene dalla Bosnia. Hai idea di dove sia la Bosnia, Michael?
Michael non disse nulla e si avvicin mollemente al tavolino, buttando le spalle indietro alla maniera dei modelli. Pesc una sigaretta dal cumulo di macerie e usc, lasciandosi dietro una scia di rabbia.
 Fuma,  disse il prete querulo.  Mi spezza il cuore.
 Fumare fa male,  dissi io.
 Per fa molto esercizio fisico,  disse il prete.  Assente nello spirito, ma presente nel corpo.
Avevo una selezione di periodici che cascava a fagiolo, dissi. Mens Health, Shape, Self, Body+Soul, coprivano tutti unampia gamma di interessi: esercizi a non finire, consigli per mantenersi in forma, diete eccetera.
 Michael!  sbrait il prete.  Lo vuoi un abbonamento a Body and Soul?
 Fottiti,  url Michael di rimando.
Il prete fin il suo scotch e si tir su goffamente dal divano per prendere la bottiglia. Fui tentato di aiutarlo.
 Se esistesse una rivista chiamata Egoism,  grugn lui,  Michael sarebbe il direttore editoriale.
Torn a riempirsi il bicchiere e poi a inabissarsi nel divano. Si gratt la calotta e nella sua orbita si alz una nuvola di squame.
 Michael vuole fare lattore, capisce.  tutto vanit e insofferenza,  disse il prete.  Ma per ora  riuscito soltanto a fare il fluffer nei film per soli adulti. E a onor del vero, un futuro come attizzatore per lui non lo vedo proprio.
Era ora di andare. Ero sufficientemente navigato per riconoscere le avvisaglie di una confessione non richiesta. Mi era gi capitato di alzarmi e congedarmi nel bel mezzo di una confessione  senzaltro incentivando il fiume di lacrime del confesso  perch era la cosa pi prudente da fare. Ma stavolta non potevo andarmene, vuoi perch solleticato dal dramma irrisolto, vuoi perch il prete era cos minuscolo e fragile, con quella pergamena che gli si staccava dalla fronte. Essendo stato spesso compatito, mi godevo lopportunit di compatire.
 Conosco Michael da quando era ragazzo. Ma adesso  convinto che ce la far da solo. Non  bene che luomo sia solo, non  bene.
Michael comparve dalla stanza sul retro, pettinato in maniera impeccabile ma sempre fremente dirritazione. Ci pass accanto come una furia e usc di casa, sbattendo la porta dietro di s.
Il prete fin dun fiato lo scotch che aveva nel bicchiere.
 Tutti quanti appassiamo come foglie,  disse, e lanci il bicchiere verso il tavolino. Il bicchiere atterr sul disordine e rotol, gi dal tavolo, fuori dal nostro campo visivo. Era ora di andare; feci per alzarmi.
 Sa chi era san Tommaso dAquino?  disse, e alz lindice, come apprestandosi a predicare.
 S, certo che lo so,  dissi io.
 Quando era giovane, la sua famiglia, che non voleva si consacrasse alla Chiesa, gli mand una splendida fanciulla per indurlo in tentazione. E lui la scacci con una torcia.
Mi fiss per un lungo momento, quasi aspettasse una prova della mia comprensione, che per non venne; capire non era il mio lavoro.
 Non sia eccessivamente virtuoso,  disse, annaspando sulla parola eccessivamente.  Non lho mai avuta una torcia.
La porta si spalanc di colpo e Michael irruppe nella stanza. Io sprofondai nella poltrona mentre lui si dirigeva verso il prete e lo sovrastava agitando il dito puntato, la mascella dislocata dallira.
 Solo una cosa, pervertito del cazzo,  disse, con una ciocca di capelli appiccicata sulla fronte madida.  Solo unultima cosa.
Aspettammo in un silenzio travolgente, il prete a occhi chiusi, anticipando un cazzotto. Ma a Michael unultima cosa da dire non venne, per cui alla fine non disse niente, gir i tacchi e usc impettito, stavolta senza degnarsi di sbattere la porta. Il prete afferr un cuscino del divano e inizi a prendersi a cuscinate in fronte, gemendo e ululando di dolore. Io ne approfittai per scivolare verso la porta aperta.
 Aspetti,  piagnucol.  Voglio abbonarmi. Voglio un abbonamento. Aspetti un attimo.
E cos gli staccai due succosi abbonamenti biennali. Si chiamava padre James McMahon. Trascorsi il resto della serata a girare per il quartiere dicendo a tutti  vecchie signore, giovani madri, bisbetici poliziotti a riposo  che padre McMahon si era appena abbonato ad American Woodworker e a Good Living, lavreste mai detto? Alcuni mi chiesero come lavevo trovato, e io rispondevo che aveva avuto un brutto litigio con il suo giovane amico. Al che loro sospiravano: Sul serio? e aggrottando la fronte si abbonavano a Creative Knitting e a FamilyFun. Come venditore di periodici, quello fu di gran lunga il mio giorno migliore. Alla fine del turno, mentre aspettavo che il responsabile di zona passasse a prendermi, rimasi a guardare lo sfarfallio dei televisori oltre le finestre e lo sfavillio di stelle nel cielo, e pensai: potrei viverci qui. Potrei vivere qui per sempre. In questo posto potrei viverci bene.

La camera di Szmura
 in piedi davanti alla porta di Szmura, la mano sinistra sospesa a mezzaria, restio a bussare. Palpita, debilitato e denutrito, fra le due valigie che ha al fianco, una delle quali tenuta insieme da una corda logora.  chiuso in un cappotto scuro, il colletto striato di laniccio e forfora, le maniche tragicomicamente corte a mostrare dei polsini di camicia orlati di sporcizia. Quando Mike Szmura apre la porta, con indosso soltanto i pantaloni del pigiama e una spaventosa facciata di peli sul petto, Bogdan pronuncia le sue frasi in un inglese zoppicante.  Appena sbarcato,  dice Szmura con maligna voce nasale. Si fa da parte perch il nostro entri nellappartamento, la valigia legata che gli sbatte contro le caviglie, laltra che investe il ginocchio di Szmura.
Questo, almeno,  quanto Szmura ci descrisse in seguito, mostrando il presunto, vago livido sul ginocchio nodoso. Avevamo interrotto la nostra partita a poker (coi miei due jack in attesa di indurre Szmura e Pumpek a sganciare le loro entrate settimanali) perch Szmura potesse sfoggiare il suo scarso talento narrativo nellinfiorata descrizione dellarrivo di Bogdan. Gli altri giocatori, Pumpek e due suoi amici agenti immobiliari che si era portato dietro perch fungessero da polli, erano sfacciatamente americani e incuranti, e aspettavano impazienti che Szmura concludesse per poter riprendere la partita. Ma nel probabile tentativo di distrarmi dal gioco, Szmura aggiunse:   del tuo miserabile paese, Basnia, o come diavolo si chiama . I miei due jack risposero prontamente allinsulto e, tempo di mettere le mani sul bottino, lo sventurato straniero alla porta di Szmura mi era del tutto passato di mente.
Alle partite successive venni a sapere dellaltro. Szmura cerc di intrattenerci con un repertorio di imprese dello straniero idiota e barzellette raccontate in un accento terribile e tutte incentrate su Bogdan, performance dalle quali evinsi che questultimo mi assomigliava parecchio: unastrusit, un ucraino bosniaco che per, diversamente da me, non era di Sarajevo. Szmura non accordava alcun interesse alle differenze culturali interne al paese, e dava per scontato che tra noi ci fossero profonde ed essenziali affinit, vale a dire che quando prendeva in giro Bogdan il bersaglio ero io. Anzich prendermela a male, io preferivo prendermi i suoi soldi  era arrivato al punto di firmarmi delle cambiali, che conservavo come fossero messaggi damore anche dopo che aveva saldato il debito.
Bogdan era approdato a Chicago passando per uno di quei canali per profughi penosamente limitati: un prete ucraino che sapeva di un prete ucraino che sapeva di una stanza economica da Szmura. La stanza, grande quanto un armadio, si trovava nellappartamento che Szmura affittava dalla nonna della sua ex, la quale aveva felicemente scelto di ignorare il fatto che Szmura avesse preso la decisione permanente e irreversibile di scaricare la luce dei suoi occhi poco dopo essersela scopata.
Per piccola che fosse, la stanza risuonava di vuoto. Bogdan parcheggi le proprie valigie di piatto nellangolo senza finestre; prese un lenzuolo e una coperta da quella senza corda e li stese sotto il vetro sudicio  in mancanza di materasso o piumino, avrebbe dormito l. La stanza sembrava uninstallazione in uninsulsa galleria darte, con il riflesso della lampadina del soffitto sulle tavole del pavimento a significare la falsa superficie dellesistenza, le valigie coricate a incarnare la natura transitoria della vita  o pi specificamente della vita del soggetto, rannicchiato nellangolo contro una parete nuda e scrostata. Va da s che fosse tutto molto divertente. Durante unaltra partita da Szmura (io non cero), entrarono tutti quanti in fila nella cella di Bogdan e trovarono linstallazione formidabilmente esilarante: risero fino a farsi venire i conati di vomito e crollarono sullesistenziale pavimento mentre Bogdan se ne stava nel suo angolo, disorientato da tutte quelle battute sulla sua pretenziosit.
Finalmente gli venne concessa una visita ufficiale dellappartamento; unintroduzione al mondo di Szmura e ai suoi impenetrabili misteri. In soggiorno, con un ampio gesto della mano, Szmura attir lo sguardo di Bogdan sul mobilio: la poltrona di velluto rosso scuro davanti al tavolino pseudo-orientale, tutto curve cinesi e spigoli giapponesi; il divano cremisi con la sua generosa forma a U e i nudi, austeri braccioli che per chiss quale ragione Szmura chiamava il portoricano. Bogdan aveva il permesso di sperimentare il portoricano quando Szmura non fosse stato in casa, gli fu detto; altrimenti cera la poltrona. Bogdan dovette poi visionare la collezione di oggetti sulla mensola del caminetto, consistente in un bossolo messo in verticale che il venerando padre di Szmura aveva portato a casa dal Vietnam; un posacenere di vetro pieno di monete straniere (perlopi copechi e zloty); una bottiglia di birra Grolsch (Fai molta attenzione,  disse Szmura,  ch questa bottiglia viene dalla Florida); e la statuetta di una mucca, completa di mammelle rigonfie, che non venne menzionata. Bogdan diede anche unocchiata dalla finestra, per quanto affacciasse sullo stesso vialetto di quella della sua stanza. Non cera niente da vedere, ovviamente, se non la porta di un garage che si stava abbassando come un sipario, e un paio di foglie decidue che riuscirono a infilarsi allinterno prima che si chiudesse.
In bagno a Bogdan furono mostrati i ganci cui Szmura era solito appendere lasciugamano per le ascelle (blu marina) e quello per le parti intime (azzurro) nonch la vestaglia di seta carminia con un drago sputafuoco sulla schiena; a Bogdan fu assegnato il quarto gancio. Gli fu inoltre precisato che doveva abituarsi ad alzare lasse del water, a costo di abbassarlo per quella grossa, e che non doveva mai radersi o pisciare nella doccia. Per concludere, Szmura gli piazz davanti agli occhi un vasetto dal fondo ricoperto di affarini giallastri: era l che raccoglieva i vermetti provenienti dai pori del naso.
In cucina Bogdan fu messo in guardia che la tazza con la scritta ?????? e le decorazioni a motivi tradizionali ucraini sotto il bordo sbrecciato non andava toccata per nessun motivo. Nel frigo cerano una ciotola di pomodori a grappolo di un rosso intenso (Ti fortificano il sangue) e le scarpe nere da sera di Szmura su un vassoio; un piatto di gamberetti andati a male e un barattolo di vaselina, riguardo al quale Bogdan non pot esimersi dal concludere che fosse destinato a qualche forma di onanismo. Con Szmura non si dilungarono sul contenuto della dispensa. Menzioneremo soltanto le scatole di Cotti e Mangiati impilate in gran numero sullo scaffale pi basso, nonch limpressionante collezione di minestre in scatola allineate in ordine alfabetico sugli ultimi due: scaffale numero 1, dagli Asparagi alle Melanzane; scaffale numero 2, dal Minestrone alle Zucchine. Le minestre non erano per Bogdan, dichiar Szmura. Se mai ne avesse aperta una, era tenuto a sostituirla il giorno stesso. In conclusione della visita, Szmura spalanc brevemente la porta della propria camera su unoscurit in cui la luce ritagli un lattiginoso romboide. Bogdan in quella camera non ci sarebbe mai dovuto entrare, neanche se invitato.  Considerala un campo minato,  disse Szmura.
Invece Szmura nella stanza di Bogdan ci entrava spesso e in totale libert, aprendo brutalmente la porta. Si lanciava in granitici monologhi di benvenuto in questo grande paese, che era stato costruito dagli immigranti, compresi i nonni di Szmura, i quali si erano dovuti rimboccare le maniche per riscattarsi e adesso per avevano un appartamento di propriet a Orlando, ed era una gran cosa perch significava che questo paese offriva unopportunit a chiunque, perfino a un rottinculo come Bogdan. Bogdan intuiva che a Szmura fare questi discorsi piaceva; mentre parlava si accarezzava la boscaglia di peli sullavambraccio, quasi stesse pomiciando con se stesso.
Il modo con cui Szmura apriva la porta era strettamente legato al fatto che fantasticava di diventare un agente dellFbi: era stagista in uno studio legale e non perdeva una puntata di Cops, tutto ci in vista dellesame dammissione allFbi, che avrebbe sostenuto non appena si fosse laureato presso la facolt di Giurisprudenza dellUniversit dellIllinois. Bogdan fu messo a parte delle fantasie di Szmura sullFbi dopo essersi incautamente prestato alla dimostrazione di una tecnica di assoggettamento. Si era ritrovato sul pavimento con il ginocchio di Szmura premuto sulla giugulare, il gomito e la spalla sul punto di saltare.  Potrei ucciderti, se lo volessi,  aveva detto pragmatico Szmura prima di lasciarlo andare.
Szmura era anche un gran messaggiatore: ogni mattino Bogdan trovava sul tavolo della cucina un biglietto con una grafia asciutta e ordinata che in un certo qual modo corrispondeva allessenza di Szmura; la lettera T era come il suo fisico: dritta, slanciata, spigolosa. Ogni tanto i biglietti tornavano a dargli il benvenuto (Fai come se fossi a casa tua), ma pi spesso erano direttive (Lava quei dannati piatti) o promemoria (Pagare affitto entro marted). Alcuni correvano sul filo sottile che divide linsulsaggine dalla poesia (Il caminetto non  vero). Quando Szmura, allimprovviso e in modo inspiegabile, inizi a scrivere i suoi messaggi in versi, Bogdan cominci a collezionarli. Un giorno, dal deserto che ricoprir le rovine di Chicago, qualcuno estrarr una scatola arrugginita piena di pezzi di carta scoloriti, e qualche bravo archeologo scoprir lanima di una civilt scomparsa in questi oscuri versi:
La porta  aperta
O chiusa
A me piace
Chiusa
Oppure:
I tuoi calzini sono ovunque
Quanti cazzo di piedi hai?
Non sei solo qui, amico
Non sei solo
Comera prevedibile, Bogdan spesso si rifugiava nella sua stanza vuota; sdraiato al buio, tastava il muro, come in cerca di una via di fuga. Capitava che Szmura portasse a casa una donna  aveva un gusto inequivocabile per il tipo meretricio  e Bogdan ascoltava i loro scambi coitali, che sembravano sempre recitati, come se stessero sostenendo un provino per un porno: lei lo implorava di infilarle dentro il suo grosso cazzo, e lui diceva, Oh s,  questo che vuoi, eh, troia, e lei diceva, See, dammi il tuo grosso cazzo, e lui diceva, Oh s,  questo che vuoi, eh, troia, e avanti cos, fino al culmine, quando lei si metteva a strillare alle frequenze proprie del suono di un dito umido strofinato su un bicchiere, mentre Szmura scaricava una raffica di godi: godigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodigodi. Ogni tanto esortava le sue appiccicose compagne a bussare alla porta di Bogdan per elargire qualche premura erotica di seconda mano. Solo una di loro lo fece davvero: senza niente addosso a parte un paio di pattini a rotelle, una formosa cameriera part-time di Wicker Park fece le fusa e gratt alla porta di Bogdan. Incapace di comprendere quel che stava succedendo, spaventato dallo stridio dei pattini sul pavimento, lui non mosse un dito. La mattina seguente, Szmura lasci un messaggio che diceva, Era una botta e via | Bo | Niente di pi.
Non so come Bogdan interpretasse Szmura, o quanto fosse consapevole della sua follia. Forse fu fuorviato (comera capitato a me) dai suoi sporadici moti di umanit: Szmura aveva destinato la sua collezione di Cotti e Mangiati alla chiesa ucraina, da distribuire agli immigranti freschi di sbarco; aveva fama di lasciare una mancia anche se la cameriera non era scopabile; e una volta scrisse un biglietto: Se un uccello ti vola in casa, lascialo uscire. Ma la cosa pi fuorviante, credo, erano i modi da bravo ragazzo con cui discorreva con Pany Mayska, la padrona di casa.
Il giorno seguente al suo arrivo, Szmura port Bogdan allaltro capo del corridoio e buss alla porta di Pany Mayska, un mazzolino di profumati gigli in mano. Sentirono il suo passo lento e strascicato e Szmura disse:  Adesso vedi di essere gentile. Niente stronzate . Aggrott e riaggrott la fronte, sollev il labbro superiore e dilat le narici  una smorfia in cui un giorno Bogdan avrebbe imparato a leggere una minaccia. Pany Mayska era minuscola, la faccia incipriata e raccolta intorno a una boccuccia imbellettata, i capelli radi, che scoprivano bianche porzioni di cuoio capelluto. Indossava un reggiseno a punta che era forse stato arrapante mezzo secolo prima, ma adesso serviva da impalcatura per il suo petto cavernoso. Szmura la salut in ucraino e la baci sulle guance mentre lei gli afferrava la mano senza gigli e non gliela lasciava ritrarre, tirandolo dentro. Le sue dita erano come artigli, secche e torte. Lappartamento puzzava di piscio e pierogi, di pulito e lenzuola stirate. Lodore viaggi rapido sulle sinapsi di Bogdan e raggiunse la stanza in cui sua nonna era morta: manufatti ucraini con gli stessi motivi geometrici ripetuti su tovaglia e cuscini; calendari della parrocchia obsoleti sparsi per tutta la stanza; una malinconica acquaforte del poeta Taras evcenko, lo sguardo torvo sopra uno sterposo mustacchio; icone di Vergini dal collo piegato con lattanti pienotti attaccati al seno.
Szmura si inform sul suo stato di salute; Pany Mayska rispose che non cera male  entrambi tutta affabilit e sorrisi. Non fosse stato per la sua fragilit, Szmura le avrebbe forse dato una pacca sulla spalla. E come stava Victor, suo nipote? Oh, stava bene, riportava alla luce antichi cimiteri slavi nei pressi di Charkiv. Sarebbe tornato a casa per Natale. E come stava Oksana? Ah, sempre senza fidanzato.  ??????, quanto mi sarebbe piaciuto averla come genero.  ???? ??????, sono troppo giovane per sposarmi,  disse Szmura. Al che lei sospir pensosa, come se Mike Szmura fosse lamore mancato della sua giovinezza, il suo sogno perduto.
Bogdan se ne stava seduto in ascolto con un sorriso generico che suggeriva interesse ma non indiscrezione. Pany Mayska si alz con scricchiolante difficolt e si allung a prendere una ciotola sul ripiano immacolato. La ciotola, che pos sul tavolo, era piena di biscotti mezzaluna.  E lei chi ?  chiese, spingendo la ciotola verso Bogdan. Lui mosse garbatamente la testa esprimendo la volont di assaggiare un biscotto e poi le disse chi era con affaticato distacco, quasi stesse ripercorrendo la trama di un tedioso film est-europeo.
Szmura gli aveva detto che Pany Mayska era stata una radiologa, aveva passato ai raggi X i polmoni bruciati di fumatori e le anche fracassate di anziani temerari. Era cos fottutamente irradiata, diceva Szmura, che al buio faceva luce, le ossa le si attorcigliavano in corpo, tutto in lei si decomponeva luminosamente. Forse era proprio grazie alla sua radioattivit che Bogdan anticipava il suo arrivo ogni volta che veniva a bussare. Capitava che andasse alla porta prima ancora che lei avesse aperto la propria. Dallo spioncino la vedeva avvicinarsi traballando con un vassoio carico di pierogi. Pany Mayska sapeva che durante il giorno Szmura era al lavoro, eppure chiedeva sempre di ??????. Non accettava mai di entrare, si fermava sulla soglia e si faceva dire, ancora e ancora, quello che Bogdan le aveva detto la prima volta: era un ucraino bosniaco, di un piccolo paese chiamato Prnjavor; aveva avuto una bottega di fotografo; durante la guerra era stato costretto a combattere per i serbi; era scappato con i soli vestiti che aveva indosso; e adesso lavorava al Jewel, il supermercato, dove imbustava la spesa in attesa di trovare qualcosa di meglio. Dopo che Bogdan aveva pronunciato lultima frase, lei gli porgeva il vassoio, coperto da un sottile asciugapiatti su cui campeggiava lo stesso motivo che dominava il resto del suo habitat. Quindi recitava il proprio testo come segue:
a. Era terribile quello che stava succedendo in Bosnia; le ricordava la Grande Carestia, durante la quale erano morti milioni di ucraini; pregava perch finisse presto.
b. Bastava che Bogdan pensasse a tutti i posti dove si potevano trovare degli ucraini: eravamo ovunque, dalla Bosnia alle giungle dellAfrica.
c. Gli ucraini erano gente molto visiva, gente che amava le immagini; prendete Disney, ad esempio, che era uno di noi, un ?????: tutte le sue idee, le sue ispirazioni artistiche, gli venivano dalla cultura nazionale ucraina, dal nostro amore per la Natura.
Come da copione, Bogdan distendeva la faccia in un sorriso grave e contraeva i muscoli della pancia per reprimere eventuali accessi di riso allidea che Paperino fosse parte del suo bagaglio culturale, che Pippo fosse ucraino. Pany Mayska e i suoi biscotti e pierogi cominciavano a piacergli; impar a crogiolarsi nel brivido delle sue radiazioni.
Da quando era in pensione, Pany Mayska faceva volontariato presso il Museo di cultura e storia ucraina, una smorta palazzina di tre piani proprio di fronte al parcheggio del Jewel dove lavorava Bogdan. Una volta lo vidi avventurarsi con un grembiule verde e un berretto che sarebbero stati cool nellEuropa dellEst decenni prima. (Ero abbastanza sicuro che fosse lui; non lavevo ancora incontrato, ma a tradirlo fu, pi di ogni altra cosa, landatura stanca). Pany Mayska apr la porta e condon i due dollari dingresso annuendo con indulgenza. Bogdan entr in una stanza soffusa di una verde penombra, con pesanti tende a inibire la luce.
In quelloscurit sepolcrale lei appariva ancora pi piccola e radiosa. Bogdan la segu, fingendo interesse, fra uova di legno dipinto e un merletto a tombolo ingiallito, con il dolore che gli riverberava nel petto. Tutto ci gli ricordava il guardaroba scalcagnato nella camera da letto dei suoi nonni, che da piccolo aveva rovistato in cerca delle loro sgualcite foto dinfanzia. Pany Mayska sal le scale fino a una stanza che raccontava, disse, la storia del nostro popolo. La stanza era priva di tende, coi granelli di polvere che aleggiavano tuttintorno mentre fuori splendeva il sole. Lei indic una teca di vetro sotto la finestra: una madia per pane crepata; una medaglia a testa daquila ricoperta di una ruggine psorica; una lettera la cui grafia si scioglieva in onde azzurrognole. Bogdan si chiese se la lettera fosse stata portata l dal paese dorigine oppure mai spedita da quello nuovo. Dopodich costeggiarono pareti passando in rassegna fotografie di contadini esangui, consumati dalla carestia, in fila per lo scatto come per unesecuzione, e ritratti di rigidi uomini in bianco e nero arrivati qui molto tempo prima, gli occhi sporgenti come se le cravatte strettamente annodate gli togliessero laria. Pany Mayska si ferm davanti alla foto di un uomo dallaria ebete con folti mustacchi e un paio di occhiali tondi dalla montatura sottile: quello era suo marito, disse, con un tremito nella voce. E poi scesero di sotto, nella piccola cucina, dove Bogdan accett un bicchiere dacqua e concentrato di lamponi, una confezione di TV dinner quasi scaduta che si era ritrovata per le mani e il racconto di come una volta avesse sorpreso Oksana e Szmura a baciarsi, e avevano appena dodici anni.
Devo confessare che rimasi ad aspettare nel parcheggio del Jewel, con lintenzione di intercettare Bogdan. Era ora che ci conoscessimo, pensavo. Mi ricordava un sacco me stesso, comero stato fino a non molto tempo prima: anchio avevo dovuto districarmi con il rompicapo del numero di previdenza sociale, con le astruse regole del baseball e le immutabili leggi della convivenza con Szmura. Anchio avevo resistito alla tentazione di trangugiare le sue minestre e avevo accettato confezioni di TV dinner e merendine rinsecchite da Pany Mayska. Una volta mi aveva perfino prestato dei soldi, che non le avevo mai restituito  ed era il motivo per cui adesso la evitavo, cambiando marciapiede non appena la vedevo barcollare artritica verso di me.
Quando Bogdan usc dal museo, zavorrato da una pesante busta di carta, mi sembr pi alto. Era goffamente curvo in avanti, proprio come Pippo. Lo accostai vicino al punto di raccolta dei carrelli. Mi sorprese che non fosse sorpreso. Mi aveva riconosciuto, disse: assomigliavo a mio cugino Roman, con il quale era andato a scuola a Prnjavor. Mi ero preparato le cose da dire. Avevo pianificato di chiedergli dei suoi e di offrirgli il mio generoso aiuto. Volevo dirgli di levarsi al pi presto da casa di Szmura. Invece mi ritrovai ad annuire vanamente, come un americano con limbarazzo congenito, per comunicargli che aveva tutto il mio sostegno e la mia comprensione anche se non potevo comprendere ci di cui stava parlando.  Non hai idea di cosa hai scampato,  disse.  Non hai idea della fortuna che hai . Mi disse di come aveva sepolto i genitori nel giardino dietro casa. Era stato coscritto nellesercito serbo e aveva combattuto a Derventa. Aveva visto cose indicibili: gente costretta a camminare sui campi minati, donne incinte sventrate, occhi cavati con cucchiai arrugginiti, i suoi commilitoni che pisciavano in una fossa comune. Tutto ci cui riusciva a pensare era la fuga, al punto che quando i suoi erano morti aveva provato un senso di sollievo  ma questo non so se lo disse o se fui io a dedurlo. I clienti del Jewel  madri giovani e bionde, vecchi impestati di naftalina, ubriaconi con bottiglie di Wild Irish Rose in busta  riportavano giudiziosamente il carrello al punto di raccolta.   doloroso ricordare quello che non posso dimenticare,  disse, forse citando una canzone ucraina che non conoscevo. Cos mi inventai un impegno di incontestabile urgenza, espressi il desiderio di ritrovarci presto, offrii un aiuto non meglio specificato e mi allontanai nel parcheggio. Dopodich lo evitai per anni.
 Quel museo, se ci penso mi cago addosso, te lo dico io,  disse Szmura rabbrividendo,  cosa cazzo ci  andato a fare Bo?
 Non lo so,  dissi.  Forse gli ricorda casa. Forse si trova a suo agio con la vecchia Mayska.
 Forse ci puoi scrivere un bel racconto, prima o poi,  disse Pumpek.  Intanto per smazza le carte.
 Certa gente io non la capisco. Quella vecchia troia del cazzo ha vissuto in questo paese per cinquanta fottuti anni e non fa altro che parlare dei suoi compaesani, della carestia, di Disney e della fottuta Ucraina,  disse Szmura.
 Smazza,  disse Pumpek.
 Ti spezza il cuore,  dissi,  tutto quel dolore.
 Gi, come no. Ti spezza la minchia, altroch,  disse Szmura.  Lo sai come fa linno nazionale ucraino? LUcraina non  ancora morta. Non  ancora morta, cazzo! Be, lasciatela morire, cazzo. Questa  lAmerica, non uno psico-coso, un ospedale psichiatrico.
 Smazza,  disse Pumpek.
Smazzai, e distribuii a Szmura, a Pumpek e ai due agenti immobiliari, che non aprivano bocca, tutti calcolo e freddo azzardo. Uno dei due continuava a spostare le sue fiches guardandomi fisso in faccia, chiaramente (e stupidamente) individuando in me il pollo. Laltro si alz e and a prendersi una birra. Mi resi conto che erano fratelli.
 Sono preoccupato per Bo,  disse Szmura.  Vorrei che iniziasse a vivere in America, che la smettesse di vivere nel passato. Quei vecchi vampiri non gli fanno niente bene. E non  manco ucraino,  un fottuto basniaco. Lo prender sotto la mia ala. Dobbiamo integrarlo in questa societ.
 Integrarlo,  disse di punto in bianco il fratello con la birra.  Dove lhai imparata una parola cos chic?
E cos Szmura prese Bogdan sotto la sua ala di avvoltoio. Gli diede lezioni estemporanee di storia americana: gli fece ammirare le grosse palle che ornavano linguine dei Padri Fondatori; gli dettagli in pi tappe la grande epopea del salviamo il mondo dalla minaccia anti-libert (Vietnam, Grenada, Golfo Persico); lo esort a guardare la televisione per toccare con mano la ricchezza della cultura americana; gli dipinse lenorme quadro del capitalismo con poche semplici pennellate: libero mercato, libera impresa, soldi in banca.
Un giorno lo invit ad assistere a una riunione daffari con un suo conoscente. Pu darsi che Bogdan fosse sinceramente eccitato allidea di imparare qualcosa presso lIstituto Szmura per lintegrazione, ma pi probabilmente gli era troppo difficile dire di no. Tanto pi che Szmura gli aveva concesso, nei giorni feriali, di dormire sul divano portoricano.
 Tutto quello che ti chiedo,  disse Szmura,   di startene l seduto e non dire niente. Se mi metto a rincorrere il tizio, o se lo prendo per il collo, tu fermami. Voglio che mi fermi . Sistem Bogdan sul portoricano, piazz la bottiglia di Jack Daniels al centro del tavolino e, accanto, una ciotola di pomodorini. Disse a Bogdan che il tizio che stava per arrivare aveva bisogno di un favore e che per lui era dura dire di no, perch il padre del tizio  il sindaco di Bolingbrook. Alle orecchie di Bogdan, manco a dirlo, la cosa non suon granch impressionante, ma prima che avesse il tempo di fare domande, Szmura and in cucina a prendere i bicchieri. La luce filtrava attraverso la bottiglia di whiskey, e sul tavolo guizz un riflesso ambrato.
 Lo sanno tutti che Bolingbrook  una citt mafiosa,  grid Szmura dalla cucina.  Il vecchio di quel tizio ha, come dire, dei contatti, e potrebbero tornarmi utili quando sar nellFbi.
Naturalmente lidea di trovarsi preso tra la mafia e lFbi metteva Bogdan a disagio, ma al tempo stesso ne era intrigato  e chi non lo sarebbe. Quando suonarono il campanello, si appoggi allo schienale del portoricano, accavall le gambe, intrecci le dita in grembo e cerc di rilassare la faccia in modo da apparire indolente e distaccato. Szmura entr accompagnato da un uomo alto e magro con un berretto da baseball in testa, lo fece accomodare in poltrona, quindi and a sedersi accanto a Bogdan, che present come suo amico e socio. Fu versato il whiskey (da Bogdan), furono scambiate alcune impressioni su certe celebrit e le loro poppe finte. Il tizio magro stava sudando, e Szmura se ne stava con le braccia spalancate sulla spalliera del portoricano, lavambraccio che toccava la nuca di Bogdan. Szmura e il tizio magro lanciarono unocchiata a Bogdan in simultanea, come fosse il canale per una comunicazione in codice.
 Allora, Michael,  disse infine Szmura.  Cosa posso fare per te?
 Il mio problema  questo,  disse Michael,  e non voglio che tu fraintenda la mia posizione.
Bogdan avvertiva la forte presenza di Szmura e Michael nella stanza; ne fiutava la fregola semicriminale, e tutto, tutto rallent. Cera una donna, Michelle. Era una tipa super, favolosa, e Michael in qualche modo lamava. (Bogdan se la immagin: alta, aggraziata e malinconica). Ma la tipa aveva un piccolo problema di droga. Era iniziato alluniversit; un po di erba, qualche pasticca, saltuariamente qualcosa di pi pesante, ma solo nei weekend e durante le vacanze, quando lo facevano tutti. (Bogdan visualizz una cantina buia con della musica degenere, giovani stramazzati negli angoli, il bianco degli occhi iniettato di sangue). Quanto a Michael, con quella roba aveva chiuso, per via del baseball e tutto quanto, e ce laveva messa davvero tutta, niente alcol, niente droghe, solo tanta sana fica. Cera stato un interesse da parte di alcune squadre minori, qualcuna anche piuttosto seria, addirittura la squadra titolare dei Cubs, un sacco di soldi nellaria, un sacco. Michelle, per, non aveva smesso di far festa. Giurava di sballarsi soltanto nei weekend, ma poi Michael era venuto a sapere da un amico che in realt si faceva come un cammello. Si era pure scopata il suo pusher, aveva detto lamico, al che Michael laveva affrontata. (Bogdan si figur uno scontro verbale senza sonoro, con le guance tonde di lei grondanti di lacrime). Lei era dispiaciuta e tutto, ma ammise che era completamente in fissa con la coca e doveva un sacco di soldi al suo pusher, uno sfigato iscritto a Studi culturali. Laveva costretta a scopare con lui. (Primo piano di una mano di donna su una schiena pelosa). Michael prese e and a parlare allo sfigato, gli disse di andarsene affanculo. Ma il multiculti figlio di puttana voleva indietro i suoi soldi, era un suo diritto, li aveva guadagnati, e aveva alcuni amici dalle spalle larghe e il pugno facile. Michelle aveva paura che potesse costringerla a scoparsi altri uomini per rimborsarlo. (Un tableau vivant di corpi lubrificati e ansimanti, membra aggrovigliate come serpenti copulanti).
 Capito,  disse Szmura.  Quindi vuoi rimborsarlo tu?
 Gi,  disse Michael. Doveva rimediare al casino, portare i suoi soldi dove lo portava il cazzo, altrimenti si sarebbe fottuto la carriera nel baseball, e il baseball era la sua vita. Bogdan non capiva proprio tutto, ma limponenza del dilemma di Michael gli era chiara.
 Sai quanta passera c nel mare,  disse Szmura.
 Temo che mi piaccia nuotare nel mio stagno.
 Perch non parli con tuo padre?
 La mia famiglia non si distingue per sensibilit,  disse Michael.  Voglio solo pagare quel figlio di puttana e levargli la mia donna dal cazzo. Mi piacerebbe molto concimarci le campagne dellIllinois, ma bisogna essere realisti.
 Come no,  disse Szmura, e guard Bogdan, come per consultarsi con lui telepaticamente.  Venticinque percento. Tasso base per gli amici. Quanto ti serve?
 Diecimila.
 Entro domani ti faccio avere i soldi, e una cambiale da firmare.
 Firmo tutto quello che vuoi.
 Fantastico,  disse Szmura con uno sbuffo di approvazione. Prese una manciata di pomodorini e se li schiaff in bocca uno dopo laltro.
 Non prenderla sul personale, Michael,  disse,  ma credo sia mio dovere professionale precisare che se, come dire, dovessi venire meno ai termini di pagamento sar costretto a prendere delle contromisure. Potrei, per dire, trovarmi a dover parlare con tuo padre.
 Comprensibile,  disse Michael.
 E per il bene della mia immagine professionale,  lanci unocchiata a Bogdan, che irradiava voyeuristica trepidazione,  potrei doverti punire. Niente di che, non metterebbe certamente in pericolo la tua carriera nel baseball, ma ti manderei Bo, qui, per occuparsi del problema.
 Comprensibile,  disse Michael, e guard Bogdan, che per il disagio strinse le mani a pugno  dando senzaltro limpressione, agli occhi di Michael, di prepararsi a spaccargli la faccia.
 Bogdan, qui,  disse Szmura,   basniaco. C stata una guerra, in Basnia, una cosa tremenda. Ha visto cose che tu e io non possiamo neanche lontanamente immaginare. L la gente la fanno a fette come delle fottute kielbasa. Per cui  un tantino scosso, se capisci cosa intendo.  un tantino irrecuperabile. Ma sono sicuro che sapr controllarsi, adesso che ti conosce.
E qui Bogdan si cal pienamente nella parte: flett il collo; sorrise a Michael a pieni denti e il suo incisivo sinistro scintill della minaccia di un criminale di guerra. Poi, con voce slava e profonda, mormor:  S,  e afferr un paio di pomodorini. Szmura si appoggi allo schienale del portoricano e distese le gambe trionfante, come per esibire la taglia dei suoi testicoli zuppi di testosterone.
Qualche giorno pi tardi, la primavera invest Chicago: a un tratto laria era calma e fragrante, lerba improvvisamente verde, come se lavessero verniciata durante la notte. Bogdan inizi a farsi crescere i baffi e a sognare di comprarsi una macchina fotografica. Stabil un rito del dopolavoro che includeva una parentesi dozio sul portoricano a leggere le previsioni del tempo (Mite con formazioni temporalesche e forti venti mattutini. Schiarite nel pomeriggio) mentre sorseggiava un goccio di Jack on the rocks. La sua vita cominciava a comprendere piccoli, ripetibili piaceri.
Una volta Szmura lo port addirittura fuori a bere, al Rainbo Club, dove avrebbero pure rimorchiato due sorelle dai capelli rossi se Bogdan non fosse stato reticente. Io li osservavo dallangolo opposto del locale, parzialmente nascosto da un flipper bizzoso. Szmura part alla conquista, mentre Bogdan fissava il proprio bicchiere quasi vuoto: evitava di finire il drink perch non poteva permettersi di pagare un giro. Non disse una parola, limitandosi ad alzare lo sguardo su una delle sorelle (si chiamava Julia) e a sorridere timido. Szmura ordin un drink dopo laltro, e alla fine spar la sua infallibile battuta da rimorchio:  Quando vi siete rotte, possiamo portarvi a casa . Tanta sfacciataggine aveva gi funzionato, ma stavolta le sorelle si limitarono ad alzarsi e levare le tende, anche se Julia concesse unocchiata daddio a Bogdan che Szmura interpret come un invito allorgia. Bogdan trascorse la notte facendo lunghe passeggiate immaginarie con Julia, immaginariamente mano nella mano con lei, ma non os, alla fine, immaginare di farci lamore sul portoricano spaccaschiena. Lalba arriv con una fanfara di passeri cinguettanti, e Bogdan perse i sensi sotto il peso di quella che molto approssimativamente potremmo chiamare felicit.
Si svegli tardi e per un po stette a grattarsi la pancia e le chiappe sbadigliando. Si avvi senza fretta verso la cucina e si vers una tazza di caff leggero che Szmura aveva avuto la gentilezza di preparare. Poi lesse il biglietto che aveva lasciato sul tavolo. Si alz per macchiarsi il caff, poi lo rilesse, e stavolta ne comprese il significato:
Ho paura, Bo,
Che te ne devi andare,
Mi serve la tua stanza
Michael porta qui Michelle
Programma di protezione passera
Paga quel che puoi
E vai
In Bosnia esiste una tipica nonch crudele espressione idiomatica per descrivere il comportamento e la gestualit di una persona spaventata: di uno cos si dice che si muove come una mosca decapitata. Ed ecco il nostro Bogdan senza testa volare in camera sua a togliersi il pigiama, quindi crollare sul portoricano e restare un pezzo a fissare il caminetto non vero. Alla fine torn in camera per mettersi la divisa del Jewel, poi si diresse alla dispensa, come in cerca di un posto dove nascondersi. Qui, si trov di fronte alla collezione di minestre, con la disperazione che gli mordeva le viscere. Lesse attentamente tutte le etichette, esamin ogni lattina, ma Asparago rimaneva cocciutamente in silenzio, Cicerchia e Spinacio lo squadravano con odio, e non gli rest che affidarsi alla forza di Pomodoro. Vers in una pentola quel che sembrava sangue rappreso e aspett che le bolle eruttassero in superficie. Trangugi voracemente lintruglio e intanto rileggeva il biglietto, con la camicia blu schizzata di gocciole rosse.
Le radiazioni di Pany Mayska lo circonfusero prima ancora che bussasse alla porta. Quando apparve, con un paio di babbucce coi pompon sulle punte arricciate, manco fosse una matura principessa di Bagdad, Bogdan le disse del biglietto di Szmura. Pany Mayska si premette una mano sul petto e boccheggi, riconoscendo limminenza della ferita e dellumiliazione. Ma credeva che ?????? avesse semplicemente fatto quel che doveva, con le migliori intenzioni, e poi comunque era una camera molto piccola. Bogdan desider le sue labbra secche sulla guancia; desider che gli stringesse la mano sudata e lo consolasse, come avrebbe fatto sua nonna, ma lei si tenne a distanza. Gli propose di ospitarlo al museo  cera una stanza vuota sul retro  finch non avesse trovato una soluzione. Dallappartamento provenne una zaffata di pasta bollita, e Bogdan ebbe la penosa sensazione che si stessero dicendo addio. Lei boccheggi di nuovo comprensiva, e si ritir nelloscurit della sua dimora.
La porta della camera di Szmura era pesante come il ferro battuto, quasi conducesse a una segreta. Bogdan entr, del tutto cosciente che una volta dentro non ci sarebbe stato ritorno. Vide un letto disfatto, i resti di una trapunta al centro, il cuscino scavato dalla testa. Accanto al letto cera un grande bicchiere pieno dacqua, con le bollicine che premevano le loro faccette contro il vetro. Una cravatta per il lungo sulla sedia, come un tendine reciso. La sveglia che lampeggiava istericamente le 12:00. Un libro (Brodo di pollo per il tifoso di baseball) ad ali spiegate sul pavimento. Da sotto il letto un paio di imperturbabili manubri da nove chili luno sporgevano giusto quanto bastava perch Bogdan ci sbattesse lalluce. I completi in fila nellarmadio coprivano uno spettro che andava dallazzurro al blu marina; sotto i completi, le scarpe di Szmura erano impeccabilmente allineate a lisca di pesce, come macchine in un parcheggio. La biancheria intima occupava diversi scaffali: boxer in cima, mutande in fondo, canottiere nel mezzo, tutto ordinato in pile perfette.
Sulla parete sopra la scrivania era appesa una cartina della Florida, con unaggiunta per le Keys. Sulla scrivania cerano montagne di fogli incomprensibili; matite sparse (che rievocavano lodore della scuola di Prnjavor: trucioli di matite, la spugna umida della lavagna, i capelli appena lavati delle ragazze); il monitor di un computer su cui Bogdan intravide un curvo riflesso di s; una scatola di biscotti con dentro figurine di baseball, preservativi fluorescenti, una busta di marijuana. Nel cassetto, un gomitolo di calzini neri; unarancia forsennatamente arancione; un rotolo di banconote da venti dollari. Bogdan lo srotol e cont i soldi: duemilatrecento dollari; ne prese ottanta e riarrotol il resto. In un altro cassetto cera una fondina con una calibro 38, carica e pesante. Tolse la sicura e punt la pistola verso la finestra. Bang. Bang. Si infil la canna in bocca: aveva un sapore agrodolce di metallo.
Dal fax sporgeva una lingua di carta, Nuovi arrivi!, e una conferma dal South Beach Heaven, Il tuo servizio escort di fiducia. Nel cestino dei rifiuti trov il disegno di un cane che se la faceva con unemoticon e sotto la scritta Fottiti! Sul davanzale della finestra, un cactus marcio era in bilico sopra un mazzo di foto, perlopi ritratti di Szmura con cocktail colorati in mano, circondato da stuoli di ragazze e ragazzi festosi. In fondo al mazzo cera una foto ingiallita di un ragazzino seduto di traverso su una slitta, la testa avvolta nel berretto di lana cupamente abbandonata sulle ginocchia, e intorno il bianco assoluto. Bogdan riconobbe la tristezza soporifera del ragazzino, la sensazione di essere chiuso fuori al freddo quando invece vorresti essere allinterno, a casa al calduccio.
Stava piegando la foto per infilarsela in tasca quando Szmura irruppe nella stanza, scavalc il letto con un balzo e gli fece schizzare fuori dallorbita locchio sinistro con il primo pugno.

Le api, parte prima
NON  VERO
Tanti anni fa io e mia sorella andammo a vedere un film con i nostri genitori. Il film parlava di un avvenente giovanotto che partecipa a una caccia al tesoro in Africa, durante la quale incontra una bella giovane con cui sembra intendersi. Mia madre si assop immediatamente  i film sentimentali la facevano sempre dormire. Pap sbuff beffardo un paio di volte, sussurrandomi allorecchio: Che stupidata. Cominci a voltarsi verso la gente intorno a lui, implorando: Gente, non credeteci! Compagni! Non  vero! Il pubblico, profondamente coinvolto dai travagli e dalle tribolazioni delleroe, ora appeso a testa in gi sopra un fosso di voraci coccodrilli, non reag molto bene alla sollecitazione di mio padre. Una maschera si avvicin e tent invano di zittirlo. Io e mia sorella fingevamo di essere concentrati sullo schermo, mentre nostra madre fu svegliata dalla gazzarra solo per ritrovarsi in una posizione incresciosa. Alla fine, nostro padre si precipit alluscita come una furia, trascinandosi dietro me e mia sorella, con nostra madre che ci veniva appresso scusandosi col pubblico irritato. Lanciammo unocchiata daddio allo schermo, lontano come un tramonto: leroe e la scarmigliata (seppur bionda) donzella nel folto di una giungla pullulante di cattivi invisibili, in groppa a due muli comicamente trotterellanti.
LINCUBO A PUNTATE
Mio padre svilupp lodio per il non reale ai tempi delluniversit. Una mattina nella sua camerata emerse dal sonno con il vivido ricordo di un incubo. Lo descrisse immediatamente ai compagni di stanza, con linquietudine dellesperienza vissuta ancora fresca nella mente. Il sogno comprendeva pericolo, dolore e mistero, bench ci fosse anche un incontro con una donna. I suoi compagni erano inchiodati dal racconto, e lui li guid lungo il sentiero erto e inesplorato del proprio inconscio. Ma un attimo prima che il volto della donna venisse svelato e il sogno risolto, mio padre si era svegliato.
La notte successiva lincubo ripart esattamente da dove era finito  la donna era splendida e teneva in grembo la testa di mio padre, che piangeva. Poi lui vagava senza meta attraverso paesaggi assurdamente mutevoli; incontrava animali parlanti, fra cui un cane di quandera bambino che suo padre aveva ammazzato con un colpo dascia in testa; cerano altre donne, inclusa sua madre morta. Poi reggeva tra le mani unanguria con la faccia distorta di qualcuno che conosceva ma che non riusciva a riconoscere, e quando lapriva, ci trovava una lettera indirizzata a lui. Stava appunto per leggerla ma si era svegliato.
I compagni di stanza di mio padre, che saltavano le lezioni del mattino per ascoltare i nuovi sviluppi dei suoi inquietanti sogni, furono profondamente delusi di non scoprire che cosa ci fosse nella lettera. Durante le lezioni pomeridiane, riferendo lincubo di mio padre ai compagni di corso, continuavano  stuzzicati dal fatto che tutto ci significasse qualcosa che a loro risultava inafferrabile  a fare supposizioni su cosa potesse contenere la lettera, e se la bella donna sarebbe mai tornata.
Quando mio padre si svegli la mattina successiva, la stanza era piena di gente seduta in silenzio, in paziente attesa, col respiro lento e profondo. Molti occhi lo fissavano, come cercando di leggergli in faccia lepilogo. Qualunque sogno mio padre avesse fatto si dissolse nellistante in cui i compagni gli chiesero cosa cera nella lettera. Mio padre non os deluderli, perci apr la lettera e ne invent il contenuto: cera una donna che era tenuta prigioniera in una buia segreta da un uomo malvagio. Da quel momento in poi mio padre tess un racconto epico, chiaramente influenzato dagli archetipi delle storie picaresche che aveva letto e dai film dellorrore che aveva visto al cineclub delluniversit. Tuttavia, anche a volerla inventare, non riusciva a trovare una fine al racconto del suo incubo. Arriv al punto di affrontare luomo malvagio, ma non gli veniva in mente niente da dire, per cui insistette che doveva correre a lezione di relazioni internazionali.
E and avanti cos, con mio padre che si svegliava e doveva far fronte a un pubblico che pretendeva la soluzione e insieme ne detestava la prospettiva. Si impelag in una serie di sottotrame e vicende minori, e continuava a eludere la conclusione sperando che alla fine sarebbe venuta da s. Il pubblico cominci a diradarsi, finch uno dei suoi compagni di stanza (Raf, futuro controllore di volo maniaco-depressivo) lo accus di mentire. Mio padre ci rimase male, perch era un onestuomo, ma sapeva di non poter dire che Raf avesse torto. Era prigioniero della sua stessa immaginazione, mio padre; stava scivolando lungo la subdola china dellirrealt e non riusciva a riprendere quota. Fu allora che impar la lezione, disse. Fu allora che si vot al reale.
LA MIA VITA
Un giorno mio padre torn dal lavoro con una Super 8 che si era fatto prestare da uno dei suoi colleghi (Boo A., cintura nera di karate e primo stadio di tumore al cervello: mio padre non fece in tempo a restituirgliela). La cinepresa era pi piccola di quanto avessi immaginato, ed era permeata da una specie di austerit tecnologica che suggeriva ci si potessero filmare soltanto le cose importanti. Pap annunci il suo desiderio di fare un film che non avrebbe mentito. Quando mia madre gli chiese di cosavrebbe parlato il film, lui liquid la domanda come puerile.  Della verit,  disse.  Ovviamente.
Nondimeno, mio padre scrisse per il film una sceneggiatura in una settimana, alla fine della quale dichiar che sarebbe stata la storia della sua vita. Io fui scritturato per interpretare mio padre da giovane, e mia sorella per interpretare sua sorella (non disse quale  ne aveva cinque), e mia madre sarebbe stata la sua aiuto regista. Mamma dimission immediatamente dal ruolo di aiuto regista perch voleva trascorrere le vacanze a leggere, ma linizio delle riprese era previsto per met giugno 1986, quando saremmo andati in campagna a trovare i nonni: avremmo girato, come si dice, in location.
Mio padre rifiut di farci vedere il copione, incurante del fatto che in genere gli attori lo vedono: voleva che a ispirarci fosse la vita stessa, perch, ci ricord, questo film doveva essere vero. Ciononostante, durante un controllo di routine della sua scrivania (io e mia sorella ispezionavamo regolarmente i documenti dei nostri genitori aggiornati sui loro sviluppi), trovammo il copione. Sono in grado di riprodurlo abbastanza precisamente, perch io e mia sorella ce lo siamo letti pi volte a vicenda, con un misto di soggezione e ilarit. Eccolo:
LA MIA VITA
1. Vengo al mondo.
2. Cammino.
3. Governo le mucche.
4. Esco di casa per andare a scuola.
5. Torno a casa. Felicit generale.
6. Esco di casa per andare alluniversit.
7. Sono a lezione. Studio di sera.
8. Vado a fare due passi. Vedo una bella ragazza.
9. I miei genitori incontrano la bella ragazza.
10. Sposo la bella ragazza.
11. Lavoro.
12. Ho un figlio.
13. Sono felice.
14. Allevo api.
15. Ho una figlia.
16. Sono felice.
17. Lavoro.
18. Siamo in riva al mare, poi in montagna.
19. Siamo felici.
20. I miei figli mi baciano.
21. Io bacio loro.
22. Mia moglie mi bacia.
23. Io bacio lei.
24. Lavoro.
25. Fine.
ADDIO
La prima scena che avremmo dovuto girare (e lunica che fu mai girata) era la Scena 4. La location era il pendio della collina in cima alla quale era abbarbicata la casa dei miei nonni. Io, nella parte di mio padre a sedici anni, dovevo allontanarmi dalla cinepresa con un fagotto appeso a un bastone portato in spalla, fischiettando una melodia triste. Dovevo voltarmi e lanciare lo sguardo oltre lobiettivo, come se guardassi la casa che stavo lasciando; e poi dovevo agitare la mano in un gesto daddio. Mio padre avrebbe fatto una panoramica sulla casa dei miei nonni, anche se, a rigor di termini, quella non era la casa che aveva lasciato.
Il primo ciak venne male perch non avevo salutato con sufficiente trasporto. La mia mano, disse mio padre, sembrava una flaccida gallina spennata. Dovevo metterci pi emozione: stavo lasciando casa per sempre.
Il secondo ciak fu interrotto quando mio padre decise di zoomare su unape che era appena atterrata su un fiore l accanto.
Le mie due zie apparvero inaspettatamente nel terzo, mentre mio padre faceva una panoramica dal mio intenso addio alla casa. Rimasero l sorridenti, momentaneamente paralizzate dallobiettivo, poi salutarono in macchina con disinvoltura.
Ogni volta dovevo risalire il pendio fino alla posizione di partenza, in modo da potermene andare in discesa nel ciak successivo. Mi facevano male le gambe, avevo fame e sete, e non potei esimermi dal mettere in dubbio la sapienza registica di mio padre: perch non prendeva/o un autobus? Non aveva/o bisogno di pi roba di quanta ce ne stesse in un fagotto? Non avrebbe/avrei avuto bisogno di qualcosa da mangiare per il viaggio?
Durante il quinto ciak fin la pellicola.
Il sesto era quasi perfetto: io me ne andavo da casa, le spalle curve per la pena, il passo opportunamente incerto, il fagotto che dondolava in modo commovente dal bastone plausibilmente ricurvo. Mi voltai, completamente nella parte, e guardai verso la casa e la vita che stavo lasciando per davvero: la casa era bianca con il tetto rosso; il sole tramontava alle sue spalle. Gli occhi mi si bagnarono di lacrime mentre mi congedavo dallamato passato, prima di dirigermi verso un imperscrutabile futuro, la mano che come un metronomo scandiva il ritmo del pi triste degli adagi. Poi sentii unape ronzarmi proprio dietro la nuca. La mia mano pass allallegro mentre io me la sventolavo intorno alla testa cercando di difendermi. Lape non se ne andava, il suo piccolo motore si stava furiosamente impallando e la puntura era imminente. Lasciai cadere il bastone e mi misi a correre, prima verso monte e la cinepresa, poi in senso inverso, fino a sbattermi i talloni contro le chiappe, dimenando le braccia e rinunciando a ogni parvenza di ritmo. Lape mi inseguiva cocciuta e implacabile, ed ero pi terrorizzato dalla sua determinazione che dal dolore allorizzonte: non desistette neanche quando presi a strillare, lanciando in aria tutti gli arti che riuscivo a mobilitare, sparato a incredibile velocit, un blocco convulso di movimenti discordanti. E pi correvo, pi ero lontano da qualunque aiuto e conforto. Fu un attimo prima di inciampare e andare rotoloni che mi accorsi di avere lape impigliata nei capelli: il mio tentativo di fuga era del tutto insensato. Sentii la puntura mentre ruzzolavo lungo il pendio, verso un fondovalle che non avrei mai raggiunto. Fui fermato da un biancospino, e il pungiglione si confuse tra uninfinit di spine.
Inutile dire che mio padre riprese tutto quanto. Eccomi l, a sbatacchiare realisticamente le braccia, come se cercassi di decollare, un Icaro incapace che scende il pendio saltellando ben lontano dalla volta celeste, mentre una mucca mi guarda, masticando con sublime assenza di interesse, suggerendo che a Dio e alle sue creature innocenti della caduta delluomo non fregher mai un alato cazzo. Poi casco e vado a sbattere contro larbusto spinoso, e mio padre, con il gelido aplomb della sua mente registica, mio padre chiude in dissolvenza su di me.
ALTRE OPERE
Alla biografia creativa di mio padre dovrei aggiungere i lavori di falegnameria, che non di rado raggiungevano vette poetiche: pi di una volta lo sorprendemmo accarezzare o baciare un pezzo di legno che stava per trasformare in mensola, o in sedia, o nel telaio di unarnia; capitava che mi costringesse a toccare e poi ad annusare un pezzo di legno perfetto; pretendeva che ne apprezzassi la liscia assenza di nodi, la sua naturale fragranza. Per mio padre, un mondo perfetto consisteva di oggetti che si possono tenere in mano.
Costruiva cose di tutti i tipi: strutture per tenerci le piante di mia madre, cassette per gli attrezzi, letti e sedie, arnie, eccetera, ma il suo capolavoro di falegnameria era un tavolo da cucina senza chiodi che impieg un mese a costruire. E lo pag caro: un pomeriggio emerse dal suo laboratorio con il palmo squarciato da uno scalpello, il sangue che usciva a fiotti zampillando dal centro come da una sorgente  dettaglio degno di un miracolo biblico. Prese la macchina e si port allospedale, dopodich la macchina sembrava una scena del delitto.
Gli piaceva anche cantare qualsiasi cosa consentisse alla sua grezza voce da baritono di convogliare complessi scompensi emotivi. Ricordo la sera in cui lo trovai seduto davanti alla tv, con un taccuino e una matita dalla punta impeccabile, in attesa del programma musicale che avrebbe sicuramente mandato in onda la sua canzone preferita dellepoca: Kani Suzo, Izdajice  Cadi, o lacrima traditrice. Si appunt le parole, e nei giorni che seguirono cant Kani Suzo, Izdajice dal profondo del petto, a bocca chiusa quando non ricordava il testo, preparandosi per future performance. Cantava alle feste e ai raduni di famiglia, talvolta togliendo di mano a qualcuno una chitarra scordata e accompagnandosi sempre con gli stessi tre accordi (La minore, Do, Re7) indipendentemente dalla canzone. Sembrava convinto che anche una chitarra gravemente scordata facesse atmosfera, mentre la semplificazione armonica incrementava limpatto emotivo di qualunque brano. A questo proposito non aveva tutti i torti: era difficile negare la potenza della sua voce baritonale sul background di rumore dissonante degno dei Sonic Youth, una lacrima che luccicava allangolo dellocchio pronta a tradirlo.
I suoi lavori fotografici meritano di essere menzionati, anche se la loro principale funzione era di immortalare limpietoso scorrere del tempo. La maggior parte delle sue foto sono strutturalmente identiche nonostante il cambio di vestiti e di sfondo: mia madre, mia sorella e io davanti allobiettivo, con il passaggio del tempo scandito dallaumento delle rughe e dei capelli grigi per mia madre, dallestensione del sorriso radioso di mia sorella e dalla grevit del ghigno e dello strizzamento docchi per me.
Unultima cosa: una volta compr un taccuino e sulla prima pagina scrisse: Questo taccuino servir a raccogliere i pensieri e i sentimenti pi reconditi dei membri della nostra famiglia. A quanto pare aveva lintenzione di usare quei sentimenti e pensieri come materia per un futuro libro, ma il bottino fu magro. Io, per dire, non avrei certo consentito ai miei o a mia sorella (sempre ansiosa di prendermi in giro fino alle lacrime) di accedere ai tumulti del mio animo di adolescente. Pertanto cerano due soli contributi: un criptico appunto di mia madre, che con ogni probabilit aveva semplicemente afferrato il taccuino mentre era al telefono e aveva scritto:
Venerd
Bambini sani
Timo
e una riga di mia sorella, nella sua precisa e diligente calligrafia prepubere:
Sono davvero triste, perch lestate  quasi finita.
IL LIBRO VERO
Qualunque cosa trasmettesse realt per mio padre era oggetto di apprezzamento incondizionato. Guardava con diffidenza ai telegiornali, che repertoriavano implacabili i quotidiani trionfi del socialismo, ma era un drogato delle previsioni meteo. Leggeva i giornali, ma trovava che di attendibili ci fossero solo i necrologi. Gli piacevano i programmi sulla natura, perch lesistenza e il senso della natura erano palpabili: impossibile negare un pitone che ingoia un ratto, o un ghepardo che zompa in collo a una sfinita, terrorizzata scimmia.
Mio padre, voglio dire, era profondamente e personalmente offeso da qualunque cosa reputasse non vera. E niente lo urtava pi della letteratura; lidea stessa di letteratura era una truffa. Non solo perch era interamente fatta di parole  che hanno realt precaria nel migliore dei casi , ma perch queste parole venivano usate per restituire ci che non era mai accaduto. La repulsione per la letteratura e la sua natura apocrifa fu forse peggiorata dal mio profondo interesse per i libri (del quale incolpava mia madre) e dai miei conseguenti tentativi di interessare anche lui. Per i suoi quarantacinque anni gli regalai incautamente un libro intitolato Il bugiardo, del quale mio padre si ferm al titolo. Una volta gli lessi un passaggio da un racconto di Garca Mrquez nel quale un angelo cade dal cielo e finisce in una gabbia di polli. Dopodich mio padre si preoccup seriamente per le mie facolt mentali. Ci furono altri incidenti analoghi, ai suoi occhi tutti sufficientemente raccapriccianti perch iniziasse a menzionare con noncuranza il suo progetto di scrivere un libro vero.
Mio padre non sembrava considerare la stesura di tale libro un lavoro particolarmente gravoso: tutto quel che uno doveva fare era non lasciarsi sopraffare da indulgenti fantasie, restando aderente a quanto realmente accaduto, attenendosi allincontestabile solidit dei fatti. Era in grado di farlo, senza problemi; gli servivano solo un paio di settimane di congedo. Ma non riusc mai a trovare il momento giusto: cerano il lavoro, e le api, e le cose da costruire, e i necessari pisolini ricostituenti. Soltanto una volta and vicino a scrivere qualcosa  un pomeriggio lo trovai che russava sul divano con il taccuino sul petto e una matita con la punta spezzata per terra, e sulla pagina solo queste parole: Tanti anni fa.
IL RITIRO DELLO SCRITTORE
Mio padre inizi a scrivere in Canada nellinverno del 1994, dove erano appena sbarcati dopo un paio di anni di esilio ed erranza profuga  anni che io avevo trascorso a Chicago a fare lavoretti malpagati e a inseguire una green card. Avevano lasciato Sarajevo il giorno in cui era iniziato lassedio e si erano trasferiti nella casa di campagna dei miei defunti nonni, apparentemente per scampare al tumulto. La vera ragione era che allapiario, che mio padre teneva nella propriet di famiglia, era tempo di manutenzione primaverile. Trascorsero un anno l, su una collina chiamata Vucijak, vivendo di quello che coltivavano nellorto, guardando passare i carri dei serbi diretti al fronte. Mio padre ogni tanto vendeva loro del miele, e verso la fine dellestate inizi a vendere idromele, anche se i soldati preferivano di gran lunga ubriacarsi con lo slivoviz. I miei ascoltavano di nascosto le notizie radio dalla Sarajevo assediata e temevano che qualcuno bussasse alla porta nel mezzo della notte. Poi mia madre ebbe uninfezione alla cistifellea e rischi di morire, ragion per cui andarono a Novi Sad, dove mia sorella stava cercando di finire luniversit. Fecero domanda per un visto dimmigrazione in Canada, lo ottennero e arrivarono a Hamilton, nellOntario, nel dicembre del 1993.
Dalla finestra dellappartamento al quindicesimo piano non ammobiliato dove si erano trasferiti vedevano mucchi di neve, le ciminiere delle acciaierie di Hamilton e un parcheggio deserto. Era tutto bianco e nero e cupo e grigio, come uno di quei film esistenzialisti europei (che puntualmente mio padre trovava non veri, e per giunta mortalmente noiosi). Inizi a disperarsi non appena mise piede sul suolo canadese: non sapeva dove fossero atterrati, di cosa sarebbero vissuti e come avrebbero pagato alimenti e mobilio; non sapeva che fine avrebbero fatto se uno di loro si fosse ammalato gravemente. E gli era perfettamente chiaro che non avrebbe mai imparato linglese.
Mia madre, daltro canto, lasci che il suo io stoico prendesse il sopravvento, un po per controbilanciare le pi nere paure di mio padre, un po perch si sentiva talmente sconfitta che ormai non aveva pi alcuna importanza. Ormai poteva abbandonarsi al tragico corso degli eventi e lasciare che accadesse quel che doveva accadere. La mia memoria conserva unimmagine di lei che maneggia paziente e determinata un cubo di Rubik mentre alla tv va in onda un servizio su un massacro a Sarajevo, per nulla turbata dal fatto che la soluzione sia lontana anni luce, e sempre lo sarebbe stata.
In tempi brevi, mia madre sistem lappartamento con i mobili usati che la sua insegnante di inglese aveva dato loro. Il posto sembrava ancora vuoto, sprovvisto di tutti quei frammenti di vita vissuta che ti riportano a casa: il pesante posacenere di malachite che mio padre aveva portato dallo Zaire; una foto di me e mia sorella bambini, arrampicati su un ciliegio, sorridenti, mia sorella con la guancia premuta contro il mio braccio, io che mi reggo a un ramo con entrambe le mani come uno scimpanz (caddi dallalbero e mi ruppi il braccio un attimo dopo lo scatto); una spilla a forma di ragno che mia madre teneva in un pesante posacenere di cristallo; una macchia di umidit su una tubatura del bagno che sembrava un Lenin barbuto e capellone; barattoli di miele con minuscole api che dagli angoli delletichetta volavano verso il centro, dove campeggiavano in grassetto le parole Vero miele: non cera nessuna di queste cose, che lentamente si riducevano a meri ricordi.
Mio padre abbandon il corso dinglese, furibondo nei confronti di una lingua che distribuiva a casaccio articoli senza senso e si ostinava a infilare un soggetto in ogni stupida frase. Faceva chiamate a freddo ad aziende canadesi e in un inglese inintelligibile descriveva la propria vita, che includeva un passato di diplomatico nelle pi grandi citt del mondo, a centraliniste perplesse che si limitavano a metterlo indefinitamente in attesa. Rischi di farsi impelagare in un dubbio commercio da un losco ucraino che lo convinse della possibilit di lucrare esportando illegalmente oche ucraine per poi venderle allindustria canadese di piumoni.
Ogni tanto chiamavo da Chicago e rispondeva mio padre.
 E tu cosa stai facendo?  chiedevo.
 Aspetto,  diceva lui.
 Aspetti cosa?
 Aspetto di morire.
 Passami la mamma.
E poi, un giorno, quando in lui lo sconforto aveva raggiunto dimensioni tali che la sua anima soffriva fisicamente, come un alluce contuso o un testicolo tumefatto, decise di mettersi a scrivere. A mia madre e a mia sorella non mostrava nulla, ma loro sapevano che stava scrivendo di api. E infatti, un giorno dinizio primavera del 1994, ricevetti un bustone giallo con dentro unaltra busta su cui, in un enfatico corsivo, cera scritto: Le api, parte prima. Devo confessare che mentre scorrevo le pagine le mani mi tremavano, neanche stessi srotolando un antico testo sacro rinvenuto dopo un sonno di mille anni. Quel senso di sacralit, tuttavia, fu attenuato da unenorme, appiccicosa chiazza di miele a pagina sei.
LE API, PARTE PRIMA
La nostra famiglia e le api sono tra loro legate da una sorta di lealt, esordisce mio padre. Come un membro della famiglia, le api sono sempre tornate.
Quindi, con orgoglio, informa il lettore che fu suo nonno Teodor (il bisnonno del lettore) a introdurre lapicoltura civilizzata in Bosnia, dove i locali ancora tenevano le api in arnie di paglia e fango e le ammazzavano con lo zolfo, dalla prima allultima, per recuperare il miele. Ricorda che vedeva arnie di paglia e fango nei giardini del vicinato, e che ai suoi occhi apparivano strane, cimeli della notte dellapicoltura. Ripercorre la storia delle poche arnie che con la famiglia giunsero dallentroterra ucraino nella terra promessa di Bosnia, dove lunica promessa mantenuta era la gran quantit di legna che permise loro di superare gli inverni. Quelle poche arnie si moltiplicarono rapidamente, e nella Bosnia nordoccidentale lapicoltura si svilupp nonostante la Grande Guerra. Mio nonno Ivan, arrivato in Bosnia allet di dodici anni (nel 1912), divent il primo presidente della Societ apicoltori di Prnjavor. Mio padre descrive una fotografia del picnic di fondazione della societ: nonno Ivan  in piedi al centro di un vasto gruppo di contadini ben vestiti con i lunghi mustacchi in voga allora e un fascinoso cappello sulle ventitre. Alcuni contadini sfoggiavano fieri le facce tumefatte dalle punture dape.
Talvolta le api facevano curiose marachelle, scrive mio padre, senza mai menzionarne alcuna. La frase a sorpresa  una delle sue numerose peculiarit stilistiche: la sua voce oscilla tra laffermazione del contesto storico con una frase imponente e minacciosa come La guerra si profilava oltre quella strada di terra battuta o Gli di della distruzione puntarono le loro dita adirate contro i nostri barattoli di miele, e le spiegazioni squisitamente tecniche delle arnie di suo padre, con la loro architettura rivoluzionaria; tra la disamina del fatto che le api quando pungono muoiono di morte atroce (e relative implicazioni filosofiche), e le descrizioni poetiche del biancospino in fiore o dello zufolio dellape regina la notte prima che lo sciame abbandoni lalveare.
Pap dedica poco meno di una pagina al momento in cui, per la prima volta, riconobbe unape regina. Unarnia contiene circa 50 000 api, scrive, e una sola regina. Questultima  notevolmente pi grande delle altre api, che le danzano attorno, vorticando e muovendosi in modi singolari, forse addirittura con venerazione. Suo padre aveva indicato lape regina su un telaio carico di api e di miele, e, scrive mio padre, fu come toccare il centro delluniverso  gli si erano rivelate la vastit e la bellezza del mondo, la logica che sta dietro ogni cosa.
Poi compie una brusca transizione, e afferma che il periodo pi prospero del nostro allevamento fin nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, quando per la prima volta perdemmo le nostre api.  chiaro che per la famiglia questa fu una grave catastrofe, ma mio padre relativizza, probabilmente per via di quanto stava accadendo nella Sarajevo assediata al momento in cui scriveva. Possono capitarci cose peggiori. Unintera famiglia, per esempio, pu estinguersi senza lasciare traccia, scrive. Noi non ci siamo estinti, il che  unottima cosa.
Disegna quindi una piccola cartina con la collina di Vucijak al centro, poco distante dalla citt di Prnjavor, il cui nome compare a bordo pagina. Traccia una linea retta da Prnjavor a Vucijak (6 chilometri, scrive lungo la linea), ignorando i torrenti, le foreste e le colline nel mezzo (inclusa la collina dalla quale ruzzolai). Distribuisce sulla pagina delle stellette, che parrebbero rappresentare diversi paesi e popoli nella regione. Era un luogo veramente internazionale, dice, nostalgico. Tedeschi, ungheresi, cechi, polacchi, ucraini, slovacchi, italiani, serbi, musulmani, croati, pi tutti gli ibridi. Calcola che cerano diciassette diverse nazionalit  a Prnjavor cera perfino un sarto che era giapponese. Nessuno sapeva come fosse arrivato l, ma quando mor, le nazionalit si ridussero a sedici. (Ora, devo dire che sul sarto giapponese ho indagato, e nessun altro se lo ricorda o ne ha mai sentito parlare). Nel 1942 lillegalit dilagava, e giravano bande di serbi e croati fascisti, nonch di partigiani di Tito. Tutti questi altri, che non avevano unit proprie, a parte i tedeschi, erano sospetti e vulnerabili. Un giorno, due semisoldati si presentarono sulla soglia di casa. Erano i loro vicini, comuni contadini, tranne per i fucili sgangherati e i berretti con la stella rossa partigiana sul davanti e linsegna cetnica (una brutta aquila che spalanca le sue possenti ali) sul didietro: li giravano secondo necessit. Ci sarebbe stata una grande battaglia, dissero i contadini, la madre di tutte le battaglie. Dissero che sarebbe stato prudente partire. I contadini dissero che avrebbero lucchettato tutto quanto, e ci fecero vedere una chiave enorme, per la quale ovviamente non esisteva alcun lucchetto. Toccandosi come per caso i coltelli alla cintura, ci consigliarono di prendere solo quello che potevamo portare. Pap li preg di lasciarci prendere una mucca; mia madre, le mie cinque sorelle e i miei due fratelli piangevano. Linverno era alle porte. Forse impietositi dalle lacrime, questi vicini acconsentirono a che la famiglia di mio padre prendesse con s una mucca, seppur quella malata  le sue mammelle rinsecchite non avrebbero procurato n latte n conforto. E dovemmo abbandonare trenta arnie.
Allinizio del paragrafo successivo la calligrafia di mio padre cambia; le lettere si assottigliano; il corsivo si fa incerto; ci sono un paio di frasi barrate. Sotto la coltre di cancellature furiose riesco a distinguere diverse parole e pezzi di frasi: urina aspirina che appartenevano a e pelle falce da fieno.
Avevo sei anni, continua dopo linterruzione, e portavo un tritacarne. Sua madre portava il fratellino minore  le si aggrappava al seno come una scimmietta. Suo fratello singhiozzava e stringeva limmagine di due bambini che attraversavano un fiume in piena, con un angelo paffuto sospeso sopra di loro.
Solo dopo qualche mese vennero a galla tutti i dettagli dellincursione e del furto perpetrati dai vicini, ma mio padre non li elenca. Dopo che ebbero svuotato la casa e il solaio e il fienile, fu la volta delle api. Tutto quello che volevano era il miele, anche se non ce nera molto, giusto quanto bastava per aiutare le api a sopravvivere allinverno. Aprirono le arnie e scrollarono via le api dai telai. Le api erano inermi: era ottobre inoltrato, faceva freddo, e non erano in grado di volare o di pungere. Caddero al suolo in un silenzio assoluto: nessun ronzio, nessuna vita; morirono tutte quella notte. Quando la famiglia fece ritorno a casa, mio padre vide un molle mucchio di api in decomposizione. Prima di morire si erano trascinate vicine le une alle altre per stare calde.
Un paio di arnie furono rubate da Tedo, un vicino, anche lui apicoltore. Nonno Ivan sapeva che Tedo aveva una parte delle nostre api, ma non gliene chiese mai conto. Un giorno Tedo si present e, incapace di guardare nonno negli occhi, sostenne di essersi solo preso cura delle api mentre la famiglia non cera. Si offr di restituirle. Ricordo che accompagnai mio padre a recuperare le arnie. Ci andammo in slitta e dovemmo fare attenzione a non scuotere le nostre due arnie, per evitare che le api disfacessero i loro manicotti invernali, che le tenevano calde. Sulla strada del ritorno, mio padre era seduto tra le arnie e le teneva con le mani. Era una notte fredda, con le stelle che brillavano come schegge di ghiaccio. Se fossero stati scrupolosi e pazienti, gli disse suo padre, quelle due arnie ne avrebbero generate molte altre. Lanno seguente avevano sei arnie, e poi due volte tante, e in pochi anni arrivarono a venticinque.
LE CONDIZIONI DI PRODUZIONE
Sono tenuto a rispettare il desiderio di mio padre  il suo bisogno, in realt  di fare un libro vero. Pertanto devo dedicare qualche paragrafo alle condizioni di questa sua produzione di verit. Naturalmente a quel tempo io non cero, per cui dovr ricorrere ai racconti di testimoni affidabili (soprattutto mia madre). Quindi: scriveva perlopi di pomeriggio, a matita, su fogli a righe, in un corsivo inclinato da diplomatico. Temperava la matita con un coltellino dellesercito svizzero (regalo che si era fatto al duty-free anni prima), disseminando trucioli sul pavimento della loro camera, seduto sul letto con il comodino tra le gambe. Le matite, comprate in uno di quei bazar tutto a un dollaro, avevano la punta che si rompeva in continuazione, e lui le faceva a pezzi, imbestialito. Al telefono, mi toccava stare a sentire le articolate lagnanze e gli apprezzamenti retroattivi delle nostre matite, che duravano a lungo e ci potevi contare. A volte se ne stava semplicemente seduto a fissare le ciminiere di Hamilton o a fischiare ai piccioni sul balcone, attirati dalle briciole di pane che mia madre lasciava per loro. Capitava sovente che spezzasse il tempo destinato alla ricerca dellispirazione per farsi una fetta di pane burro e miele. Alla fine iniziava a scrivere, e talvolta teneva duro anche per quarantacinque minuti: uneternit per qualcuno che abbia un battito cardiaco costantemente al di sopra della media, qualcuno di impaziente e disperato come mio padre.
In questo istante ho tra le mani il suo manoscritto, e riesco a vedere il flusso e riflusso della sua concentrazione; riesco a desumere laumento o la diminuzione dei suoi mal di schiena: una scrittura liscia e regolare allinizio, ammettiamo, di pagina dieci, che si fa tortuosa a pagina undici; parole sparse annotate a margine (nano soldati a cavallo anguria massacro); frasi intere straziate dalla schietta lancia dellinsoddisfazione autoriale (Lapicoltura era unallettante attivit estiva); aggettivi accompagnati ad aridi e solitari sostantivi (puzzolenti abbinato a piedi; classico accoppiato con furto; dorato sciolto su miele). Verso pagina tredici, tra una frase e laltra si percepiscono lunghe interruzioni, e le parole tracciate con tratto spesso si assottigliano dopo il passaggio del temperino. Interruzioni a met frase, con discordanze sintattiche tra proposizioni subordinate e principali, danno limpressione che il suo pensiero si fratturi, e che le schegge schizzino in ogni direzione. Altre volte la frase  semplicemente tronca: Sappiamo, e nientaltro; Bisogna dire, ma  impossibile sapere che cosa.
E poi, intorno a pagina diciassette, succede qualcosa di strano e inquietante. Mio padre sta raccontando un aneddoto spiritoso su Branko, un vicino, ennesima vittima di una puntura dape. A questo punto della storia, nonno Ivan  responsabile di un apiario collettivo socialista, perch tutte le sue arnie sono state confiscate dalla cooperativa.  responsabile di circa duecento arnie: decisamente troppe per essere tenute in un unico posto, ma un ordine  un ordine. Mio padre, allepoca tredicenne, lo aiuta.  una giornata stupenda; gli uccelli cinguettano; al centro dellapiario c un melo, i cui rami si spezzano sotto il peso dei frutti. Lavorano in totale, assoluto silenzio, interrotti soltanto dallo sporadico tonfo di una mela matura che cade al suolo. A uno dei rami  appeso uno sciame di api, che devono essere trasferite in unarnia. Nonno Ivan scuoter il ramo, mentre mio padre ci tiene sotto larnia, e dopo limpatto con larnia lo sciame ne prender possesso, seguendo la regina. Ma potrei non essere abbastanza forte per reggere larnia, e se lo sciame non la centra potrebbero cadermi addosso. Lo so che quando sciamano non pungono, ma se cadono dalla parte del pungiglione, potrebbero pungermi comunque. E per di pi ci toccherebbe aspettare che si ricompattino. Mio padre sta valutando la situazione. Ed ecco che arriva Branko, naturalmente a fare casino. Detesta le api, lhanno punto troppe volte, ma si offre di aiutarli. Probabilmente spera di riuscire a trafugare qualcosa, o di rubare il mestiere a nonno Ivan, che accetta laiuto. Fatto sta che si piazza sotto lo sciame, con lo sguardo nervoso alzato verso le api, e saltella tracciando un piccolo cerchio, tentando di centrare larnia. Mentre si sta ancora muovendo, nonno Ivan scuote il ramo con un lungo bastone ricurvo, e lo sciame cade direttamente su Branko. Prima ancora che un pungiglione gli buchi la pelle, Branko sta urlando e scrollando testa spalle e fianchi come posseduto da unorda di demoni.
Il paragrafo si interrompe con Branko che esce a grandi falcate dallapiario, sfonda una siepe e va a buttarsi in una pozza di fango, mentre una gigantesca scrofa, proprietaria della pozza, lo guarda con letargica perplessit. Mio padre si sta rotolando per terra dal ridere, mentre la faccia di nonno Ivan  solcata da uno spasmo che potrebbe anche essere un sorriso, ma che subito svanisce.
Nel paragrafo seguente, in un corsivo talmente teso e fragile da sembrare evanescente, mio padre parla di unepidemia che si abbatt sulle arnie della cooperativa, diffondendosi in un lampo, perch erano decisamente troppo ammassate, e decimando la popolazione. In unimmagine straziante, descrive uno spesso strato di api morte che brillano nellerba. Nonno Ivan, avvilito, se ne sta rannicchiato contro un albero, circondato da mele marce che attirano mosche isteriche. Cos  la vita, conclude mio padre, una lotta dopo laltra, una perdita dopo laltra, tormento senza fine.
PADRI E FIGLIE
Mi ci volle un po per scoprire cosa fosse successo tra i paragrafi. La mia fonte conferm che linterruzione dur un mese, allinizio del quale mio padre ricevette una telefonata da Nada, la figlia di Slavko, suo cugino primo, che era emigrata da sola da Vrbas, in Iugoslavia, per approdare a Lincoln, in Nebraska. L si era iscritta alluniversit specializzandosi in scienze librarie e scegliendo teologia come materia complementare. Slavko era cresciuto insieme a mio padre  avevano la stessa et  ed era morto di recente da perfetto alcolista. Nada chiam mio padre perch, disse, suo padre le aveva raccontato delle storie dinfanzia; i giochi, le avventure, la povert: la loro, era solito dire, era stata uninfanzia dorata. Mio padre and in sollucchero, le disse di chiamare quando voleva, perch la famiglia  la famiglia. Seguirono alcune telefonate, ma era troppo costoso, sia per Nada che per mio padre, cos iniziarono a scambiarsi delle lettere. Invece di scrivere Le api, mio padre affid le sue reminiscenze a lettere che rievocavano amorevolmente le marachelle infantili di lui e di Slavko, e implicitamente elencavano tutto ci che aveva perduto. Mia madre disse che se Nada non fosse stata una parente e di una trentina danni pi giovane, avrebbe pensato che mio padre si fosse innamorato. Adesso cera qualcuno cui poteva dipingere la propria vita, praticamente dalla prima pennellata, qualcuno cui poteva raccontare la storia vera. Non ho mai visto le lettere di Nada, ma mia madre dice che erano spesso farneticanti, e lamentavano il fatto che suo padre, nonostante linfanzia dorata, si fosse ridotto a un uomo debole e inacidito. E che sua madre fosse oltremodo ricettiva allattenzione di altri uomini. E che suo fratello non era molto sveglio e che non avevano mai avuto niente in comune. Inoltre Nada odiava lAmerica e gli americani, il loro provincialismo, la loro stupida e frivola cultura del cheeseburger e dellintrattenimento da quattro soldi. Era chiaramente infelice, disse mia madre, ma mio padre non se ne rendeva conto neanche lontanamente. Le lettere che le scriveva traboccavano di mele dal sapore indescrivibile (a differenza delle mele canadesi, che parevano lavate a secco a giudicare dal sapore) e di rimpatriate famigliari in cui tutti cantavano e si abbracciavano e si leccavano il miele dalla punta delle dita.
Poi, dopo uninterruzione della corrispondenza e molti messaggi in segreteria telefonica da parte di mio padre rimasti senza risposta, Nada fax, nel bel mezzo della notte, una lettera incompiuta di sessantacinque pagine: i miei furono svegliati dal fax che vomitava una valanga di carta. Nella lettera, suo padre veniva promosso a molestatore di bambini, sua madre a prostituta di basso rango, suo fratello a segaiolo compulsivo e senza vergogna. LAmerica era evoluta in un lurido inferno di idiozia e vacuit governato dagli ebrei e dalla Cia. La sua coinquilina (una troia sudamericana) stava cercando di ammazzarla; i suoi professori parlavano di lei in sua assenza coi suoi compagni di corso, mostrando foto di lei nuda scattate di nascosto, davanti alle quali i ragazzi delle confraternite si masturbavano freneticamente. Il suo medico aveva cercato di violentarla; al supermercato si rifiutavano di venderle il latte; negli uffici dellImmigrazione, dovera andata a fare richiesta per la green card, la donna con cui aveva sostenuto il colloquio si toccava sotto la scrivania e aveva zoccoli al posto dei piedi; e qualcuno cambiava le parole nei libri su cui stava studiando: ogni giorno i suoi libri si riempivano di nuove bugie, bugie, bugie. Allinizio aveva creduto di essere perseguitata da gente invidiosa, che la odiava per la sua purezza verginale, ma adesso credeva che Dio fosse diventato malvagio e avesse iniziato a sterminare gli innocenti. Lunica speranza che mi rimane sei tu, scriveva a pagina sessanta. Puoi venire a salvarmi da questo inferno? Dopodich, nelle ultime pagine, prima che il fax finisse allimprovviso, metteva in guardia mio padre contro di me, ricordandogli il mito di Edipo e il fatto che vivevo negli Stati Uniti, ovverosia che ero corrotto e inaffidabile. Tieni a mente, scrisse, che Dio preferiva i figli maschi ai padri e alle figlie femmine.
Non avevo mai incontrato Nada o suo padre. A costo di essere patetico, o di apparire maligno, lasciatemi precisare che il suo nome  la traduzione di speranza. In seguito lo vidi, quel fax dallinferno: le sue lettere rabbiose e i punti di esclamazione sono sbiaditi, perch il toner del fax era agli sgoccioli ed  passato del tempo.
UNALTRA STORIA
Mio padre continu a chiamare Nada senza ottenere risposta, finch la sua coinquilina meretricia, tale Madrigal, alz il telefono e disse a mio padre che Nada era stata rinchiusa. Lui non cap la parola, n fu in grado di riferirmela perch potessi tradurla, allora chiamai Madrigal.   semplicemente andata fuori di testa,  mi disse Madrigal.  In biblioteca. Sentiva delle voci provenire dai libri, e diffondere odiose dicerie su di lei.
Mio padre era devastato. Chiam qualcuno allUniversit del Nebraska e con il suo inglese da Tarzan chiese alla persona in questione di andare a trovare Nada allistituto e dirle che aveva chiamato.  Non  nelle nostre abitudini,  disse lanonimo del Nebraska. Pap sedette al comodino appuntendo convulsamente la matita, ma senza scrivere, fino a ridurla a un mozzicone che riusciva appena a tenere fra le dita. Chiam tutti i membri della famiglia che riusc a trovare, quasi potessero unire le loro onde mentali e inviare a Nada un rimedio telepatico. Mi chiamava praticamente tutti i giorni e chiedeva che lo richiamassi immediatamente, perch loro quelle telefonate non potevano permettersele. Mi riferiva dei suoi vani tentativi di mettersi in contatto con Nada, e alla fine mi chiese di andare a Lincoln e rintracciarla, ma io non potevo farlo.  Sei proprio diventato un americano,  disse lui sconsolato. Ma questa  unaltra storia.
IL MESSAGGIO
Dopo linterruzione, la sua storia si avvia alla conclusione con inespresso dolore. Mio padre d rapidamente conto di un incidente in cui nonno Ivan fu punto da centinaia di api, e quindi rimase per qualche giorno in quello che a detta di tutti devessere stato un coma. Ma in seguito non soffr mai pi di quel mal di schiena che laveva tormentato per anni.
Dedica un paragrafo allapicoltura negli anni Sessanta e Settanta, che si potrebbe considerare come il secondo periodo doro dellallevamento di famiglia, anche se pap stava perdendo completamente la vista. Quando alla fine nonno Ivan divent cieco, le api cominciarono lentamente a morire una dopo laltra, e poco prima che se ne andasse anche lui erano rimaste soltanto tre arnie. Mio padre non poteva essere daiuto. Viaggiando e lavorando in giro per il mondo, perlopi in Africa e Medio Oriente, riuscivo a vedere i miei genitori tre volte lanno a dir tanto, e non avevo un attimo di tempo da dedicare alle api.
C una traccia di rammarico nello spazio tra la frase appena citata e la successiva (e ultima):
Poco prima di morire, nostro padre convoc me e i miei fratelli per una riunione sulla tradizione dellapicoltura in famiglia. Il suo messaggio
E qui finisce Le api, parte prima, nessun messaggio giunse mai a destinazione, bench sia facile immaginare di cosa potesse trattarsi. Mio nonno mor, mia nonna pure, e mio padre, insieme ai fratelli, si prese cura delle api. Loro (le api) sopravvissero a unepidemia di varroa, a una siccit, e allinizio della guerra in Bosnia. Quando la famiglia emigr in Canada, si lasci alle spalle venticinque arnie. Poco dopo la partenza, unorda di vicini, tutti ubriaconi volontari dellesercito serbo, arriv nottetempo e butt gi a calci le arnie dalle tavole, e quando le api cercarono fiaccamente di scappare (era notte, di nuovo freddo, strisciavano al suolo), i vicini lanciarono un paio di bombe a mano e risero vedendole volare intorno morte come fossero vive. I vicini poi rubarono i pesanti telai, e si lasciarono dietro una scia di gocce di miele.
IL POZZO
Mio padre trov lavoro in unacciaieria di Hamilton: riempiva vagoni di scarti di metallo. Lacciaieria era calda destate, fredda dinverno, e quando faceva il turno di notte, capitava che si addormentasse mentre aspettava il verde al volante di unusata e decrepita Town Car. Era solito dire che la sua Lincoln laveva portato a casa addormentato, come un cavallo fedele. Detestava quel lavoro, ma non aveva scelta.
Un giorno, scorrendo gli annunci dei giornali in cerca di un mercatino delle pulci, trov un annuncio di vendita miele. Chiam il numero e senza mezzi termini disse al tizio che per comprare il miele non aveva soldi, ma che gli sarebbe piaciuto vedere le sue api. Poich esiste una solidariet fra apicoltori, il tizio lo invit a casa sua. Era ungherese, un falegname in pensione. Lasci che mio padre lo aiutasse con le api e gli diede dei vecchi numeri di Canadian Beekeeping, che mio padre cerc di leggere con il lacunoso aiuto del dizionario di mia madre. Dopo qualche tempo, lungherese gli diede uno sciame e una vecchia arnia per avviare il suo apiario. Lo rimprover perch rifiutava di indossare la tuta e il cappello da apicoltore, perfino i guanti, ma mio padre sostenne che le punture guarivano qualsiasi male. Non riesco tuttora a immaginare in che lingua si parlassero, ma quasi certamente non era inglese.
Mio padre oggi ha ventitre arnie e fa qualche centinaio di chili di miele lanno, che non ha il permesso di vendere. I canadesi non apprezzano il miele,  dice.  Non lo capiscono. Vuole che lo aiuti a espandersi nel mercato americano, ma io gli assicuro che gli americani il miele lo capiscono ancora meno dei canadesi.
Recentemente ha deciso di scrivere un altro libro vero. Ha gi il titolo: Il pozzo. Quando era piccolo, vicino a casa loro cera un pozzo. La gente ci andava a prendere lacqua. Il pozzo diventerebbe una storia sugli abitanti del paese e sulle loro bestie, sui loro destini incrociati. Talvolta accadevano cose curiose. Una volta, rammenta, il mulo di qualcuno scapp e and al pozzo, fiutando lacqua. Ma aveva la testa legata alla zampa  cos la gente costringeva i muli a pascolare. Il mulo si liber, trov lacqua, ma poi fu incapace di bere. Indugi intorno al pozzo, sbattendo furiosamente la testa contro labbeveratoio, morto di sete, con lacqua a pochi centimetri. E ragliava, soffrendo orribilmente. Ragli tutto il giorno, dice mio padre. Tutto il giorno e tutta la notte.

Commando americano
Quando andavo alle medie, adoravo le settimane in cui ero il redar, quello incaricato di pulire la lavagna. Il mio lavoro consisteva nellassicurarmi che la spugna fosse sempre bagnata per pulire la lavagna quando linsegnante lo chiedeva. Cancellare le cose mi procurava piacere, cos come lodore del gesso umido e la secchezza delle mie mani dopo, e adoravo lasciare laula per andare a sciacquare la spugna in bagno. Il corridoio era silenzioso e deserto, odoroso di bambini puliti e cera per pavimenti. Mi deliziava il cigolio delle scarpe, la sua eco nel vuoto; camminavo verso il bagno lentamente, regolando i passi per produrre un ritmo stridente. Cera qualcosa di esaltante nellessere libero e solo in quello spazio sgombro mentre il resto dei bambini era rinchiuso in aula e sarebbe stato liberato soltanto alla ricreazione. Sciacquavo la spugna con calma, poi tornavo indietro allungando ogni singolo passo per ritardare il rientro in classe. Ogni tanto mi fermavo davanti alla porta di unaltra aula e origliavo quello che stava succedendo allinterno. Sentivo il parlottio dei bambini ubbidienti e la voce grave e composta dellinsegnante. Ad allietarmi era lidea che nessuno mi sapesse l fuori, senza vincoli, in ascolto. Loro non potevano vedermi, ma io potevo sentire tutto; loro erano in aula, io ero fuori.
 Cosa cera di tanto eccitante?  mi chiese Alma, e guard il piccolo schermo della videocamera digitale come per accertarsi che fossi ancora l.
 Non lo so. Mi sentivo libero,  dissi.  L, eppure altrove.
Mi aveva detto di essere una grande ammiratrice del mio lavoro e di aver avuto, da conterranea, la sensazione che nei miei libri parlassi direttamente a lei. A me lei aveva parlato direttamente attraverso il mio sito web e in un primo momento avevo ignorato il suo messaggio, ma poi me ne aveva mandato un secondo minacciando di rimanere delusa. Sempre restio a deludere la gente, risposi. Si chiamava Alma B.; era studentessa di cinema alla Nyu e bosniaca, quindi interessata alle questioni di identit; voleva girare dei film sullesperienza bosniaca. Ed era questo il vero motivo per cui mi aveva contattato: per il suo progetto di fine corso voleva fare un film su di me, raccontare la storia della mia vita e del mio sradicamento, la perdita e la trasformazione, i miei complicati processi di identificazione.
Tutte le mie identit sono a sua disposizione, le risposi astutamente.
Continuammo a corrispondere, e lei mi fece molte domande difficili. Di solito impiegavo giorni a rispondere, e lo facevo con lunghe mail ripetitive, divagando su tutto quel che mi veniva in mente: la storia della mia famiglia e i crimini di guerra del regime Bush; le mie riflessioni sul rock n roll e la fisica quantistica; le mie teorie su calcio e poesia; lepistemologia di Conrad e Rimbaud e me stesso. Le raccontai le vicende della mia vita, infiorettando qui, inventando di sana pianta l, perch volevo davvero aiutarla a scrivere una buona sceneggiatura e a ottenere i finanziamenti per il suo progetto. La orientai addirittura sommessamente verso un cortometraggio nel quale avrei potuto interpretare me stesso in varie situazioni tratte dalla mia vita  una di quelle ingegnose messinscene postmoderne che piacciono tanto perch hanno a che fare con lidentit  ma lei respinse educatamente lidea. Flirtai con lei, anche, perch, come tutti sanno, il lavoro dello scrittore  quello di sedurre i suoi lettori. Per qualche ragione, conservavo tutti i nostri scambi.
Quando finalmente la proposta di progetto fu approvata, le suggerii di prendere un aereo e venire a incontrarmi a Chicago, ma lei pensava che fosse meglio cominciare dallinizio, scoprire altro su di me e parlare prima con i miei genitori. Cos un weekend si mise al volante e guid fino a Hamilton, nellOntario. I miei genitori la presero per una mia amica e dunque unaltra figlia; al suo arrivo dovette promettere che si sarebbe fermata a dormire. Mia madre diede fondo al suo repertorio di torte e crostate, perch sapeva che  impossibile imbrogliare un vero bosniaco con del cattivo cibo canadese; mio padre convoc il parentado, incluso un cugino con la fisarmonica, per cantare una selezione di pezzi e bere alla sua salute e alla salute della sua famiglia, poi di nuovo alla sua. E lei film tutto quanto: i loro canti ubriachi, mio padre che le raccontava del film che aveva diretto, mia madre che le raccontava la mia adolescenza irrequieta devessere stato un disastro, pensai quando ne sentii parlare. Non era difficile immaginare la mia ebbra famiglia che minava seriamente limmagine del nobile disadattato rotto al mondo che aveva trovato la salvezza nella scrittura, quellimmagine pubblica che mi ero costruito con tanta cura. Le raccontarono tutto, cose che mi sbalordiva potessero anche solo ricordare: le raccontarono della volta in cui ero stato sorpreso a rubare coprimozzi; della nostra giovane e graziosa vicina che mi aveva trascinato per le orecchie davanti ai miei perch confessassi che le ero saltato addosso sbucando dalle tenebre e avevo agguantato uno dei suoi ragguardevoli seni; di come fossi vessato da una banda di bulli, la cui cattiveria alla fine aveva indotto uno dei miei compagni di classe (credo si chiamasse Predrag) a farsi saltare le cervella. Ai miei occhi non era tanto perch danneggiasse la mia immagine, quanto per il fatto che se mai qualcuno avesse dovuto raccontare quegli aneddoti, quello non potevo che essere io: ero lunico narratore professionista della famiglia.
Cercai di farmi dire dai miei come avesse reagito Alma alle loro divulgazioni  perch non mi andava di deluderla prima ancora di incontrarla  ma loro mi assicurarono che non cera niente di cui preoccuparsi. Anche quando avevano raccontato aneddoti potenzialmente compromettenti mi avevano dipinto in modo affettuoso e simpatico; i miei genitori erano (e sono tuttora) conformisti di buonsenso, sempre propensi a liquidare qualunque tipo di allarmante comportamento riottoso come una fase. E condivisero pure i ricordi commossi delle nostre pittoresche vacanze estive al mare, e di come mi avessero lasciato nuotare nellacqua alta, fiduciosi che sarei tornato dove si toccava non appena li avessi sentiti fischiare. (Lo ricordo bene quel dannato fischietto: nero, odoroso di saliva, con uno sconcertante cecio allinterno). In seguito Alma mi mostr il girato dei loro occhi umidi mentre rievocano le nostre vacanze invernali, e la baita sui monti, dove andavo da solo destate, le dissero, a divorare mattoni di libri e scrivere racconti e poesie.
Ai miei genitori Alma piaceva parecchio. Era unautentica ragazza bosniaca, trovavano: rispettosa nei confronti degli anziani, di buon cuore e beneducata, non ancora guastata dallAmerica.  Pu parlare con chiunque,  disse mia madre.  E non pensa di essere speciale . In pratica si offrirono di adottarla; a dire il vero, sempre preoccupati della mia procreazione, suggerirono, neppure tanto velatamente, che avremmo potuto essere una bella coppia. Quando li chiamai dopo la visita di Alma, presero a turno il telefono per cantarne le lodi.
  venuta in America da sola. Aveva una zia a New York,  disse mia madre.   arrivata che aveva solo tredici anni.  molto intelligente.
  una ragazza piena di risorse,  disse mio padre.  Ma non era una zia che aveva, a New York, era un fratello maggiore. E quando  arrivata di anni ne aveva sedici.
 No, no, ha detto che suo fratello  stato ucciso da un cecchino a Sarajevo. E suo padre ha avuto un infarto durante la guerra, e sua madre  morta di cancro subito dopo la guerra,  disse mia madre, e sospir.  Tuo padre non sta mai attento.
 S che sto attento,  disse mio padre, irritato.   sua madre che  stata uccisa da un cecchino, e suo padre  morto dopo la guerra.
 Sentilo, lui. Me non mi sta mai a sentire, n nessun altro. Ho avuto da farci i conti per una vita: lo spedisco a comprare il detersivo, mi torna con tre cartoni di latte, quando ne abbiamo gi il frigo pieno. Cosa ci faccio con tutto quel latte?  disse mia madre.  Magari mavesse ammazzata me, il cecchino.
Ovviamente quando Alma venne a Chicago per intervistarmi non osai chiederle di specificare chi della sua famiglia fosse morto di cancro e chi sotto i colpi di un cecchino. Ma emanava da lei quel tipo di serenit che si conquista soffrendo, ed  quindi inaccessibile  o forse addirittura invisibile  a chi non abbia vissuto gravi perdite e sofferenze. Capii perch piaceva ai miei. La osservai mentre montava la sua videocamera digitale su un treppiedi nel mio ufficio: i capelli corti, austeri, e le mani abili, decise; la grossa testa a forma di cuore dominata da grandi occhi incredibilmente scuri; il delicato cipiglio della concentrazione. Il suo fisico parlava di un animo indurito, di una durezza irreversibilmente fossilizzata, il tessuto cicatriziale dellanima, ma in lei riuscivo ancora a scorgere la piccola Alma, la ragazzina delle medie che era stata: camicia bianca e gonna blu, calze bianche e scarpe rosse, i lunghi capelli lucenti, meticolosamente pettinati da sua madre.  Okay, possiamo partire,  disse quando fu pronta, e a me non rest che iniziare.
Mi presentai allobiettivo, lo informai di dovero nato, descrissi la zona di Sarajevo adiacente alla vecchia stazione ferroviaria dove ero cresciuto. Sono cos vecchio, dissi a mo di battuta, che ricordo i treni a vapore. Strisciavamo sotto i treni a riposo in stazione, poi toglievamo un tappo e facevamo uscire il vapore; mi ci sono bruciato le tibie almeno una volta. L vicino cera anche un cinema, il Kino Arena, e vedevamo un film dietro laltro. Ho avuto uninfanzia meravigliosamente socialista e quella stronzata del visto censura non esisteva, per cui potevamo guardare quel che ci pareva: spaghetti western, film di kung fu, porno soft tedeschi, polpettoni di guerra comunisti, ogni tipo di porcheria americana  sono cresciuto a suon di sesso e violenza, dissi, e non ho assolutamente niente che non va, dico bene?
In modo brusco e indiscreto lei mi chiese della fase in cui avevo vestito i panni di un commando americano, e fingevo di parlare inglese tutto il tempo. I miei genitori le avevano detto che avevo un fucile da cui non mi separavo mai; le avevano parlato di come immaginassi e attuassi operazioni di guerra in camera mia, talvolta nel mezzo della notte, svegliando la mia sorellina, che a sua volta svegliava loro urlando.
 Questo lo ricordi?  mi chiese.  Puoi dirmi qualcosa di quando ti immaginavi di essere un americano?
Sbalordito una volta di pi che i miei genitori ricordassero proprio quel periodo, non riuscivo a vedere il senso di rievocare un simile aneddoto. Costruiamo la nostra vita sulla coerenza; la investiamo della convinzione, seppur non comprovata dalla realt, che siamo sempre stati quelli che siamo, che anche nel nostro remoto passato  possibile scorgere il seme da cui questo fiore condannato ha preso vita. Non capivo pi la meticolosa devozione delle mie ossessioni infantili, le molteplici fonti della mia immaginazione iperattiva: non ero molto in grado di rievocare quello che ero stato. La videocamera, ne sono sicuro, riprese debitamente la mia irrequietezza, lombra che mi passava sul viso, quel dubbio e quella stuzzicante vulnerabilit. Ma quando ti ritrovi davanti a un obiettivo indagatore  difficile distogliere lo sguardo; quando cominci a inventare e monologare,  tremendamente difficile smettere.
S, lo ammetto, intorno ai dieci anni volevo essere un commando americano, ma bisogna considerare il contesto.
Ho trascorso un bel pezzo della mia infanzia a combattere varie guerre. Una, precoce, fu ispirata dalla serie tv Quentin Durward: ci dividevamo in due gruppi e ingaggiavamo combattimenti di spada coi bastoni. Poich il giovane Quentin si batteva con i suoi nemici per una bionda donzella, e a noi non interessavano le ragazze in genere, figuriamoci le bionde donzelle, la guerra fin nel giro di una settimana, non appena i nostri bastoni iniziarono a spezzarsi. Poi ebbe corso una guerra in cui eravamo i partigiani in lotta contro i tedeschi. Questultima, va da s, si ispirava alla storia e ai film sulla liberazione iugoslava compiuta da Tito e il nostro eroico popolo. Per la guerra di Liberazione usammo i bastoni a mo di fucili. Tendevamo imboscate nei boschi; lanciavamo pietre come fossero bombe a mano in attacchi suicidi contro i bunker tedeschi; assaltavamo gli innocenti tram in transito, di fatto convogli nemici che rifornivano di viveri e carburante il disperato Gruppo darmate D. Il problema, con questa guerra, era che non avevamo un reale nemico: nessuno di noi voleva essere un tedesco, perch nessuno voleva mai fare il cattivo. Sparavamo nel vuoto, scagliavamo pietre nellaria e gli assalti ai tram erano troppo rischiosi per farne spesso, specie dopo che un tramviere acchiapp il mio amico Vampir e lo picchi a sangue. La guerra  una cosa completamente diversa se non puoi goderti lorribile, protratta, dolorosa morte del tuo perfido nemico.
Poi ci fu una guerra per il controllo del parco giochi infelicemente situato tra due edifici di identica architettura; la nostra banda viveva nelluno, laltra nellaltro. Il parco giochi aveva delle altalene e uno scivolo, una giostra e una cassa della sabbia, ed era circondato da cespugli dove ci piaceva conservare le cose rubate e nasconderci quando era il caso  i cespugli erano la nostra loga, la nostra base. Quella del parco giochi fu una guerra di intensit notevole, che ci vide impegnati in molte battaglie; ogni esercito era composto da dozzine di ragazzini, che affollavano il parco armati di bastoni a uso di manganelli con cui infliggevano tutto il dolore possibile. Rievocai a beneficio di Alma il mio braccio che alzava il bastone da passeggio di mio nonno per sfondare lo scudo di cartone levato a misera difesa da un altro ragazzino. Perdemmo lultima battaglia e il diritto sul parco giochi quando lesercito nemico benefici dei rinforzi di due alunni di terza media che passavano di l diretti a scuola: rotearono con delizia assassina le loro cartelle piene di libri e ci falcidiarono pesantemente mentre noi ripiegavamo in disordine.
Dovemmo quindi trasferire la nostra loga  i vessilli, lo stemma, lorgoglio  nel giardino sul retro del palazzo. Il giardino, piuttosto grande, apparteneva agli anziani inquilini della casa alla sua estremit. La casa era decrepita; sui muri cerano grandi macchie dumidit, simili a vecchie mappe di oceani immaginari; le tegole cadevano dal tetto di punto in bianco. Prima della Guerra del Parco Giochi ce ne tenevamo alla larga, intimoriti dai vecchi che uscivano abbaiando imbufaliti. La vecchia frullava le braccia come un mulino impazzito; il vecchio ci minacciava agitando il bastone come se stesse dirigendo unorchestra delirante. Erano chiaramente malati: in piena estate, indossavano entrambi pesanti casacche e maglioni; avevano le gambe gonfie come tronchi; quando, raramente, aprivano le finestre ne fuoriuscivano esalazioni putrescenti e mortifere. Ma il giardino era un vasto territorio coltivato a patate e cavoli e interrotto da boschetti di granturco e fagiolini, dove potevamo nasconderci e reintegrare le scorte di bastoni da guerra. In autunno cerano le zucche; a primavera le verdi orecchie di coniglio delle cipolle novelle. In inverno tutto si trasformava in una distesa di fango, che avrebbe rallentato lattacco improvviso di qualunque nemico; e se nevicava, potevamo costruire un inespugnabile bunker di ghiaccio. Cera anche un melo che potevamo usare come torre davvistamento, e su cui potevamo issare la nostra bandiera. Difficile credere che non avessimo pensato al giardino come loga, prima.
Cos lo invademmo e conquistammo, ignorando, anzi deridendo la coppia di vecchi ogniqualvolta ci barcollavano appresso in ridicoli nonch vani inseguimenti. Alla fine accettarono la sconfitta; gli spaccammo il vetro con una pietra e non poterono fare nulla. Poco dopo sradicavamo le loro teste di cavolo per poi ridurle a brandelli a bastonate; ammazzavamo lucertole nel corso dei nostri addestramenti di lancio della pietra; immolavamo lumache dando fuoco al liquido daccendino precedentemente versato nel guscio. Adesso il giardino era il nostro territorio libero e sovrano, il nostro campo amico.
 E come si collega tutto ci con la tua fase da commando americano?  chiese Alma con una certa asprezza.
 Adesso ci arrivo,  dissi.  Un po di pazienza, signorina.
Qualche settimana dopo, una squadra di uomini in tuta da lavoro sbarc con un grosso camion e inizi a costruire uno steccato intorno al giardino. In breve avevano finito, e noi ci rendemmo conto che non potevamo pi accedere semplicemente per rifornirci di bastoni o raccogliere lumache sacrificali. Quando alla fine riuscimmo a insinuarci allinterno, scoprimmo che la casa dei vecchi era stata scoperchiata; due uomini grondanti di sudore stavano abbattendo i muri a colpi di mazza, mentre un bulldozer aspettava di ridurre il tutto a un mucchio indistinto. Il giorno seguente, gli operai ultimarono il recinto, e il giardino divent del tutto inaccessibile, con il suo alto steccato sorprendentemente massiccio, senza fessure n buchi. Sentivamo le scavatrici e i martelli pneumatici e il frastuono della demolizione e della costruzione, ma non potevamo vedere cosa stesse succedendo allinterno. Tutta un tratto eravamo banditi da quello che era sempre stato il nostro legittimo territorio.
Alla fine Vampir, essendo il pi piccolo e minuto del gruppo, fu lanciato oltre il recinto per un giro di ricognizione. Aspettammo il suo ritorno sui gradini di casa, passandoci una sigaretta, discutendo come al solito di masturbazione e modi di morire. Torn da noi con un triste rapporto. Lappezzamento delle patate era stato spazzato via, il melo divelto, la casa rasa al suolo, le piante di fagiolini e il granturco abbattuti; per terra cera unenorme fossa delimitata da paletti tra loro collegati con una corda da cui pendevano delle bandierine gialle. Djordje pensava che fosse perch avevano disseminato il luogo di mine. Un plotone di macchinari pesanti pattugliava il terreno, continu Vampir. E vicino al cancello stavano finendo di costruire una baracca di legno, con tanto di porte e finestre, con ogni evidenza il loro futuro quartier generale. Non avevano alcuna intenzione di andarsene, disse Vampir. Li avremmo fatti smammare noi, insistette Djordje, e si sarebbero pure pentiti di essere venuti.
In un comunicato affisso su tutti i muri del nostro palazzo, informammo che la situazione era molto grave. Convocavamo tutti i veterani delle guerre passate, tutti i ragazzini che avevano approfittato del giardino della libert, per un consiglio di guerra in cui avremmo deciso il da farsi. Il luogo dellassemblea era una cantina di propriet dellomosessuale del quinto piano. Avevamo fatto saltare la serratura e la eleggemmo a nostro quartier generale temporaneo, certi che il proprietario non sarebbe mai sceso. La cantina era piena di valigie piene di vecchi periodici, che erano pieni di fotografie di assolate stazioni balneari e gente sulle spiagge. Le valigie erano impilate alla belle meglio, e formavano una specie di anfiteatro pericolante in grado di contenere molti ragazzini. Ma si presentarono soltanto in sette: Djordje, Vampir, Boris, Edo, Mahir, io e, inspiegabilmente, Marina.
 Che gli  successo?  chiese Alma.
 Quando?
 Nella guerra.
 Quale guerra?
 La guerra vera.
 Oh, non lo so. Dovrei pensarci.
Djordje presiedeva lassemblea; illustr la situazione nuda e cruda. Il giardino era stato invaso da estranei che sembrava volessero costruirci dellaltro. Eravamo gi stati cacciati tante di quelle volte che non avevamo pi un luogo dove andare. Se perdevamo il giardino, non ci sarebbe stato pi nulla che avremmo potuto dire nostro. Se li lasciavamo costruire quel che stavano costruendo, la perdita sarebbe stata irreparabile e irreversibile. Dovevamo fare qualcosa, adesso, ne convenivamo tutti. La guerra sembrava inevitabile, ma eravamo soltanto in sette. Proposi di diramare un avviso allattenzione degli Operai  come da quel momento in poi chiamammo il nostro nemico  per informarli che erano sconfinati nel nostro legittimo territorio e dovevano quindi andarsene quanto prima. La proposta fu messa ai voti, e approvata; lunico contrario era Djordje. (Fui particolarmente compiaciuto che Marina alzasse la sua graziosa mano: aveva capelli corvini e occhi pi scuri ancora). Fui incaricato di stendere la lettera di avvertimento. Misi a frutto il mio alfabetismo avanzato e scrissi una missiva indicibilmente verbosa ricorrendo a espressioni quali ira legittima, libert insanguinata e il corso della giustizia. La firmai a nome di Gli Insorti, ispirandomi alla storia della Iugoslavia, coi suoi innumerevoli cittadini che tradizionalmente persero la vita in varie sollevazioni nel nome della libert.
Gli Insorti era un nome cui ero approdato senza dibattito n approvazione. A Djordje non piaceva, e a Edo neppure. Ma lavevo vergato con un inchiostro rosso sangue, per produrre un effetto drammatico, e ci erano volute un paio di bozze macchiate di inchiostro per ottenere un risultato soddisfacente; una nuova stesura avrebbe quindi richiesto molto tempo. E poi, il nome proposto da Djordje  I Fottitori  era eccessivo, la maggior parte di noi ne conveniva, come pure il modo in cui formulava la nostra rabbia: Se non ve ne andate, ci fotteremo le vostre madri e sorelle e figlie. Perci ci attenemmo alla mia versione, daccordo che avremmo potuto e dovuto migliorarla in seguito. Di nuovo lanciammo Vampir oltre il recinto, e lui sput sul retro dellultimatum che appiccic alla porta della baracca.
 Scusa ma te lo devo chiedere,  disse Alma.  Che cosa intendi quando dici che lo lanciavate oltre il recinto?
Non mi piace quando la gente mi interrompe; mi piace raccontare le storie come meglio credo. Ma Alma era risoluta e, forse a mo di inconscio monito, guard nel visore della videocamera. Per me era importante piacerle, e che comprendesse la mia esperienza.
 Be, due di noi formavano un quadrato con gli avambracci, tenendosi per i polsi,  le feci vedere, afferrandole delicatamente i polsi sottili e fragili.  Poi Vampir ci saliva sopra e noi lo issavamo sul recinto. Era talmente agile, talmente sciolto e flessuoso, che prima di saltare gi dallaltra parte poteva mantenersi per un attimo in piedi sul recinto.
 Perch lo chiamavate Vampir?
 Era senza corpo. Talmente privo di peso che non lasciava orme nella neve.
 Che fine ha fatto?
Indugiai prima di rispondere, e quando le dissi che era stato abbattuto da un cecchino nel 1992, davanti al nostro palazzo, la sua faccia non trad alcuna emozione. Mi chiesi se la parola cecchino le riportasse alla mente lassassinio di sua madre, o di suo fratello, luna o laltro che fosse, per cui mi affrettai a continuare.
Fatto sta che gli Operai non se ne andarono. Lavvertimento successivo lo scrisse Djordje, che li minacci di brutali fottimenti materni, sottovalutando il fatto che fottere non era larma pi potente di un ragazzo prepubere. Gli diede una settimana per andarsene, e per dimostrare quanto facessimo sul serio, dopo aver recapitato la minaccia Vampir doveva lanciare una pietra dentro la finestra della baracca. Ma ci and troppo sotto e incrin appena il vetro; per quel che ne sapevamo, gli Operai potevano aver concluso che ci fosse andato a sbattere un passero, spezzandosi il collo.
Sfoderare tutte le minacce fu un errore strategico, perch invece di prenderle sul serio gli Operai riempirono la fossa di cemento e gettarono le fondamenta di quello che sembrava un edificio enorme. In pi, mentre aspettavamo la loro risposta, arriv la fine della scuola, e di conseguenza perdemmo Boris, Edo e Marina, che furono spediti in vacanza dai loro rispettivi nonni. Ora che ci penso, non riesco a ricordare perch non fui spedito anchio dai miei, quellestate.
 Perch tua madre stava per iniziare una terapia contro il tumore alle ovaie,  disse Alma.
Questa mi giungeva nuova. Scrollai la testa incredulo; lei annu, confermando.
 E tu come diavolo lo sai? Non mi risulta che mia madre abbia mai avuto un tumore alle ovaie.
 Me lha detto lei.
 Te lha detto lei? Mia madre? Ti ha detto del suo tumore? E perch a me non lha detto?
 Non voleva farti preoccupare.
Francamente non so se mi sarei preoccupato, preso comero dalla Guerra del Giardino e tutto. Ma il tumore di mia madre spiegava molte cose. Per esempio, spiegava perch fossi stato iscritto a un corso estivo dinglese, nonostante le mie energiche proteste: mi volevano fuori casa e al tempo stesso vicino; non volevano che sapessi ma neppure che mi allontanassi troppo, che andassi dai nonni. E adesso scoprivo perch potevo star fuori casa e dedicare le tarde sere estive alle nostre imprese belliche, e perch mi avessero comprato un sacco di giocattoli non richiesti, incluso un fucile per il quale andavo pazzo, unimitazione di AK-47 che scambiai per unarma americana. Volevano che mi distraessi, e distratto fui. Fu per via del tumore di mia madre che diventai un commando americano. Figurarsi.
E comunque odiavo il corso dinglese. Dovevamo starcene seduti in una stanzetta surriscaldata, col sole che batteva sugli avvolgibili verdi, e intere inalabili galassie di granelli di polvere che si sollevavano intorno a noi. Preferivo osservare la loro rotazione e il loro movimento aleatorio piuttosto che stare ad ascoltare uninsegnante visibilmente annoiata, che si rianimava soltanto quando cantavamo canzoni in lingua. Ripetevamo come idioti le parole che ci imbeccava, seguendo il suo esempio quando le ragliava; venne fuori che il suo sogno segreto era di diventare una cantante famosa. Cantavamo My Bonnie Lies over the Ocean, When Johnny Comes Marching Home, Amazing Grace, canzoni di cui oggi non posso manco canticchiare la melodia senza che mi venga un conato di vomito. La sua preferita, per, era Catch a Falling Star. Ce ne traduceva il testo, e ogni volta che la cantava tendeva un braccio per afferrare limmaginaria stella cadente e mettersela in tasca. Era patetico; noi ci davamo di gomito ridacchiando.
Capite, ero entrato in possesso di un fucile che adoravo, stavo imparando una lingua che sapevo solo io, avevo dei genitori che mi abbandonavano a me stesso  per quale motivo non importa  e quel che mi mancava era unidentit adeguata che potesse ammortizzare il tutto. La trovai in un film in cui un piccolo reparto di commando americani distruggeva una montagna che per i malvagi tedeschi fungeva da fabbrica di armi segreta. Le immagini al rallentatore di quellesplosione apocalittica mi impressionarono profondamente: la montagna che eruttava prima che la sommit svanisse in un cataclisma, gli svolazzi di fuoco che emergevano da quel fumo nero simile a zucchero filato, e poi la pace della distruzione assoluta in seguito, la cenere delloblio che scendeva fluttuando, il silenzio. E cera una scena bellissima in cui un commando veniva torturato dai tedeschi, e invece di crollare sotto il peso della coercizione, invece di vendere i propri compagni, cantava Clementine. Il film si chiamava La montagna del giudizio e dopo averlo visto due volte in due giorni, iniziai a strisciare sulla moquette della mia stanza facendo finta che fosse il fianco muschioso di una montagna; mi nascondevo sotto il letto come fosse un carrarmato; assumevo posizioni di tiro dietro il mobilio in attesa di un tedesco ignaro del fatto che la morte lo aspettava dietro langolo. Pertanto fu un passo del tutto ovvio e naturale trasformarsi in cecchino guardando dalla finestra un Operaio che spingeva una carriola. Immaginai un proiettile che gli entrava e usciva dalla testa, seguito da uno schizzo di materia grigia. A un certo punto presi a parlare tra me e me in quella che pensavo fosse la lingua americana, una combinazione distorta dei suoni assimilati guardando film e cantando in classe, pronunciati in base alla regola che un giorno mio padre aveva stabilito: a differenza dellinglese britannico, che si pronuncia come se ti fossi ustionato la bocca con il t, linglese americano prevede la masticazione di un chewing gum immaginario. Fow dou sotion gemble, dicevo sottovoce, il fucile puntato su un Operaio intento a lavarsi gli stivali di gomma. Fecking plotion, camman. Yeah, sure.
La mia conversione in un commando americano coincise guarda caso con lescalation della lotta armata contro gli Operai. Che naturalmente non se nerano andati, anzi: i lavori di costruzione erano pi che avviati, con tanto di aste di ferro che sporgevano dal cemento e muri del primo piano gi belle in piedi. Quando Djordje disse che era giunto il momento di fottersi qualche madre nessuno obiett nulla, e la guerra quindi prese avvio.
Djordje divent il comandante supremo, il leader, spietato e implacabile. Vampir incarnava la Forza Speciale, una spia che conduceva operazioni clandestine: parlava poco, indossava abiti pi scuri di noi tutti, e svilupp una propensione per lavanzata furtiva da dietro. Mahir era la fanteria, che ubbidiva impavida agli ordini, sempre affidabile nei combattimenti. E io ero il commando americano, in missione speciale per servire la causa della libert nella Guerra del Giardino, opportunamente dotato di un fucile vero, capace di masticare in maniera fluente lamericano - chewing gum, anche se dovevo continuamente tradurlo ai miei commilitoni.
Il primo scontro della Guerra del Giardino ebbe luogo una sera di giugno. Gli Operai erano perlopi andati a casa, ma qualcuno si era attardato a bere birra sui gradini della baracca con la Guardia Giurata. E non sapevano che su di loro stava per abbattersi la guerra; ignoravano che il nemico affilava le armi a un tiro di schioppo da loro. In vista del nostro primo assalto, avevamo scavato un tunnel sotto il recinto, quindi coperto lapertura con una tavola e dei detriti. Lobiettivo era di incendiare uno dei capanni di legno dove gli Operai tenevano gli attrezzi e gli stivali di gomma e le tute da lavoro. Quella sera strisciammo allinterno tramite il tunnel, le tasche piene di liquido per accendini in piccoli contenitori, le cartelle svuotate dei libri di scuola e riempite di stracci e giornali vecchi. Io avevo il fucile a tracolla e rimasi incastrato sotto il recinto, ma gli altri riuscirono a liberarmi. Intanto che la Guardia Giurata si sbronzava con i compagni, noi strappammo coi denti il bordo dei contenitori di plastica e inzuppammo di combustibile i giornali appallottolati e gli stracci ammucchiati a ridosso del capanno pi lontano dalla baracca. Mentre appiccavamo il fuoco al mucchio, gli Operai ridevano beatamente ignari. Quindi ci precipitammo verso il tunnel e strisciammo fuori. Anche se il mio cuore si stava producendo in un assolo di batteria, ebbi la presenza di spirito di imbracciare il fucile. Come convenuto, ci disperdemmo e ciascuno se ne torn a casa sua. Quando arrivai alla mia finestra, un angolo del capanno avvampava e la Guardia Giurata e i suoi compagnucci aspergevano stupidamente le fiamme di birra, finch il meno ubriaco del gruppo tir un tubo dellacqua dal rubinetto e spense lincendio.
Mi  sempre piaciuto distruggere; la messa in atto di un annientamento mi toglieva sempre un po il respiro. Ero incline a radere al suolo: mi divertivo a prendere a martellate le macchinine o a lanciare le biglie dal balcone per vederle fracassarsi sul marciapiede. Avevo strappato a una a una le pagine di un libro che non mi piaceva, fino a ritrovarmi con la sola, inutile copertina. Dopotutto, ero quello a cui piaceva pulire la lavagna. Ma niente era mai stato tanto esaltante quanto guardare quel capanno andare in fiamme, quanto assistere allinettitudine idiota della Guardia Giurata che spruzzava quellinferno di fuoco con la sua birra. E sapevamo che quelle erano solo le prove dellabbattimento del grattacielo, quando lavessero finito: nei bagliori del capanno incendiato scorgevo il Palazzo del Giudizio crollare su se stesso.
Che il capanno fosse in realt una latrina non cambiava le cose. Guardammo gli Operai sfondare a calci i muri incandescenti, scoperchiando unimpressionante montagna di merda. Per qualche tempo in seguito, gli Operai, con i visceri irritati da non so quale liquame che gli scodellavano da un barile allora di pranzo, si precipitavano ad accucciarsi dietro una catasta di travi dacciaio, con il rotolo di carta igienica collettiva stretto in mano. Avevamo di che sentirci vittoriosi: poich intralciava la logistica del cantiere, un cesso era un obiettivo valido, senza contare che avevamo sfondato la linea di un nemico che manco sapeva cosa lavesse colpito. Quando tornammo a riunirci un paio di giorni dopo dissi: Fatch ah salling frow, sure yeah, fut ow gnore tocket, che sollecitamente tradussi con:  La prossima cosa, amici,  la baracca.
Ci serviva molto liquido daccendino per la baracca. La raccolta di quei piccoli contenitori  quegli affarini a forma di siluro, grossi quanto un dito  sarebbe durata una vita e costata una fortuna. Per finanziare la Guerra del Giardino avevamo rubato parecchi soldi dai portafogli dei nostri genitori, e il tizio delledicola aveva gi chiesto a Mahir se lauto di suo padre andasse a liquido daccendino. Djordje aveva stimato che sarebbero bastate un paio di taniche di benzina o di qualche altro liquido infiammabile. Penetrammo in altre cantine in cerca di qualcosa di combustibile che qualcuno potesse incautamente aver messo da parte insieme a stracci e vecchi cuscini. Benzina non ne trovammo, ma cerano un sacco di cappotti, portafotografie, aspirapolvere defunti, vecchi dischi e libri, mobili scassati: macerie di povere vite. Immaginavo che se mai avessero preso fuoco, non se ne sarebbe accorto o comunque curato nessuno.
E mentre dicevo cos, mi accorsi che Alma stava scandagliando il mio ufficio: i bicchieri di plastica coi loro bouquet di matite spuntate; un posacenere di malachite; un obiettivo senza macchina fotografica; una ciotola piena di monete internazionali, raccolte nel corso delle mie peregrinazioni di scrittore; foto senza cornice spillate alla bacheca di sughero sopra la scrivania, che si andavano scolorendo e arricciando su se stesse.
 Sai, la prima volta che sono tornata a Sarajevo, dopo la guerra,  disse,  ho dovuto svuotare lappartamento dei miei genitori per metterlo in vendita. Ho diviso la roba in tre mucchi: quella da buttare, quella da dare via e quella che mi sarei portata a New York. La roba di questultimo mucchio entrava in una valigia. Quando sono tornata a casa, ho messo la valigia in un ripostiglio e da allora non lho pi aperta.
Ma il fatto  che per noi la guerra era esaltante, la libert insita nella distruzione, lassoluta legittimit della nostra causa: adoravamo tutto quanto. Sembrava tutto pi bello dallalto della Montagna del Giudizio. E poi quella vita di inganno e segretezza, la sensazione che sapevamo sempre molte pi cose di chi ci stava intorno. Adesso eravamo affabili coi vicini, ossequiosi con gli anziani; io facevo regolarmente i miei compiti dinglese, mi offrivo di cantare in classe. Sapevo che la simulazione, il sacrificio, mi avrebbero aiutato ad assolvere il mio dovere; le menzogne erano una parte essenziale della nostra missione. Ricavavo orgoglio e bellezza dallabnegazione, e finalmente capivo cosa intendessero i miei quando dicevano: A volte bisogna fare cose che si detesta fare. Anche se loro si riferivano a cose come tagliarsi i capelli o lavare la macchina con pap.
E dopo le nostre prestazioni di bravi ragazzi potevamo finalmente ritrovarci nella cantina e architettare il Grande Assalto. Secondo Djordje dovevamo mantenere la pressione sugli Operai, mai dargli tregua, mentre ci preparavamo per il Giorno del Giudizio. Cos, mentre i nostri genitori immaginavano che stessimo giocando a biglie o guardando un film della Disney al Kino Arena, noi avvolgevamo sabbia e schegge di vetro in pagine di giornale che avremmo bagnato prima dellazione. La chiamavamo Granata; era una mia invenzione, basata sullidea che la carta bagnata si sarebbe lacerata con limpatto, la sabbia mista a vetro appiccicata alla pelle, e quando lOperaio avesse cercato di levarsela si sarebbe tagliuzzato o scorticato. E se lo colpivamo agli occhi, avrebbe anche potuto perderli.
Lanciavamo Granate e pietre contro gli Operai; disseminavamo chiodi allingresso dei camion; conficcavamo fiammiferi nelle serrature della baracca; appiccavamo il fuoco ai contenitori di liquido per accendini e li lanciavamo alla cieca oltre il recinto. E mentre i lavori di costruzione avanzavano, noi affinavamo le nostre strategie. Imparammo che attaccare gli Operai non era prudente: erano troppi, si muovevano in modo imprevedibile, erano nettamente pi numerosi di noi, e al momento lavoravano ad alta quota allinterno delledificio. Perci, la Guardia Giurata divent il nostro principale bersaglio. Quando gli altri lavoravano, lui ciondolava nei pressi della baracca, apriva e chiudeva il cancello ai camion, era spesso a portata di Granata. Aveva una verruca globulare sulla guancia sinistra, che si vedeva anche quando non era sbarbato; e residui di forfora sulle spalle a bottiglia. Indossava ununiforme bruno-grigiastra, e un berretto con la regolamentare stella rossa che non fosse stato cos lercio gli avrebbe conferito unautorit marziale  lavevamo visto asciugarsi il sudore sul collo. La sera era da solo, tranne quando convinceva qualche Operaio a trattenersi a bere con lui, ma anche in questo caso, prima o poi finivano col rincasare. Anche se un domicilio lui sembrava non averlo; lo guardavamo gironzolare apaticamente intorno al cantiere; io lo prendevo di mira mentre se ne stava seduto sui gradini della baracca, lo sguardo perso in chiss quale distanza; con unarma vera sarebbe bastato premere il grilletto. A volte tirava fuori un asciugapiatti e lo srotolava cavandone un pezzo di pane e un po di carne; masticava in maniera distaccata, senza appetito, come se lo scopo della masticazione fosse di tenere compagnia alla mascella. Sa Dio a cosa pensasse; con ogni probabilit a niente. Spesso lo coglievamo alla sprovvista e lo bombardavamo con pietre e Granate, ma era raro che lo centrassimo.
Per un sacco di tempo non riusc a capire chi o cosa lo stesse perseguitando; gente del genere  convinta che la propria sofferenza sia una condizione esistenziale. Una volta compr ingenuamente una rivista di donne nude da Djordje, che si present al cancello e lo chiam; a quel punto noi avremmo dovuto attaccarlo, ma decidemmo che i suoi soldi ci sarebbero stati pi utili. Lui non si rendeva conto di essere in guerra: ci divertiva osservare la sua confusione, la sua vaga e passiva consapevolezza di essere circondato dalla solita cattiveria; noi gongolavamo allidea che non sapesse chi fossimo, cosa fossimo.
Ma per quanto stupida, la Guardia Giurata alla fine cap. In realt fu l l per catturare Vampir, intento a scrivere sui muri della baracca messaggi a base di fottimenti, madri, sorelle e figlie. Gli si avvicin di soppiatto da dietro e inizi a prenderlo a pugni, ma Vampir riusc a sottrarsi e in un lampo stava scavalcando il recinto. Immediatamente dopo orchestrammo una rappresaglia. Bersagliammo la Guardia con sacchetti di carta pieni di ciottoli  Bombe a Grappolo  e un paio di volte lo centrammo splendidamente. Lui ci bestemmi contro con odio e fiele, dopodich fu chiaro che la guerra sarebbe stata combattuta fino alla totale sconfitta di una delle due parti.
E pi o meno in quel periodo ci rendemmo improvvisamente conto che avevamo da tempo abbandonato la speranza di riprendere il controllo del giardino. Se in qualche modo, miracolosamente, la sovranit di quel luogo fosse stata restaurata non ne saremmo stati per niente soddisfatti. Anzi, avremmo perso la nostra determinazione. Ormai pensavamo e parlavamo soltanto di come avremmo potuto danneggiare gli Operai incarnati dalla Guardia Giurata; era diventato lo scopo della guerra, e non riuscivamo a immaginare niente prima, dopo o al di l di questo. Era come essere innamorati, salvo che volevamo ammazzarlo. Oltre alla distruzione del grattacielo, la nostra principale fantasia divent appiccare il fuoco alla baracca con la Guardia Giurata dentro.
Per farlo ci serviva la benzina. Un giorno la fortuna ci venne in aiuto: un negozio di cornici accanto alla stazione and a fuoco. Vedemmo il fumo alzarsi, sentimmo lululato delle sirene. Interessati a ogni sorta di devastazione, accorremmo sul posto e osservammo i pompieri che domavano lincendio attraverso la vetrina in frantumi, mentre i proprietari, marito e moglie, piangevano e si abbracciavano, cercando di non guardare. Tornammo al negozio fumante il giorno successivo, camminammo sulla cenere calda, impastata qua e l in una fanghiglia cinerea, e respirammo lodore del legno carbonizzato e della calcina bruciata. Passammo al setaccio le rovine dellesistenza dei proprietari: una scarpa da donna con il tacco completamente fuso; mezza sedia, inclinata verso la gamba assente; spigoli di cornici rimasti sulla parete, ancora simmetrici. Sul retro del negozio cera un angolo che le fiamme avevano risparmiato: un impermeabile azzurro macchiato ancora appeso alla gruccia; una fotografia incorniciata di una coppia di sposi che guardavano il soffitto; e proprio accanto alla porta sul retro, tre magnifiche taniche di diluente per vernici. Sengson clotion wicklup, dissi. Abbiamo quel che ci serve.
Lo confesso: ero perfettamente consapevole che ci fosse qualcosa di inopportuno nel raccontare questo episodio ad Alma con tanto compiacimento. Probabile che lei abbia trovato i ragazzi assolutamente e tipicamente aggressivi, violenti e scemi; forse lavr urtata la disinvoltura della loro sete di sangue. Di sicuro non era il tipo che riesce a vedere la bellezza nella guerra, ma non manifest la bench minima costernazione; a dire il vero, non trad emozione alcuna. Di tanto in tanto guardava il piccolo schermo e aggiustava la videocamera perch agitandomi ero migrato verso il bordo dellinquadratura. E riconosco che dal canto mio  come dire  amplificavo perversamente alcuni dettagli come per sollecitare una sua reazione, per vedere che effetto le avrebbe fatto. Ma lei era stoica quanto la sua videocamera.
 Vuoi fare una pausa?  chiese.   da unora che parli.
 No, figurati,  dissi.  Mi piace parlare. Posso parlare allinfinito.
Una sera introducemmo le taniche nel cantiere tramite il tunnel, con il fango della pioggia diurna che imbrattava, e forse intas, il mio fucile. Raggiungemmo di corsa lo spazio nascosto tra la baracca e il recinto. Il piano era cospargere di diluente i muri della baracca in cui la Guardia Giurata stava dormendo, fare una pozza infiammabile davanti alla porta dingresso in modo da bloccargli la via di fuga e poi appiccare il fuoco. Non avrebbe dovuto essere difficile, questione di un paio di minuti al massimo; ma storditi dalladrenalina, inebriati dal pericolo, avevamo la mente poco lucida: nessuno si era portato i fiammiferi. Mahir fu spedito a prenderli mentre noi aspettavamo nel nostro nascondiglio, col coraggio che veniva meno.
Nel giro di qualche minuto, Djordje si fece irrequieto e decise di andare a cercare Mahir. Sapevo bene che non sarebbe tornato, ma non dissi niente. Vampir e io ci sdraiammo in silenzio, aspettando che il tempo passasse per poter proporre la ritirata. Ma poi sentimmo il pavimento della baracca scricchiolare; la Guardia usc e si stir rivolta al sole calante, sbadigliando con un ruggito. Tra un attimo si sarebbe voltato e ci avrebbe visti, noi e le taniche. Prima ancora che avessi il tempo di pensare a muovermi, Vampir gli sfrecci accanto diretto al tunnel e io mi ci ritrovai faccia a faccia, paralizzato, con il fucile infangato tra le mani. Che cosa ci fai qui?, mi chiese. Geffle creel debbing, dissi. Vau shetter bei doff. Camman.
 difficile spiegare perch usai lamericano - chewing gum, con lui. Forse perch, nel panico, pensavo che se continuavo a fingermi americano avrei potuto convincerlo di essere uno straniero, l per errore e quindi innocente, e lui mi avrebbe lasciato andare. O perch in quel momento ero realmente un commando americano, e pensavo  se questo  il termine  che finch restavo nella mia identit lui non avrebbe potuto raggiungermi attraverso linterstizio della realt e colpirmi in faccia, come fece, e pi volte di fila. Gli puntai il fucile contro il pugno, ma lui lo aggir, mentre io latravo: Fetch a kalling star and pet it de packet, maike it for it meny dey. E continuai a ripeterlo, finch torn a essere una canzone, mentre la Guardia mi scaricava in testa una gragnuola di colpi.
Ma cantare sotto tortura in quel momento non mi aiut per nulla. Caddi a terra e allora la Guardia cerc di prendermi a calci in testa, mentre io tentavo di proteggermi con le braccia. Non ho dubbi che mi avrebbe ucciso se una bottiglia di birra non lavesse distratto piombandogli addosso. Mentre alzava gli occhi, unaltra gli si schiant in fronte ed esplose, e io fui investito da una pioggia di sangue mentre la Guardia cadeva in ginocchio. Pensai che finalmente lavevamo ucciso. Fui sopraffatto dalla gioia che danno salvezza e sopravvivenza.
 I tuoi non mi hanno raccontato niente di tutto questo,  disse Alma. Avrei voluto che la smettesse di guardare il piccolo schermo.
 Non lo sapevano,  dissi.  Nessuno lo sapeva. Eravamo una societ segreta, come si dice, leali soltanto gli uni agli altri. Non lho mai raccontato a nessuno.
 Capisco,  disse lei. Ma la sua incredulit non sembrava del tutto sospesa.
E cos la scampai; Vampir mi aveva salvato. Di fatto, la Guardia non rimase uccisa. Mentre noi correvamo verso casa, entr nella baracca e trov uno straccio con cui tamponarsi la ferita. Qualche minuto pi tardi, dalla mia finestra, lo guardai barcollare oltre il cancello, fermarcisi di fronte, alzare lo sguardo (mi abbassai), e poi lo sentii urlare di rabbia e dolore come non avevo mai sentito prima e mai pi avrei sentito in seguito. Non pronunci nessuna parola; lira e limpotenza lo rendevano incapace di esprimersi, mugghiante come una bestia ferita. Ero assolutamente terrorizzato, perch sapevo che se in quel momento avesse potuto mettermi le mani addosso mi avrebbe senzaltro ammazzato.
Fu allora, Alma, che il mondo per me divenne un posto pericoloso. Forse  per questo che i miei ricordano quel periodo con tanto affetto: ho trascorso molto tempo con loro, cercando, a loro insaputa, la loro protezione. Alla fine di quellestate andammo al mare per una vacanza e io ubbidii al famigerato fischietto. Quando ricominci la scuola, per mesi ebbi paura di uscire di casa da solo, e dovevano accompagnarmi e venirmi a prendere. Ero tornato allovile; tornato a casa dopo la guerra.
E mentre Alma sbirciava verso la videocamera, mi resi conto che di l a non molto mia madre e mio padre sarebbero morti, e che sebbene da tempo non mi proteggessero da alcunch, sarei rimasto solo e in balia del mondo, sprovvisto di casa e amore, solo ad affrontare tutta quella gente piena di rabbia e dolore. Pensai a quel giorno lontano, alle medie, quando ero andato a bagnare la spugna, e in quel corridoio vuoto cerano i miei genitori, che cercavano la stanza di un insegnante. Di norma, ai colloqui con gli insegnanti andava solo uno di loro, ma quella volta erano insieme; mi pareva di ricordare che si tenessero per mano. Sembravano alti in confronto a tutti quegli armadietti, alle scarpe dei bambini messe in fila; vedendomi sorrisero, fieri di me che stringevo la spugna, che assolvevo il mio compito. Sentii che eravamo insieme; noi tre eravamo dentro e tutti gli altri  i bambini in aula, i professori  erano fuori. Mi baciarono; tornai in classe; andarono ad aspettare linsegnante.
 E questo  quanto,  dissi ad Alma.  Questa  la fine della storia. Adesso possiamo fare una pausa.
 Fantastico. Credo che potrei farne qualcosa,  disse lei, in tono poco convinto.  Ma potresti dire qualche altra cosa nel tuo americano - chewing gum? Sei ancora capace? Mi piacerebbe che parlassi americano e bosniaco, nel film. Pensi di poterlo fare?
 Come no,  dissi.  Floxon thay formtion. Camman, dey flai prectacion. Gnow aut sol, lone. Yeah, sure.

Le nobili verit del dolore
Lo jaran in uniforme non si accorse che gli parlavo in bosniaco. Controll linvito in silenzio, poi confront la foto del mio passaporto americano con la mia abbacchiata faccia doriundo, e le due risultarono ragionevolmente corrispondenti. Aveva una testa che pareva una poltrona  la fronte incavata, le orecchie a manubrio, la mandibola prominente  e non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Mi restitu il passaporto con linvito infilato tra le pagine e con il suo accento da testa-darredo disse:  Buona serata a lei.
La residenza dellambasciatore americano era una brutta cosa moderna e gigantesca, nota per essere stata costruita in alto sui monti da un magnate bosniaco che poi tutta un tratto aveva deciso di aver bisogno di pi spazio ancora e, senza averci trascorso un solo giorno, laveva affittata a Sua Eccellenza Americana. Cera ancora un po di lavoro da fare  langusto vialetto di cemento serpeggiava insensatamente in un vero e proprio campo di fango; langolo in basso a sinistra della facciata era privo di intonaco, e pareva una ferita cicatrizzata di recente. Pi su ancora sulla collina, si poteva scorgere una striscia gialla che orlava il margine del bosco, segnando unarea vergine fitta di mine.
Allinterno, nondimeno, era tutto uno sfavillio. Le pareti erano di un bianco accecante, le scale scricchiolavano come fossero intonse; sul primo pianerottolo cera un piedistallo con una grossa aquila di bronzo, le ali aperte a mezzo battito sopra le spire di uno sventurato serpente. In cima alle scale, azzimato in un abito forse di una taglia troppo grande, cera Jonah, lattach culturale, che un giorno per sbaglio avevo chiamato Johnny e che da allora continuavo a chiamare cos, fingendo che fosse uno scherzo.  Johnny-bello,  dissi,  come ti va?  Lui mi strinse la mano con trasporto, dicendosi felicissimo di vedermi. E magari lo era, chi sono io per dirlo.
Presi un bicchiere di birra e una flte di champagne da un abbacchiato porta-vassoi la cui bosniacit era inequivocabilmente segnalata da una cresta di capelli che gli sovrastava la fronte.  ta ima?  dissi.  Evo,  disse lui.  Radim . Buttai gi la birra e la innaffiai con lo champagne prima di accedere alla gi affollata sala di socializzazione. Intercettai un altro porta-vassoi che, a dispetto di una ruvida faccia baffuta, aveva unaria vagamente familiare, come di qualcuno che poteva avermi vessato al liceo.  ta ima?  chiesi.  Evo,  disse lui.  Nita.
Simmetricamente armato di altra birra e champagne, assunsi una postazione dangolo da cui potevo, tipo puma, monitorare lassemblea. Avvistai il ministro della Cultura, che pareva un glabro, rognoso panda, nonostante avesse le dita di entrambe le mani separatamente bendate  reggeva la flte di champagne con le palme come una candela votiva. Cerano varie personalit della tv bosniaca, che sfoggiavano i loro occhiali italiani nonch una telegenica abbondanza di superflui cipigli e sorrisi compiaciuti. Gli scrittori si riconoscevano dallincoerenza che spumeggiava sulle loro superfici annodate in una cravatta macchiata. Una frotta di uomini daffari in Armani si accalcava intorno a interpreti giovani e graziose, mentre il testone di un famoso giocatore di basket in pensione fluttuava sopra di loro come una luna piena. Avvistai lambasciatore  pingue, compassato, repubblicano, con una piccola bocca increspata a buco del culo  impegnato a conversare con un tizio che doveva essere Macalister. Il probabile Macalister portava una giacca viola su una camicia hawaiana; pantaloni di denim logori e rigonfi a met gamba, come se passasse le giornate in ginocchio; ai piedi un paio di sandali Birkenstock su calzini bianchi; in lui tutto aveva unaria smessa. Era sulla cinquantina ma aveva una testata di capelli color bachelite, talmente rigidi che pareva glieli avessero montati in testa decenni prima e da allora non avessero cambiato forma. Senza mostrare alcuna emozione identificabile, ascoltava lambasciatore che si dondolava sui talloni, storceva la bocca, lentamente dispensando un pensiero. Macalister beveva acqua; teneva il bicchiere leggermente inclinato in una mano, cosicch il liquido tornava continuamente a sfiorarne lorlo e rifluiva, seguendo lambasciatore e il suo dondolio. Ero gi brillo abbastanza da avere il coraggio di avvicinarmi a Macalister non appena lambasciatore lo lasci solo. Finii birra e champagne e stavo meditando di inseguire un vassoio per un rifornimento quando lambasciatore tuon: Signori, un attimo dattenzione!, il chiasso scem, i porta-vassoi si fermarono e la folla intorno allambasciatore e a Macalister si fece un po da parte.
  mio grande piacere e privilegio  sbrait lambasciatore dondolandosi molto lentamente  dare il benvenuto a Dick Macalister, nostro grande scrittore e, stando al breve scambio che ho avuto con lui, ancor pi grande come persona.
Applaudimmo ubbidienti. Macalister aveva lo sguardo abbassato sul bicchiere vuoto. Se lo pass da una mano allaltra, poi lo fece scivolare in tasca.
Alcune settimane prima avevo ricevuto un invito dallambasciatore americano della Bosnia-Erzegovina, Sua Eccellenza Eliot Auslander, perch presenziassi al ricevimento in onore di Richard Macalister, Premio Pulitzer e scrittore acclamato. Linvito era stato spedito al mio indirizzo di Sarajevo una settimana dopo il mio arrivo, giorno pi giorno meno. Non riuscivo a capire come allambasciata facessero a sapere che ero l, anche se un paio di idee elaboratamente paranoiche ce le avevo. Che fossi stato localizzato appena avevo toccato terra mi inquietava non poco, perch ero venuto a Sarajevo in cerca di riparo. Avevo in programma di stare nel nostro appartamento di famiglia per un paio di mesi e dimenticare una gran quantit di cose (il divorzio, lesaurimento nervoso, la Guerra al Terrore, tutto) che mi avevano tormentato a Chicago. I miei genitori erano gi a Sarajevo per il loro consueto soggiorno primaverile, e mia sorella doveva raggiungerci tornando dalla Nuova Zelanda; ragion per cui la fuga a Sarajevo cominciava a sembrare un logoro dj vu della nostra vita di un tempo. Eravamo esattamente dove eravamo prima della guerra, ma era tutto straordinariamente diverso  noi eravamo diversi; i vicini erano meno numerosi e diversi; lodore del corridoio era diverso; e dalla finestra vedevamo le rovine di quella che un tempo era una scuola materna e che ora nessuno si curava di demolire.
Non avevo intenzione di andare al ricevimento; di America e americani ne avevo abbastanza per unaltra miserabile vita. Ma i miei genitori erano molto fieri che lambasciatore americano desiderasse ricevermi nella sua residenza. Alla loro mente linvito  il raffinato blasone, lelegante corsivo, i ricci e gli svolazzi della firma di Sua Eccellenza  rievocava gli anni dorati del servizio diplomatico di mio padre, e mi promuoveva ufficialmente al rango degli adulti rispettabili. Per il ricevimento, pap si offr di prestarmi il suo abito; sosteneva che faceva ancora la sua figura, nonostante avesse qualcosa come ventanni e una bruciatura triangolare di ferro da stiro stampata sul bavero.
Io opposi resistenza alle loro suppliche finch andai in un internet caf per leggere qualcosa su Richard Macalister. Di lui chiaramente avevo gi sentito parlare, ma non avevo mai letto nessuno dei suoi libri, perch di narrativa contemporanea americana ne leggo poca. Con un adolescente emaciato che abbatteva schiere di sacrificabili civili digitali su uno schermo alla mia sinistra e un giovanotto zuppo dacqua di colonia che scorreva abulicamente siti di zoofilia erotica alla mia destra, navigai tra la vita e le opere di Dick Macalister. Per farla breve, era nato, vissuto, scriveva libri, aveva fatto soffrire e a tratti sofferto a sua volta. In Autunno, il suo pi recente memoir  una confessione straziante e ad alta tensione , riconosceva i maltrattamenti sulla moglie, le sbronze protratte e i crolli colossali. Nel romanzo Mal di profondit uno strozzino si sparava in un piede durante una battuta di caccia, quindi si redimeva ricordando la sua futile e ignobile vita aspettando i soccorsi o la morte, che arrivavano pi o meno contemporaneamente. Sembrerebbe che Macalister non abbia mai sentito parlare di dissociazione delle sensibilit,  magnificava il New York Times,  perch il suo libro ne contiene una gamma infinita. Scorsi le varie recensioni delle raccolte di racconti (una delle quali si intitolava Quiddit) e mi soffermai su quelle riguardanti Niente di quello che diciamo, il capolavoro di Macalister, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa. Il romanzo parlava di un veterano del Vietnam che fa di tutto per allontanarsi dalla guerra, ma non riesce ad allontanare la guerra da s. Aveva fatto impazzire tutti. Difficile non sentirsi mortificati dallonesta brutalit dei tormentati eroi di Macalister,  scriveva un recensore.  Questi uomini parlano poco non perch non abbiano niente da dire, ma perch nel loro cuore agonizzante gli ultimi residui di decenza li costringono a proteggere gli altri da quanto potrebbero dire. Mi pareva non male, ma niente di pi. Trovai un sito di fan di Macalister con una selezione di suoi brani corredata da pagine e pagine di triviale esegesi. Alcune delle citazioni non erano affatto male, e me le appuntai:
Prima del Vietnam, Cupper era oppresso dal vano entusiasmo della giovinezza.
Il miglior antidoto al cielo in tempesta  una tenda, disse.
Oltre il grande vetro opalescente vagolava una squadra di giocatori di basket, e le loro ombre sembravano una carovana in transito lungo lorizzonte.
Cupper era partito per salvare il mondo, ma ora sapeva che non ne valeva la pena.
Un giorno o laltro questa spessa chitina del mondo si squarcer, e la merda e lo strazio coleranno a fiotti affogandoci tutti. Niente di quello che diciamo potr impedirlo.
Mi piaceva, questa. La spessa chitina del mondo, questa non era male.
Brindammo tutti con ardore alla salute e al successo di Macalister, che fu subito assediato da uno stuolo di scattanti leccapiedi. Uscii sul balcone, dove tutti i fumatori erano costretti a congregarsi. Finsi di cercare qualcuno, stirai il collo, strizzai gli occhi, ma chiunque stessi cercando sembrava non essere l. Gi nella valle cerano strade punteggiate di luci e minareti illuminati come razzi; al margine opposto della notte, verso la collina di Mojmilo, il campo da calcio dello eljo era di un verde doloroso. Tutto era immobile, l sotto, come se la citt fosse sprofondata in fondo al mare.
Quando tornai dentro, Macalister stava parlando con una donna dai lunghi capelli ramati, le dita lascivamente piegate a stringere una flte di champagne. La donna era bosniaca, la identificavano le labbra carnose e carminie, un grappolo di collane dargento brunito, un ciondolo con un rubino che cercava ostinatamente di insinuarlesi tra i seni nonch quel modo che aveva di toccargli il braccio mentre gli parlava; per quel che ne sapevo, poteva benissimo essere stata loggetto di una mia cotta impossibile ai tempi del liceo. Riusciva non so come a sorridere e ridere insieme, con lo scintillio dei denti a chiosare le risa e la chioma che le volteggiava allegramente intorno. Macalister moriva dalla voglia di scoparsela, lo capivo da come si protendeva verso di lei, il grugno che quasi le toccava i capelli, fiutandola. Per dirla tutta, fu linvidia a farmi superare la paura da palcoscenico quando la donna ridente venne distratta da un lacch dellambasciata: non appena spost lattenzione altrove, io presi e andai a incastrarmi fra lei e Macalister.
 E dunque cosa la porta a Sarajevo?  chiesi. Era pi basso di me; e ne annusavo la villosit, un odore selvatico, irsuto. Aveva di nuovo il bicchiere per lacqua in mano, ancora vuoto.
 Vedo posti nuovi,  disse,  perch ci sono nuovi posti da vedere.
Aveva il naso affilato degli asceti. A tratti i muscoli alla base della mascella si contraevano. Lanciava continue occhiate alla donna alle mie spalle, che aveva gi ricominciato a ridere.
 Sto facendo un tour governativo,  aggiunse, corrompendo la purezza della battuta precedente.  E ho un pezzo da scrivere per una rivista.
 Che ne pensa di Sarajevo?
 Non ho ancora visto molto, ma mi ricorda Beirut.
E la fontana della Gazi Husrev-beg, la cui acqua ha un sapore unico al mondo? E i minareti che si illuminano tutti quanti insieme al tramonto in un giorno di Ramadan? E la neve che cade lenta, la pazienza dei fiocchi che scendono a uno a uno come scivolando lungo un misterioso filo di seta? E lo sbatacchiare mattutino delle persiane di legno a Bacarija, quando tutte le vecchie botteghe aprono allunisono e le strade odorano di schiumoso caff? La chitina del mondo si sta ancora indurendo qui, amico.
Quando bevo divento sentimentale. Ma non dissi niente di tutto questo. Invece dissi:
 Non sono mai stato a Beirut.
Macalister sbirci verso la donna alle mie spalle e scocc un sorriso impotente. Lei rise melodiosa, i bicchieri tintinnarono; come sempre, la bella vita era altrove.
 Potrei farle vedere qualcosa di Sarajevo, cose che i turisti non vedono.
 Certo,  disse Macalister senza entusiasmo. Mi presentai e squadernai la solita, collaudatissima storia di sradicamento e scrittura in inglese, sollecitandolo a rivelare se mi aveva letto o no. Lui annuiva e sorrideva. La conversazione lo coinvolgeva meno di quanto coinvolgesse me.
 Non so se le sia capitato di leggere il mio racconto, Amore e ostacoli,  dissi.   uscito sul New Yorker non molto tempo fa.
 Ah s, Amore e ostacoli, gran bel racconto,  disse.  Chiedo scusa.
E mi lasci per la donna dai capelli rossi. Io tracannai lo champagne e la birra e afferrai al volo lunico bicchiere rimasto su un vassoio in transito  era whiskey annacquato, ma andava bene lo stesso. E comunque i capelli della donna erano tinti.
Continuai imperterrito a sollevare i porta-vassoi dal loro carico. Parlai con il giocatore di basket, gli occhi alzati su di lui fino a farmi venire il torcicollo, interrogandolo indefessamente su quel tiro mancato un paio di decenni prima, il tiro che aveva soffiato alla sua squadra il titolo nazionale e, a mio parere, innescato il declino generale di Sarajevo. Placcai il ministro della Cultura deciso a scoprire che cosa fosse successo alle sue dita  il vestito di sua moglie aveva preso fuoco ai fornelli e lui aveva dovuto strapparglielo di dosso. Ridacchiai. La moglie aveva riportato delle ustioni di secondo grado, disse lui. A un certo punto rintracciai il mio amico Johnny e lo illuminai su come non si possa lavorare per il governo americano a meno di essere degli stronzi patentati, al che lui sorrise e disse: Allora ti trovo un lavoro domani, battuta che mi parve non priva di comicit. Prima di ritirarmi, salutai Eliot Auslander con una pacca sulle spalle che lo lasci di stucco, quindi girai quella cazzo di aquila verso il muro, con la sfortunata conseguenza che il serpente adesso era disperatamente in trappola. Tanti auguri, piccolo rettile.
Fuori piovigginava. La casa dellambasciatore era proprio sulla testa di cazzo della collina, e per arrivare da qualche parte dovevi comunque scendere a valle. I lacch stavano chiamando dei taxi, ma io volevo rinfrescarmi le idee, per cui mi avviai gi a piedi. La strada era stretta, senza marciapiede, coi piani superiori di antiche dimore che incombevano sul selciato. Dallaltra parte della valle si ergeva il caliginoso Trebevic; attraverso una finestra a livello della strada scorsi unintera famiglia sul divano a guardare il meteo in tv  il sole incastonato come una moneta in una nuvola fluttuante sopra la cartina della Bosnia. Superai una tranquilla stazione di polizia e un piccione morto di fresco; su una casa dalle finestre sbarrate, un manifesto lacero e scolorito annunciava un nuovo cd di una bulbosa cantante seminuda che dicevano si scopasse sia il primo ministro che il suo vice. Un gatto spelacchiato con laria da cane travestito mi tagli la strada. Girai langolo e vidi, lontano davanti a me, Macalister e la rossa che se ne andavano insieme verso il punto di fuga, i capelli di lei che le sfioravano le spalle quando si girava ad ascoltarlo, la mano di lui che a tratti le toccava il fondoschiena per evitarle di prendere pali o pozzanghere.
Ero frastornato, accelerai, pensando a qualcosa di divertente da dire, con la mente che faticava ad approdare a quel porto, quello divertente. Ero frastornato e sbronzo, scivolavo sul selciato umido e avevo bisogno di compagnia, e cos caracollai a valle dietro di loro, scivolando, e tuttavia evitando prontamente le buche e le cacche e un bidone dellimmondizia allinterno del quale limmondizia bruciava indisturbata. Quando li raggiunsi, accordai il mio passo al loro e li affiancai camminando pi dritto che potevo, senza dire niente, cosa che in qualche modo voleva anche essere divertente. Macalister pronunci un gelido Tutto bene? e la donna disse:  Dobro vece,  con unesitazione nella voce che suggeriva che avessi interrotto qualcosa di piacevole e delicato. Io mi limitai a proseguire, sbandando e inciampando ma sotto controllo, avevo tutto sotto controllo, avevo. Non sapevo dove fossimo, ma loro sembravano diretti da qualche parte.
 Comunque,  disse Macalister.  C corrente daria, ma non c vento a farla correre.
 Quale vento?  chiesi.  Non c vento.
 C una strada percorribile, c del cammino da fare, ma nessuno a camminare.
  molto bello,  disse la donna, sorridendo. Ed esal una nebulosa di letizia. Le sue consonanti erano morbide come i polpastrelli di un gattino.
 Ci sono atti agiti, ma non c attore,  continu Macalister.
 Di cosa diavolo stai parlando?  chiesi. Le punte dei suoi calzini bianchi adesso erano incrostate di sporcizia.
 Malo je on puko,  suggerii alla donna.
 Nije, ba lijepo zbori,  disse lei.   poesia.
 Viene da un testo buddista,  disse lui.
  bellissimo,  disse la donna.
 C una pioggerella e c della merda su cui piovere, ma non c cielo,  recitai.
 Pu funzionare, perch no,  disse Macalister.
Sotto quella pioggerella la citt appariva sporca. Un paio di ombrelli luccicanti defluivano verso la poco trafficata via Titova gi a valle. Allaltro capo di Dalmatinska, se giravi a destra e proseguivi dritto per una decina di minuti, oltre il parco Veliki e la moschea Alipaina, oltre la spianata deserta e recintata dove un tempo sorgeva il vecchio ospedale, arrivavi a Marin Dvor e l, dallaltro lato della strada rispetto alle rovine della fabbrica di tabacco, sorgeva ledificio in cui ero nato io.
 Tu sei okay, Macalister,  dissi.  Sei un bravo ragazzo. Non sei uno stronzo.
 Be, ti ringrazio,  disse Macalister.  Contento di aver superato lesame.
Arrivammo in fondo a Dalmatinska e ci fermammo. Non fossi stato l, Macalister avrebbe proposto alla donna di passare ancora un po di tempo insieme, magari nella sua camera dalbergo, magari attaccati per le pelvi. Ma io ero l e non me ne andavo, e ci fu un silenzio impacciato mentre loro aspettavano che quantomeno mi allontanassi per potersi scambiare struggenti parole daddio. Ruppi il silenzio e proposi di andare tutti e tre a bere una cosa. Macalister la guard dritta negli occhi e disse:  Di, andiamo a bere una cosa,  mentre sicuramente il suo sguardo le diceva che avrebbero potuto scaricarmi in fretta e continuare la loro discussione sul buddismo e il loro attaccamento pelvico. Ma la donna disse di no, doveva andare a casa, era davvero stanca, doveva andare al lavoro presto, le sarebbe tanto piaciuto ma era stanca, no, scusate. Mi strinse la mano mollemente e abbracci Macalister, approfittandone per premergli contro i suoi considerevoli seni. Non sapevo neanche come si chiamava. Si avvi verso Marin Dvor.
 Come si chiama?  chiesi.
Macalister la guard con nostalgia mentre correva per prendere un tram in arrivo.
 Azra,  disse.
 Beviamoci una cosa,  dissi.  Comunque non hai nientaltro da fare, adesso che Azra se n andata.
Io onestamente mi sarei preso a pugni, o quantomeno coperto di insulti, mentre Macalister non solo non lo fece, ma nemmeno mostr la minima ostilit, e accett di venire a bere con me. Doveva essere quella sua cosa buddista o roba simile.
Ci dirigemmo verso Bacarija. Gli indicai il Fuoco Eterno, che avrebbe dovuto ardere per i liberatori antifascisti di Sarajevo, ma che al momento era spento; quindi, pi gi lungo Ferhadija, ci fermammo sul luogo della strage del pane del 1992, dove cera un mucchietto di fiori vizzi; dopodich costeggiammo il Parco degli scrittori, dove i busti di importanti autori bosniaci erano nascosti da banchetti che vendevano dvd pirata. Superammo la cattedrale, poi Egipat, che faceva i migliori gelati del mondo, poi la moschea di Gazi Husrev-beg con la sua fontana. Gli dissi della canzone secondo cui se bevevi lacqua di Bacarija non avresti mai dimenticato Sarajevo. Bevemmo lacqua; lui se la lapp dal palmo della piccola mano, schizzandosi i calzini bianchi.
 Adoro i tuoi calzini bianchi, Macalister,  dissi.  Quando te li togli non buttarli. Dalli a me. Li terr come reliquie, li annuser perch mi portino bene ogni volta che scrivo.
 Non me li tolgo mai,  disse lui.   lunico paio che ho.
Per un attimo pensai che potesse essere serio, perch il tono era impassibile, non cera ombra di scherzo. Sembrava che stesse guardando me e la citt da uno spazio interiore cui nessun altro essere umano aveva accesso. Non sapevo di preciso dove stessimo andando, ma lui non protestava n fece domande, come se non avesse importanza, perch lui sarebbe sempre stato al sicuro dentro di s. Lo confesso: volevo suscitare in lui meraviglia nei confronti di Sarajevo, nei miei e di quello che significavamo nel mondo; volevo riuscire a penetrarlo, rompere la sua chitina.
Ma avevo fame e bisogno di un paio di bicchieri, per cui anzich girovagare fino allalba ci ritrovammo in un ristorante seminterrato e pieno di fumo il cui proprietario, tale Faruk, era un eroe di guerra: alla parete di mattoni erano appesi un lanciamissili da spalla e, sotto, una foto di uomini in uniforme. Faruk lo conoscevo piuttosto bene, perch molti anni prima era uscito con mia sorella. Ci salut, spalanc la tenda di corda sulla sala da pranzo e ci scort al nostro tavolo, accanto a una teca di vetro contenente una pistola nera lucente e una fondina.
 Ko ti je to?  chiese Faruk quando ci sedemmo.
 Pisac. Amerikanac. Dobio Pulitzera,  dissi io.
 Pulitzer je dosta jak,  disse Faruk, e porse la mano a Macalister:  Congratulazioni.
Macalister lo ringrazi, ma quando Faruk se ne and comment la preponderanza delle armi.
 Armi e bagagli,  dissi.  La guerra  finita. Non preoccuparti.
Arriv un cameriere che sembrava il fratello gemello di uno dei porta-vassoi abbacchiati e io ordinai una vagonata di roba da mangiare  carne stracotta e paste fritte di tutti i tipi  e una bottiglia di vino, senza chiedere a Macalister cosavrebbe gradito. Era vegetariano e non beveva, disse lui imperturbabile, limitandosi a esporre il fatto.
 Quindi sei buddista o roba simile?  chiesi.  Non calpesti le formiche e gli scarafaggi, non ingoi i moscerini eccetera?
Sorrise. Conoscevo Macalister da due ore soltanto ma gi sapevo che non si arrabbiava. Come si pu scrivere un libro  come si pu scrivere anche solo una cazzo di frase  senza arrabbiarsi? Come si pu anche solo svegliarsi al mattino senza arrabbiarsi? Io mi arrabbio in sogno, e mi sveglio furioso. Le mie domande gli strapparono una mera alzata di spalle. Bevvi altro vino e poi altro vino ancora, e quel po di coerenza che avevo forse recuperato camminando sfum velocemente. Lo martellai: aveva combattuto in Vietnam? Quanto del suo lavoro era autobiografico? Cupper era il suo alter ego? Era laggi che era diventato buddista? Che effetto faceva vincere il Pulitzer? Aveva mai la sensazione che fosse tutto una merda  lAmerica, lumanit, la scrittura, tutto? E che cosa pensava di Sarajevo? Gli piaceva? Riusciva a intravedere come potesse essere stata bella prima di trasformarsi in questa fogna di insignificante, uggiosa sofferenza?
Macalister mi parl, scevro di rabbia. A tratti faticavo a seguirlo, anche perch Faruk ci fece recapitare unaltra bottiglia, del suo vino migliore a sentir lui, e io continuai a sbevazzare. Macalister era stato in Vietnam, dove non aveva sperimentato niente di nobilitante. Non era buddista, era filobuddista. E il Pulitzer laveva reso vanaglorioso  vanaglorioso  la parola che us  e adesso si vergognava un po di tutto; qualsiasi scrittore serio dovrebbe sentirsi offeso e mortificato dalla fama. Quando era giovane, come me, disse, pensava che tutti i grandi scrittori sapessero qualcosa che lui non sapeva. Pensava che se avesse letto i loro libri gli avrebbero insegnato qualcosa, lavrebbero reso migliore; pensava che avrebbe acquisito quello che avevano loro: la saggezza, la verit, la compiutezza, la cosa vera, cazzo. Fremeva dalla voglia di scrivere, voleva penetrare quella raffinata conoscenza di cui era assetato. Ma adesso sapeva che era una sete vanagloriosa; adesso sapeva che gli scrittori non sapevano niente, per davvero; la maggior parte di loro fingeva soltanto. Lui non sapeva niente. Non cera niente da sapere, niente dallaltra parte. Non cera nessuno a camminare, nessuna strada da percorrere, solo il cammino. E questo era quanto, chiunque tu fossi, dovunque tu fossi, di qualunque cosa si trattasse, e dovevi metterti il cuore in pace.
 Questo?  chiesi.  Cos questo?
 Questo. Tutto.
 Minchia.
Parlava sempre pi fitto mentre io scivolavo nelloblio, farfugliando le poche parole di concessione e accordo e ammirazione che riuscivo ad articolare. Scordavo gran parte delle cose di cui stava parlando, ma per quanto ubriaco, mi era chiaro che la sua improvvisa, sincera verbosit era dovuta alla sensazione che il nostro incontro  la nostra avventura letteraria da una notte e via  fosse fugace. Quando lasciammo il ristorante mi aiut addirittura ad arrampicarmi su per la scala, e ferm un taxi per me. Ma io non ci sarei salito, nossignore, non prima di convincerlo che avrei letto tutti i suoi libri, fino allultimo, tutto quello che aveva scritto, marchette per riviste di secondordine, strilli pubblicitari, tutto, e quando finalmente lui mi credette, gli feci giurare che sarebbe venuto a trovarmi a casa, che avrebbe pranzato con me e con i miei, perch adesso era uno di famiglia, uno di noi, era un cittadino onorario di Sarajevo, e volli che si segnasse il nostro numero di telefono e gli feci promettere che avrebbe chiamato, domani, appena si fosse svegliato. Gli avrei fatto volentieri promettere anche qualche altra cosa, ma i netturbini si stavano avvicinando con i loro tubi flessibili e il tassista claxon impaziente e dovetti andare, e me ne andai, ubriaco ed euforico allidea di aver simpatizzato con uno dei pi grandi scrittori della nostra imbarazzante epoca di merda. Il tempo di arrivare a casa e gi credevo che non lavrei pi rivisto.
Invece chiam, signore e signori delle commissioni dei vari e prestigiosi premi letterari; a suo eterno merito, mantenne la promessa e chiam la mattina seguente, mentre io fissavo il soffitto con i bulbi oculari a mollo nelle secrezioni da postumi. Non erano neanche le dieci, cristo di un Budda, e ciononostante mamma entr in camera mia, si chin sul materasso a terra per entrare nel mio doloroso campo visivo e porgermi il telefono senza una parola. Quando disse: Sono Dick, francamente non capii di cosa stesse parlando.  Dick Macalister,  precis; mi ci volle un attimo per ricordare chi fosse. Per di pi avevo limpressione di essere tornato in America, e che lintera fuga a Sarajevo non fosse che un sogno sbiadito, e per farla breve, ero spaventato.
 Quindi a che ora vengo?  chiese.
 Vengo dove?
 A pranzo da voi.
Vi risparmio gli ehm e gli uhm e tutte le parole che farfugliai mentre mi affannavo a riassemblare il mio apparato mentale, finch arbitrariamente stabilii che noi si pranzava alle tre. Non ci fu contrattazione. Richard Macalister sarebbe venuto ad assaggiare i piatti di mia madre; non diede nessuna spiegazione n motiv alcunch; e nemmeno sembrava troppo convinto o entusiasta. Dal canto mio, non credevo che quanto accaduto la sera prima potesse condurre a qualche tipo di amicizia, concreta o alternativa  il massimo che potessi sperare era un futuro, tiepido strillo a sua firma. Non avevo idea di cosa potesse volere da noi. E tuttavia gli compitai il nostro indirizzo perch potesse darlo al tassista, gli raccomandai di non pagare pi di dieci marchi bosniaci e gli dissi che il palazzo era proprio dietro le rovine della scuola materna. Riagganciai; Dick Macalister veniva a pranzo.
In pigiama, mi esposi al giudizio mattutino dei miei accigliati genitori (non amavano quando bevevo), e con lausilio di una manciata di aspirine li informai che Richard Macalister, un augusto scrittore americano, vincitore di un premio Pulitzer, rigorosamente vegetariano nonch serio aspirante buddista a tempo pieno, sarebbe venuto a pranzo alle tre del pomeriggio. Dopo un attimo di silenzioso sbigottimento, mia madre mi ricord che a casa nostra di norma si pranzava alluna e mezzo. Ma quando alzai le spalle in segno di impotenza sospir e and a ispezionare le scorte nel frigo e nel congelatore orizzontale. Poco dopo stava impartendo ordini logistici: mio padre sarebbe dovuto andare al mercato con una lista, subito; io dovevo lavarmi i denti e, prima del caff o di qualsiasi colazione, correre al supermercato a comprare pane, kefir o qualunque bibita convenisse a un vegetariano, e anche i sacchetti per laspirapolvere; lei avrebbe preparato la pasta per la torta salata. Quando ebbe sgomberato il tavolo per lavorarci la pasta e stenderla con il matterello, il mio mal di testa e la mia apprensione erano spariti. Che lamericano venisse pure con tutta la sua potenza, saremmo stati pronti ad accoglierlo.
Macalister arriv negli stessi vestiti della sera prima  la giacca viola, la camicia hawaiana  corredati da un paio di stivali di pelle di serpente. Che i miei genitori gli fecero togliere. Lui non protest n cerc scorciatoie, neanche quando io provai vanamente a imbastirgli un esonero.   usanza normale,  disse pap.  Usanza bosniaca . Seduto su un basso sgabello traballante, Macalister armeggi con gli stivali, piegando le caviglie fino al punto di frattura. Alla fine scopr i suoi accecanti calzini bianchi tubolari e ripose gli stivali a filo del muro, come un buon soldato. Il nostro appartamento era piccolo, di taglia socialista, ma pap gli fece strada come se il tinello fosse un orizzonte lontano e dovessero arrivarci prima di notte.
Macalister si alline con un sorriso benevolo, forse perplesso di tanta teatralit. Il nostro tinello era anche soggiorno e stanza della tv, e pap fece accomodare Macalister sulla sedia di fronte allo schermo. Era il posto che in famiglia ci eravamo sempre contesi, perch chi lo occupava poteva guardare la televisione mangiando, ma non credo che Macalister si sia reso conto dellonore che gli veniva concesso. Eravamo sintonizzati sulla Cnn, ma senza sonoro. Il nostro ospite si sedette, sempre con aria perplessa, e nascose i piedi sotto la sedia, ripiegando le dita.
 Bere?  chiese pap.  Viski? Loza?
 Niente whiskey,  disse Macalister.  Cos la loza?
 Loza  bevanda speciale,  disse pap.  Domestica.
  grappa,  spiegai io.
 No, grazie. Va bene acqua.
 Acqua? Come, acqua? Acqua  per animali,  disse pap.
 Sono un alcolista,  disse Macalister.  Non bevo alcol.
 Un goccio. Per appetito,  disse pap, aprendo la bottiglia di loza e riempiendo un cicchetto. Glielo mise davanti.   medicina, fa bene.
 Lo bevo io,  dissi, e lo afferrai prima che la benevolenza di Macalister si esaurisse; comunque ne avevo bisogno.
Mia madre entr con un gran vassoio di fettine di carne affumicata e cubetti di formaggio di pecora disposti in modo impeccabile, gli stuzzicadenti che svettavano come piccoli pennoni senza bandiera. Poi torn in cucina a prendere un altro paio di piatti da portata ricoperti di porzioni di torta di spinaci e torta di patate, con una crosta talmente croccante che pareva decisamente chitinosa.
 Niente carne,  disse mamma.  Vegetazione.
 Vegetariano,  la corressi io.
 Niente carne,  insistette lei.
 Grazie,  disse Macalister.
 Prende un pochino di carne,  disse pap ingoiandone una fettina.  Non la uccide.
Poi fecero la loro comparsa un cesto di pane profumatissimo e una terrina fonda piena fino allorlo di insalata mista.
 Wow,  fece Macalister.
 E questo  solo linizio,  dissi io.  Ti toccher mangiare fino a scoppiare.
Sullo schermo muto scorrevano immagini di Bagdad  due uomini trasportavano un cadavere dilaniato con un pasticcio tipo tartare al posto della faccia, e il sedere che strisciava sul marciapiede. Soldati americani in tenuta antiproiettile puntavano i loro fucili contro una porta sgangherata. Un generale abbronzato e sbarbato di fresco dichiarava qualcosa che noi non potevamo sentire. Dal suo posto, pap guardava lo schermo di sguincio, masticando rumorosamente la sua carne. Si gir verso Macalister, gli punt la mano al petto e chiese:  Le piace Bush?  Macalister mi guard  il solito cazzo di sguardo perplesso stampato in faccia  per capire se fosse uno scherzo. Scossi la testa: ahim, non lo era. Non mi aspettavo che la visita di Macalister volgesse al completo disastro tanto in fretta.
 Tata, nemoj,  dissi.  Pusti covjeka.
 Penso che Bush sia un perfetto stronzo,  disse Macalister, imperterrito.  Ma lAmerica mi piace, e mi piace la democrazia. La gente ha diritto ai propri errori.
 Stupidi americani,  disse pap, e si cacci in bocca unaltra fettina di carne.
Macalister rise, per la prima volta da quando lavevo incontrato. Inclin la testa da un lato e scoppi in una profonda e rombante risata di petto. Pieno di vergogna, guardai la stanza intorno a me, come se non lavessi mai vista. I souvenir dei nostri anni africani: le statuette di finto ebano, i recipienti di vimini dai colori stridenti, una zanna delefante intagliata, un posacenere di malachite contenente un groviglio di graffette e i ciondoli dambra di mamma; un manufatto di merletto i cui delicati motivi erano profanati da macchie di caff danteguerra; il tappeto con un disegno angolare di cavalli; tutte quelle cose familiari che erano sopravvissute alla guerra e allo sradicamento. Ero cresciuto in questappartamento e adesso qui dentro tutto mi sembrava vecchio, volgare e disperato.
Pap continu implacabile il suo interrogatorio:  Ha vinto il premio Pulitzer?
 Sissignore,  disse Macalister. Lo ammirai per la capacit di sopportazione.
 Ha scritto buon libro,  disse pap.  Lavorato duro.
Macalister sorrise e si guard la mano. Era imbarazzato, assolutamente privo di vanagloria. Raddrizz le dita dei piedi per poi ripiegarle pi a fondo di prima.
 Tata, nemoj,  implorai.
 Premio Pulitzer, grande premio,  disse pap.   ricco?
A un tratto quel che stava facendo mi fu chiaro: un tempo interrogava cos le mie amiche per appurare che andassero bene per me. Quando chiamavano o passavano a trovarmi, ignorando i miei accorati avvertimenti, lui le sottoponeva a una serie brutale di domande. Che scuola frequentavano? Dove lavoravano i loro genitori? Qual era la loro media scolastica? Quante volte alla settimana avevano intenzione di vedermi? Io cercavo di impedirglielo, mettevo in guardia le ragazze, le imbeccavo addirittura circa le risposte. Lui voleva assicurarsi che stessi facendo le scelte giuste, che stessi andando nella giusta direzione.
 No, non sono ricco. Per niente,  disse Macalister.  Ma me la cavo.
 Perch?
 Tata!
 Perch cosa?
 Perch non  ricco?
Macalister diede in unaltra generosa risata, ma prima che potesse rispondere, mamma entr con il piatto forte: un cosciotto dagnello arrosto e una montagna di patate tagliate a met e affogate nel grasso.
 Mama!  gridai.  Pa reko sam ti da je vegetarijanac.
 Nemoj da vice. On moe krompira.
 Non fa niente,  disse Macalister, come se avesse capito.  Prender solo un po di patate.
Mamma afferr il suo piatto ancora vuoto e ci piazz quattro grosse patate, affiancate da qualche pezzo di torta, un po di insalata e pane, finch il piatto non trabocc di cibo, tutto quanto imbevuto nel grasso delle patate. Io ero sullorlo del pianto; il nostro ospite pareva bersagliato dagli affronti; cominciai perfino a rammaricarmi delle offese della sera precedente, almeno di quelle che ricordavo. Ma Macalister non si oppose, n cerc di fermarla  soccombeva a noi, a quello che eravamo.
 Grazie, signora,  disse.
Io mi versai un altro cicchetto di loza, poi andai in cucina a prendere della birra.  Dosta si pio,  disse mamma, ma io la ignorai.
Mio padre tagli la carne, poi inzupp le grosse fette succose nel grasso e le sistem sui nostri rispettivi piatti.  La carne fa bene,  disse a nessuno in particolare. Macalister aspett educatamente che tutti cominciassero a mangiare, quindi inizi a piluccare la montagna che aveva davanti. Sul piatto di pap il cibo era impeccabilmente organizzato in unit di gusto: la carne e le patate da un lato, linsalata mista dallaltro, la torta sopra il tutto. Procedette allestinzione delle sue derrate, un boccone dopo laltro, senza spiccicare parola, senza mai posare forchetta e coltello, gli occhi fissi sul piatto, limitandosi ad alzarli ogni tanto sullo schermo della tv. Mangiammo in silenzio, come se il pasto fosse una corve da sbrigare con perizia e rapidit.
Macalister teneva la forchetta nella mano destra, il coltello a riposo, e masticava piano. Ero mortificato allidea di come tutto questo  questo pasto, questo appartamento, questa famiglia  apparisse ai suoi occhi, di come si spiegasse la nostra piccola e affollata esistenza, i nostri grezzi piatti pensati per un popolo perennemente affamato, della perdita che trapelava da tutto ci che facevamo o non facevamo. Con quella massa di ciarpame africano e foto sbiadite e tracce casuali della nostra reincarnazione prebellica, quella casa era il museo delle nostre vite, e niente a che vedere con il Louvre, lasciatemelo dire. Ero preoccupato dal suo giudizio, mi aspettavo sufficienza nella migliore delle ipotesi, disprezzo nella peggiore. Mi preparavo a odiarlo. Lui masticava lentamente quel che gli era stato assegnato, ripristinando il suo sorrisino benevolo dopo ogni boccone.
Gli piaceva il caff, adorava il banana cake; innaffiava ogni forchettata con un sorso dalla tazzina; grugniva addirittura di soddisfazione.  Sono cos pieno che non manger mai pi,  disse.  Lei  unottima cuoca, signora. Grazie mille.
  cucina buona, naturale, non cucina americana, niente cheeseburger,  disse mamma.
 Adesso le faccio una domanda,  disse pap.  E deve dire la verit.
 Non rispondere,  dissi io.  Non devi rispondere . Di sicuro Macalister pens che stessi scherzando, perch disse:  Spari.
 Mio figlio  scrittore, lei  scrittore. Lei buono, ha vinto il Pulitzer.
Sapevo esattamente dove andava a parare.
 Mi dica,  buono? Sia oggettivo,  disse pap, pronunciando ogietivo.
 Nemoj, tata,  supplicai, ma lui era inarrestabile. Mamma stava guardando Macalister speranzosa. Io mi riempii il bicchiere.
 Ci vuole un po per diventare un buon scrittore,  disse Macalister.  Credo che sia sulla buona strada.
 Gli piace sempre leggere,  disse mamma.
 Tutto il resto, pigro,  disse pap.  Ma libri ha sempre letto.
 Quando era giovanotto, sempre scriveva poema. A volte trovo le sue poesie, e piango,  disse mamma.
 Sono sicuro che aveva talento,  disse Macalister. Forse Macalister aveva davvero letto qualcosa di mio. O forse era solo che ero ubriaco, visto che stavo trattenendo le lacrime.
 Lei ha figli?  gli chiese mamma.
 No,  disse Macalister.  O meglio, s. Vive alle Hawaii con sua madre. Non sono un buon padre.
 Non  facile,  disse mio padre.  Sempre preoccupazioni.
 No,  disse Macalister.  Facile non direi proprio.
Mamma allung la mano sul tavolo a prendere la mia, se la port alle labbra e la baci teneramente.
Fu a questo punto che mi alzai e uscii dalla stanza.
Aveva bevuto lacqua di Bacarija, ma Sarajevo se la dimentic in fretta. Non ci mand mai nemmeno una cartolina; una volta fuori dalle nostre vite, scomparve completamente. Per un po, ogni volta che parlavamo al telefono, pap mi chiedeva se avessi sentito il mio amico Macalister, e la risposta era sempre negativa, al che pap suggeriva che mi sarebbe convenuto rimanerci amico. Immancabilmente, mi toccava spiegargli che non eravamo mai stati amici n mai lo saremmo diventati. Gli americani sono freddi, diagnosticava mia madre.
In realt, quando venne a Chicago per una lettura alla biblioteca andai a sentirlo. Mi sedetti in fondo alla sala, lontano dal palco, ben oltre la portata del suo sguardo. Indossava gli stessi Birkenstock e gli stessi calzini bianchi, ma la camicia non era pi hawaiana. Adesso era di flanella, e i suoi capelli di bachelite erano chiazzati di grigio. Il tempo non fa che lasciarti in dote cose sempre pi vecchie e fruste.
Lesse da Niente di quello che diciamo, un passaggio in cui Cupper dava di matto in un centro commerciale, staccava dal muro un telefono pubblico e menava una guardia giurata con la cornetta ben oltre la perdita dei sensi, fino a ritrovarsi circondato dalla polizia con le pistole puntate:
Gli occhi feroci oltre le pistole spianate guardavano Cupper minacciosi. La sua mano era sospesa a mezzaria sopra la guardia giurata, il ricevitore insanguinato pronto a sfondare completamente la faccia delluomo. La guardia giurata mugolava e rigurgit qualche bolla rosa. I poliziotti gli urlavano addosso, ma Cupper non sentiva niente: li guardava aprire e chiudere la bocca come pesci in agonia. Si rendeva conto che fremevano dal desiderio di sparargli, e fu il loro fervore a restituirgli la voglia di vivere. Voleva continuare a importunarli con la propria esistenza. Si tir su, moll il ricevitore, incroci le mani dietro la nuca. Il primo calcio lo fece rotolare sul fianco. Il secondo gli spezz le costole. Il terzo lo fece gemere di piacere. Li indusse ad accanirsi sulle sue budella.
Macalister abbass la voce per renderla pi roca, da fumatore; continu ad abbassarla man mano che la violenza cresceva. Qualcuno ansim; la donna accanto a me si pieg in avanti e si port una mano inanellata alla bocca in un garbato gesto dorrore. Naturalmente non mi misi in fila per farmi fare lautografo; non avevo con me Niente di quello che diciamo. Ma lo osservai alzare lo sguardo verso i suoi affascinati lettori, che si premevano il suo libro al petto come un trovatello, chinandosi sul tavolo per essere pi vicini a lui. Lui sorrideva a tutti in maniera risoluta, inscalfibile  niente di quello che dicevano o facevano poteva destabilizzarlo. Ero convinto di essere sfumato ai suoi occhi nellirrilevanza delle cose del mondo; non avevo accesso ai cieli del buddismo in cui lui evolveva con il suo freddo distacco metafisico.
E tuttavia seguivo il suo lavoro con avidit; diciamo pure che diventai un adepto. Lessi e rilessi Niente di quello che diciamo e tutti i suoi libri precedenti; sul suo sito web mi iscrissi per ricevere gli aggiornamenti su letture e nuove uscite; collezionavo periodici che pubblicavano le sue interviste. In qualche modo sentivo di conoscerlo intimamente, e volevo vedere come volgesse in parole quello che conoscevo. Speravo di scoprire tracce di noi nei suoi scritti, quasi che ci avrebbe confermato la nostra evanescente presenza nel mondo, un po come la fuggevole presenza di particelle ipotetiche prova lesistenza di fenomeni subatomici.
Finalmente, non molto tempo fa,  uscito il suo ultimo romanzo, Le nobili verit del dolore. Fin dalla prima pagina ho amato Tiny Walker, tipico protagonista macalisteriano: un ex marine che sarebbe stato un eroe della battaglia di Fallujah, non lavessero congedato con disonore per non aver confermato la versione ufficiale dello stupro e dellassassinio di una dodicenne irachena e di tutta la sua famiglia, un infelice episodio di incomprensione con i civili locali. Tiny torna a casa a Chicago (che coincidenza!) e trascorre del tempo bazzicando i suoi vecchi posti nel North Side, nel vano tentativo di affogare la depravazione nello stordimento. Alla gente che conosceva un tempo non ha pi niente da dire, gli spezza bicchierini da superalcolici in fronte. La citt gli abbaiava contro e lui ringhiava di rimando. Completamente in preda al delirio, ha la visione di uninvasione di serpenti e d fuoco al proprio monolocale e a tutto ci che possiede, di fatto ben poco. Un flashback che si trasforma in incubo suggerisce che sia stato lui a tagliare la gola alla ragazzina. Lamia Hassan, si chiamava. La quale gli parla in un inglese dallaccento indecifrabile.
Si sveglia su un autobus per Janesville, nel Wisconsin. Solamente allarrivo si rende conto di essere l per far visita alla famiglia del sergente Briggs, il bastardo psicopatico che ha avuto lidea di stuprare Lamia. Trova la casa, bussa alla porta, ma non c nessuno, solo la tv sintonizzata su un programma per bambini: Rivolti verso il disegno del sole alla parete, i bambini cantavano, senza sonoro. Tiny si imbatte in un bar dei paraggi e beve con la gente del luogo, che gli paga un giro dopo laltro per esprimere il suo sostegno ai nostri uomini e donne in uniforme. Lui racconta che in Iraq il sergente Briggs, un autentico eroe americano, era uno dei suoi migliori amici. Racconta anche di Declan, che per lui era come un fratello. Declan  stato abbattuto da un cecchino, e trascinandolo a casa sotto una pioggia di fuoco, Briggs ha perso un ginocchio. Al bar lalcol scorre a fiumi, perch sono tutti fieri del loro ragazzo, di Briggs. Vogliono sapere di pi di come fosse laggi, e Tiny dice che non devono fidarsi dei giornali, o di quelle teste di cazzo che dicono che stiamo perdendo la guerra. Stiamo aprendo il culo al mondo,  dice.  Glielo stiamo spaccando.
Fuori si accumula la neve. Tiny ruba un pickup parcheggiato davanti alla bettola e va a casa del sergente Briggs. Stavolta non bussa alla porta. Fa il giro sul retro dove si esibisce  il cazzo pulsante, rosso e duro  a una bambina che sta facendo una grossa palla di neve. La bambina sorride e lo guarda tranquilla, per nulla turbata dalla sua presenza, come se stesse fluttuando nel proprio acquario. Lui richiude la lampo e torna al furgoncino, ricalcando cautamente le proprie impronte.
Al volante del pickup rubato si dirige ancora pi a nord, verso la Upper Peninsula. Declan veniva da Iron Mountain. Declan  morto, scopriamo, ma guidando in una tempesta di neve Tiny gli parla. Declan ha perso il senno dopo linfelice episodio. Briggs laveva costretto a buttarsi sulla ragazzina, laveva sfottuto perch non riusciva a penetrarla. Dopodich Tiny aveva vegliato su di lui, perch Declan era a rischio di suicidio. E poi lui si era deliberatamente gettato in unimboscata, sparando ad altezza uomo. Briggs aveva trascinato a casa un cadavere.
Nel bel mezzo di una tormenta accecante, Tiny si vede spuntare davanti un maledetto muro, alto tre metri. Frena e poi ci si schianta. Smonta dal pickup e passa attraverso il muro, come un fantasma. Arriva ad Iron Mountain nel cuore della notte. Si risveglia congelato in un grande parcheggio. Dovunque guardasse, non cera altro che immacolato biancore. Ha i vestiti zuppi di sangue, sebbene il suo corpo non presenti tagli o ferite. Strofina le macchie con la neve, ma il sangue ha gi fatto la crosta.
Trova la casa dei genitori di Declan. Prima di suonare il campanello, si accorge che nel cassone del pickup c un enorme cervo con un paio di corna intricate, squarciato sul fianco. Tiny scorge le interiora dellanimale, pallide e completamente morte. Gli occhi del cervo erano spalancati, grandi come due fermacarte.
I genitori di Declan sanno chi  Tiny, Declan ha parlato di lui. Sono anziani e stanchi, scuriti dal profondo cordoglio. Chiedono a Tiny di fermarsi a cena. La madre di Declan gli d la vecchia camicia del figlio, decisamente troppo grande per lui. Non lha lavata da quando Declan se ne  andato. Tiny va a cambiarsi in una stanza al piano di sopra dove c un lezzo nauseabondo di Air Wick Mela verde e Caprifoglio. Sulle pareti ci sono foto sbiadite di paesaggi africani: un branco di elefanti che avanza verso il tramonto; una minuscola piroga con la silhouette di un vogatore su un grande fiume.
Ma fu solo quando si sedettero a tavola per cena che nella madre e nel padre di Declan riconobbi i miei genitori. Il vecchio fa continue domande sullIraq e sulla guerra, e nonostante le proteste della madre versa a Tiny un bourbon dietro laltro. La madre continua a servire le stesse pietanze  carne e patate e, anzich di patate e spinaci, torte di mele e di rabarbaro. Insiste perch Tiny beva acqua, vedendo che  gi troppo ubriaco. Il padre separa il cibo sul piatto. Non c assolutamente alcun dubbio  ogni cosa rimanda ai miei, al modo in cui parlavano, in cui mangiavano, in cui la madre di Declan prende la mano di Tiny e gliela bacia, premendo le labbra sulla mano fantasma di Declan. A un tratto Tiny diventa famelico, e mangia e non smette di mangiare. Si ritrova a raccontare dellinfelice episodio di incomprensione con i civili locali, ma omette Declan. D la colpa a se stesso, racconta dettagli cruenti dello stupro  Il lamento gutturale di Lamia, lo sbatacchiare delle sue gracili braccia, il sangue che sgorgava da lei  e il vecchio lo ascolta senza batter ciglio, mentre la madre va in cucina a prendere il caff. Non sembrano turbati.  come se non lavessero neanche sentito. Per un attimo, Tiny pensa che forse non sta parlando, che  tutto nella sua testa, ma poi si rende conto che in loro non c nulla, nientaltro che cordoglio. I figli degli altri non li riguardano, perch non cera orrore nel mondo allinfuori delleterna assenza di Declan. La madre taglia un pezzo di ciascuna torta, con la crosta che si spezza, e dispone le fette su un piatto pulito. Tiny sta singhiozzando.
 Adesso le faccio una domanda,  disse il vecchio.  Deve dirmi la verit.
Tiny annu.
 Mio figlio era un soldato. Lei  un soldato.
Tiny sapeva esattamente dove sarebbe andato a parare. Ci andasse pure, adesso era pronto.
 Mi dica, era un uomo buono, un buon soldato?  Il vecchio fece uno scatto in avanti e tocc la spalla di Tiny. La sua mano era fredda. Fuori, la neve cadeva lenta. I fiocchi scendevano pazienti, scivolando lungo una misteriosa corda di seta.
 Ci vuole un po per diventare un buon soldato,  disse Tiny.  Declan era buono. Era un uomo buono.
...
.
...
FINE.